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Women in finance

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Analisi e report statistici per spiegare il fenomeno della scarsa presenza di donne nel settore finanziario

Come mai si ha ancora la percezione che in un settore così affascinante e dinamico (nonché molto attrattivo dal punto di vista del reddito percepito) come quello finanziario, ci sia una così grande disparità di presenze tra uomini e donne

Questa è una delle questioni che è stata posta in una normale lezione all’università, durante un corso di finanza, che ha creato molti spunti di dibattito tra noi studenti. 

Facciamo un passo indietro: nell’immaginario comune la finanza può essere vista come una piccola parte del “mondo economico” che è nelle mani di poche figure come le banche o, al massimo, i fondi di investimenti, di cui si vocifera negli ultimi anni, tra i vari motivi, per il loro ingresso nel settore calcistico. In aggiunta, potrebbe essere vista come un’enorme truffa ai danni della comunità, qualcosa che difficilmente possiamo comprendere e quindi combattere nella quotidianità, o al contrario, la favola di colui che riuscì a diventare l’uomo più ricco, potente e temuto di Wall Street, per poi essere perseguitato e catturato dall’FBI, il tutto nell’arco di soli 10 anni. 

Purtroppo la finanza non è così semplice come può essere descritta in un film, è un settore che si sta ampliando sempre di più e sta diventando sempre più fitta nelle sue varie sfaccettature. Inoltre, è un settore che pretende dalle sue risorse umane sempre più conoscenze analitiche, studio e continuo aggiornamento su come e dove si muovono i mercati ed il successo (come in tutti gli ambiti) non te lo regala mai nessuno. Insomma, la finanza non è mai stata semplice per nessuno ma, al netto dei discorsi sul merito, ha storicamente issato diverse “barriere all’ingresso” nei confronti del genere femminile e, dalle ricerche statistiche condotte dalle varie università ed istituti, è stato (e lo è ancora secondo alcuni) un settore fortemente stereotipato e colmo di pregiudizi: ciò inevitabilmente ha comportato il gap numerico che sperimentiamo oggi tra uomini e donne nella finanza. 

In Italia, a ricercare le cause che complicano i rapporti tra donne e finanza, è stata una collaborazione tra l’Università Cattolica Del Sacro Cuore e Banca Widiba in un progetto per promuovere la finanza inclusiva. Partendo dalle origini, ovvero dagli atteggiamenti con cui donne e uomini si rapportano al denaro e dagli stereotipi che ancora pesano sulle donne, si evince che la differenza non è in termini di capacità di comprendere come funziona la gestione del denaro, bensì nell’uso che se ne fa: mentre gli uomini sono più propensi al guadagno personale e all’arricchimento del proprio patrimonio, è ancora presente il pensiero che le donne debbano guadagnare per la “realizzazione di un progetto relazionale”, ad esempio, per la famiglia. In aggiunta, mentre un uomo su 5 in Italia non percepisce reddito, per le donne il rapporto diventa ⅓, così come una donna su 3 percepisce come insufficienti le sue conoscenze finanziarie. La survey identifica ancora una insicurezza di base nel rapporto tra le donne che hanno conoscenze economiche e la finanza: nel cluster delle donne laureate in economia, solo la metà ha esperienza in investimenti finanziari. Anche in rapporto agli uomini i numeri non migliorano: le donne sono molto più restie ad investire, nonché molto più prudenti. Infatti, il 50% delle donne non prenderebbe alcun rischio contro il 35% dalla parte degli uomini.

Se si vuole entrare nel settore lavorativo della finanza si evidenzia un fenomeno chiamato “soffitto di cristallo”, ovvero un termine per definire la barriera trasparente che divide le donne da una carriera verticale in ascesa e che vede la presenza di uomini anche con picchi del 90% per i ruoli chiave. A descrivere questo fenomeno è un’indagine globale realizzata da Academic Insight on Investing. Nel 2021, a livello globale, si rileva che solo il 9% (come mediana) degli individui per il ruolo di Chief Investment Officer è rappresentato da donne, così come la percentuale di responsabili della ricerca nell’industria finanziaria. Nei sottosettori la situazione non è migliore: nel Private Equity la percentuale è al 6% circa, negli Hedge Found si rileva il 3% e, in ultima analisi, nell’Investment Banking la mediana si attesta a poco più dello 0%. Queste percentuali identificano una situazione molto netta e che prende come target i ruoli apicali nelle grandi multinazionali che operano sui mercati globali. 

