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Woodstock ’99

Illustrazione: Giorgia Liuzzo

Oggetti dati alle fiamme che creano pericolosi falò, intervento dell’esercito in assetto antisommossa, un bilancio dei feriti che cresce di minuto in minuto ed una sensazione di panico e confusione generale e condivisa. No, non si tratta di una protesta trasformatasi in rivolta o di qualche colpo di Stato per rovesciare il potere; stiamo parlando dei momenti finali di un festival musicale.

Per capire come un evento musicale si sia trasformato in quello che potrebbe essere definito un campo di battaglia è necessario fare qualche passo indietro. Nel 1969 quattro ragazzi affittarono un terreno di 600 acri nella contea di Sullivan, Stato di New York, a pochi chilometri dalla cittadina di Woodstock: fu così organizzato uno dei più grandi e ambiziosi festival della storia della musica, il quale viene ricordato ancora oggi. L’idea su cui si basava l’intero festival era quella di voler celebrare gli ideali di pace e di amore, colonne portanti della mentalità hippie che negli anni 60 si era sviluppata principalmente negli Stati Uniti in risposta alla guerra fredda e al conflitto in Vietnam. L’evento fu un tale successo che gli organizzatori decisero di riproporlo anche negli anni successivi, spesso in concomitanza con l’anniversario dell’originale, fino ad arrivare a Woodstock 1999.

Woodstock ’99 rimarrà anch’esso nella storia della musica ma, purtroppo, in maniera negativa: il festival, infatti, fu un susseguirsi di tentativi di stupro, risse e atti vandalici. Le cause di questo disastro possono essere rintracciate nella completa inadeguatezza dell’organizzazione e delle misure di sicurezza: bottiglie d’acqua vendute a prezzi esorbitanti, bagni pubblici non funzionanti, metal detector spenti e punti d’accesso incustoditi sono solo alcune delle mancanze lamentate dai partecipanti. Se poi a queste aggiungiamo che tra lo staff della sicurezza si contavano solo 10.000 membri per un concerto che ospitò 220.000 persone, è facile capire come sarebbe stata sufficiente la minima scintilla per far esplodere la situazione dall’interno; scintilla che fu innescata da Fred Durst, frontman dei “Limp Bizkit”, il quale durante l’esibizione del gruppo incitò la folla al grido di “spaccate tutto”.

Tralasciando le motivazioni puramente tecniche ed organizzative, uno dei problemi, se non il problema di Woodstock ’99 era di natura ideologica. Nelle intenzioni degli organizzatori vi era la volontà di ricreare quella atmosfera di serenità, di pace e di amore che aveva pervaso il leggendario festival del 1969; tuttavia non sono stati fatti i conti con il tempo e con lo svilupparsi della società. In trent’anni il mondo è cambiato: le guerre non vengono più combattute dai civili arruolati forzatamente, le tecnologie hanno portato nuovi desideri e la mentalità hippie rimane un ricordo dei più anziani. Rispetto ai loro predecessori i ragazzi di fine millennio sono schiacciati dalle continue novità, sono preoccupati da un futuro incerto e sono travolti da una società che corre sempre più veloce e non si arresta per niente e per nessuno, una società che mette gli uni contro gli altri. La musica, come ogni altra forma d’arte, rispecchia questo sentimento di smarrimento e di disperazione: le sonorità pesanti del nu-metal e i testi alienanti e colmi di rassegnazione del grunge hanno un enorme successo tra i giovani degli anni ’90. Sostanzialmente si potrebbe sostenere che Woodstock ’99 fu proposto perché la vecchia generazione, quella della pace e dei fiori, riteneva di fondamentale importanza far rivivere il momento di autocoscienza storica che loro avevano avuto con Woodstock ’69 anche alla nuova generazione e di condire il tutto anche con un pizzico di sana nostalgia in nome della fratellanza e dell’amore. Ecco dove è stato commesso l’errore ideologico: a nessuno dei giovanissimi spettatori interessava rivivere il festival di Woodstock, molti non conoscevano nemmeno le band che avevano partecipato alla prima edizione e questo è facilmente riscontrabile nell’indifferenza assoluta da parte del pubblico quando sul palco salì lo storico bassista degli “Who”, John Entwistle. Se nel 1969 coloro che si recavano al festival di Woodstock lo facevano per esprimere i loro ideali di armonia e per proporre uno stile di vita alternativo che sentivano proprio, nel 1999 i 220.000 presenti hanno trasformato l’evento in uno spazio nel quale poter rilasciare tutte le loro frustrazioni. Woodstock 1999 fu un momento di catarsi collettiva, un momento per abbandonare le proprie inibizioni e lasciarsi trasportare dagli istinti, un momento di sfogo verso un mondo ed una società che schiacciava ed impauriva. Woodstock 1999 fu l’ultimo rantolo di una generazione che non voleva crescere ed era terrorizzata da ciò che avrebbe potuto affacciarsi alla soglia del nuovo millennio: anche per questo sarà sempre ricordato come “il momento in cui gli anni ’90 morirono”.

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