In aggiunta a quanto illustrato finora, sono emersi spunti interessanti anche da una survey appositamente creata da noi studenti universitari di economia (Alessandro, Chiara e Gabriella) per cercare di approfondire l’argomento. L’idea è nata da un semplice confronto in università con la professoressa del corso di “Finanziamenti d’Impresa” la quale, in prima persona, si pone delle domande in merito al distacco che la finanza suscita nelle donne. La survey è stata indirizzata ad un target di ragazze tra i 18 e i 30 anni e, tramite una domanda generica per capire cosa facessero nella vita, è stato sviscerato ogni argomento proposto. All’interno del questionario ci sono tre macro-sezioni: una dedicata a chi studia, una dedicata a chi lavora e una dedicata ad “altro” (che potrebbe coinvolgere entrambi studio e lavoro o altri percorsi scelti dalle interlocutrici). Il 71.9% delle ragazze studiano, il 21.1% invece lavora e la parte restante invece ha dichiarato di fare “altro”.

La prima sezione dedicata allo studio, è stata divisa poi in due ulteriori voci: chi studia economia o finanza e chi studia altro. Il criterio base era quello di considerare tutte le alternative possibili per capire la natura più profonda dell’indifferenza verso un mondo così dinamico e interessante, coinvolgendo anche chi, quindi, non è collocato direttamente nel mondo economico o finanziario. Solo il 30% delle risposte pervenute si collocano in ambito economico-finanziario, questo significa che il 70% restante studia “altro” e questo rappresenta uno spunto riflessivo piuttosto importante. 

Concentriamoci quindi su quest’ultima categoria: la maggior parte del campione considerato, ha dichiarato di non avere interesse nei confronti del mondo finanziario (75.9%) e di non averlo nemmeno mai preso in considerazione all’interno della propria carriera (93.1%). Come mai questo astio? Il 58.6% dichiara di essere stata una scelta personale mentre il restante 41.4% indica che nessuno ha mai illustrato le reali potenzialità del settore. Si può vedere come in quest’ultimo quesito, il divario delle percentuali sia meno accennato e che quindi, forse, il distacco dal mondo finanziario potrebbe derivare semplicemente da una scarsa e inefficace informazione. Proseguendo con il questionario, sempre indirizzato a chi studia altro, sono state effettuate domande in merito al gap numerico tra donne e uomini nel mondo finanziario e alla disinformazione. 

Da ciò è emerso che gran parte delle interlocutrici è influenzata negativamente dal gap tra donne e uomini, sostiene che ci sia troppa disinformazione (93.1%) e, in aggiunta, ritengono il settore finanziario prettamente maschilista e con meno possibilità di carriera per le donne stesseCosa si dovrebbe quindi fare per ridurre il gap presente nelle aziende? Dalle risposte emerge la necessità di creare ambienti più inclusivi che implichino anche cambiamenti a livello culturale, parità retributiva, meritocrazia ed educazione di genere.

Per quanto riguarda le studentesse che hanno selezionato come percorso di studi “Economia e Finanza”, l’approccio all’interesse e alla considerazione della materia è leggermente diverso: più della metà delle risposte indica che c’è interesse nei confronti dell’argomento e che è stata considerata nel proprio percorso di studi. Rimane invece quasi inalterata la questione sul gap e la disinformazione. Anche in questo caso si ritiene necessario un intervento di sensibilizzazione del tema all’interno delle università. In generale, si rileva che sia per chi studia altro, sia per chi studia economia, il settore finanziario non verrebbe scelto in ambito lavorativo perché troppo poco attraente o perchè ci sono interessi non affini a questa realtà.

La seconda sezione del questionario è stata interamente dedicata a coloro che già sono situate nel mondo del lavoro. Ci sono tre grandi macro-aree all’interno del tema: chi lavora nel settore di banking and finance, chi lavora in ambito audit/marketing/hr/business policy/ict e chi fa altro. Per quanto riguarda la prima area, ovvero chi lavora nel settore banking and finance, è emerso che la finanza è motivo di interesse e di considerazione all’interno del proprio lavoro (come previsto). Anche in questo caso emerge il problema del gap tra uomini e donne e il problema di disinformazione. Viene considerato come un settore maschilista, in cui le donne hanno meno possibilità di carriera (75%). All’interno della seconda area, quella che vede coinvolte le donne in altri settori generici, si possono trovare delle risposte un po’ discordanti rispetto alle precedenti: gran parte delle risposte indicano che non c’è né interesse, né presa in considerazione del settore finanziario e questo è il risultato di una scelta prettamente personale. Anche in questo caso, però, il gap è considerato come un problema (62.5%), così come la disinformazione (87.5%). Non viene considerato un settore maschilista (62.5%) e non si pensa che le donne abbiano meno possibilità di carriera (75%). La scelta di non considerare il settore finanziario deriva dalla poca attrattività che sembra avere e dagli interessi divergenti rispetto allo stesso.

L’ultima area è quella dei settori come Audit, Marketing, Hr (…). In questo caso non è presente molto interesse e il settore finanziario non viene propriamente considerato in quanto il 66.7% ritiene di non essere ben informato sulle reali potenzialità del settore.

Anche in questo caso il gap viene considerato come un problema derivante da stereotipi o da interessi diversi. La disinformazione è un problema anche per quest’area di risposte e si pensa che le donne abbiano meno possibilità rispetto agli uomini in ambito finanziario (100%). Il settore finanziario non viene considerato in quanto risulta poco attraente e perché le interlocutrici ritengono di avere un’educazione poco attinente alla finanza.

La terza e ultima sezione del questionario è indirizzata a coloro cui alla domanda “Cosa fai nella vita?” hanno risposto “Altro” (chi studia e lavora insieme, chi invece pittura ecc…). Anche in questo caso la disinformazione è un problema evidente (75%) ma, allo stesso tempo, si sostiene che non sia vero il fatto che ci siano meno possibilità per le donne.

In generale, però, il settore finanziario non viene preso in considerazione perchè non in linea con gli interessi personali o perché non si sono mai cercate informazioni a riguardo.

Concludendo, si è visto che nella maggior parte dei casi la lontananza delle donne da questa tipologia di settore è dovuta prettamente ai diversi interessi personali, alla disinformazione e alla presenza di gap di genere.

Al fine della nostra indagine abbiamo avuto anche la possibilità di parlare, tramite un colloquio, con una persona che lavora nel settore del Merger & Acquision e che, nonostante la giovane età, ha già molta esperienza alle spalle: “Tendenzialmente è sempre stato un settore molto attrattivo per i ragazzi ed il motivo di questa distanza da parte delle ragazze, da un lato è perché negli anni passati c’è sempre stata poca sponsorizzazione da parte degli istituti finanziari, targettizzata nei confronti delle ragazze, dall’altro, magari, le ragazze, non erano interessate a vivere questo mondo, in cui ci sono oggettivamente più ragazzi che ragazze, quindi non c’è mai stata nessuna iniziativa per cercare di aumentare il numero delle ragazze”. Da ciò, se ne ricava che nel target giovanile non è determinante lo stereotipo, ma semplicemente non c’è stata la convergenza di interessi sia da parte delle studentesse che da parte delle banche. L’intervistata continua dicendo: “Adesso si sta cambiando tantissimo, nonostante la permanenza dei trend nelle preferenze sui settori lavorativi, ci sono numerose occasioni per avvicinare le studentesse al mondo finanziario da parte delle società, perché è giusto che ci sia diversità negli ambienti di lavoro perché può portare più innovazione”. Abbiamo affrontato anche la questione della carriera verticale, chiedendo il motivo secondo cui c’è così poca rappresentanza femminile nei ruoli di vertice nei grandi istituti finanziari: “È frutto delle abitudini nei rapporti con i clienti che c’erano fino a poco tempo fa, ma è un fenomeno che le grandi banche adesso stanno contrastando, cercando di livellare le possibilità all’interno delle risorse umane in uno stesso team e fornendo pari strumenti per poter scalare le posizioni in azienda

Volgendo verso la fine dell’intervista, una considerazione da fare è che oggi le aziende (non solo nel settore finanziario) stanno effettivamente promuovendo la diversità in quanto si è compreso il valore aggiunto che questa può apportare all’interno del mondo lavorativo.

A prescindere dai trend, fatte salve tutte le iniziative di welfare e pari opportunità che stanno mettendo in atto le aziende, c’è ancora molto lavoro da fare, sia dal punto di vista di uno sviluppo della carriera verticale, che dal lato del nostro paese nei confronti del resto del mondo finanziariamente avanzato. Per ciò che concerne il primo punto, la strada è quella di continuare con le sponsorizzazioni in università, delle opportunità che offre questo mondo, mostrando, magari, evidenze di donne che hanno raggiunto il successo, in modo tale da essere prese come esempio; dall’altro lato, l’Italia è evidente che debba lavorare di più rispetto ad altre realtà all’estero. Tuttavia, come statuisce l’intervistata che ha vissuto sia una realtà italiana che estera, “una volta che prendiamo questa strada siamo molto determinate, inizialmente facciamo molti sacrifici ma riusciamo comunque a fare bene in questo campo”, quindi conta tanto (fortunatamente) la scelta di carriera che le giovani leve vorranno intraprendere in futuro.

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