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Viva le famiglie tradizionali ma quelle degli altri

Copertina: Ilaria Barracca

Martedì scorso il sindaco Beppe Sala ha annunciato che il Comune di Milano non potrà più registrare, sull’atto di nascita dei figli di coppie omogenitoriali, il nome del genitore non biologico dopo che la Prefettura di Milano ha inviato, su indicazione del Ministro dell’Interno Piantedosi, una circolare in cui si chiede esplicitamente ai sindaci dei comuni italiani di interrompere le registrazioni all’anagrafe.

Attualmente in Italia è presente un vuoto normativo che non permette ai figli di coppie omogenitoriali di vedersi riconosciuti gli stessi diritti di quelli nati da coppie eterosessuali; alcuni sindaci hanno cercato di colmare questo vuoto, sopperendo alla mancanza della legge e trascrivendo ugualmente, sugli atti di nascita dei bambini, il nome di entrambi i genitori.

In Italia sono presenti infatti circa 150.000 bambini figli di coppie omogenitoriali che, in base alla circolare che per ora è stata inviata soltanto al Comune di Milano ma che rischia di innescare un effetto domino in tutta Italia, saranno costretti ad avere registrato sul loro atto di nascita un solo genitore.

Quali sono le conseguenze

Il mancato riconoscimento di entrambi i genitori porta con sé una serie di conseguenze discriminatorie nei confronti di questi bambini e dei loro genitori che di fatto identifica e legittima la presenza di famiglie di serie A e di serie B. Al genitore elettivo, ovvero al genitore non biologico ma che è ugualmente coinvolto nel processo di co-genitorialità, viene impedito di prendere decisioni sanitarie sul proprio figlio, di usufruire di permessi parentali o di assegni famigliari, di riprendere i propri figli a scuola, di avere legami con il proprio figlio in caso di morte dell’altro genitore o di separazione. Ma vengono meno anche alcuni doveri che un genitore dovrebbe avere nei confronti del proprio figlio, come quello di mantenimento, di assistenza e di istruzione.

Al figlio viene quindi impedito di essere mantenuto, assistito, educato ed istruito dal genitore non biologico; di vedere garantita una continuità affettiva con il proprio genitore in caso di perdita dell’altro o di separazione della coppia. E ancora, di godere del patrimonio del genitore non biologico.

Pochi giorni dopo l’annuncio del sindaco Sala, il 14 marzo scorso, il centrodestra ha bocciato, in Commissione Politiche europee del Senato, la proposta di regolamento UE per il riconoscimento dei diritti dei figli di coppie omogenitoriali e l’adozione di un certificato europeo di filiazione.

Cos’è il certificato europeo di filiazione?

Si tratta di un documento che punta ad uniformare le procedure di riconoscimento dei figli in tutti gli Stati dell’UE; questa proposta infatti permetterebbe, a coloro che hanno avuto figli in qualsiasi Paese europeo diverso dal proprio, di essere automaticamente riconosciuti come genitori, anche nel proprio Paese. E quindi permetterebbe ai figli di queste coppie di vedersi riconosciuti gli stessi diritti di tutti gli altri figli, anche in Paesi come l’Italia, l’Ungheria e la Polonia in cui questo non è ancora possibile.

Si tratterebbe di una misura importante non soltanto per le centinaia di famiglie arcobaleno italiane ma anche per le coppie eterosessuali che abbiano avuto figli ricorrendo alla gestazione per altri, una tecnica di fecondazione assistita con cui la gestazione viene portata avanti da una persona diversa dalla coppia.

Il voto contrario di tutto il centrodestra non ha valore legislativo in quanto la proposta di regolamento europeo dovrà essere votata in futuro dal Consiglio dell’Unione europea, e in quanto il diritto comunitario prevale su quello nazionale, ma sicuramente ha un profondo significato politico: in nome della famiglia tradizionale, la destra decide di ignorare i diritti di 150.000 bambini italiani e di legittimare le discriminazioni contro di essi.

Il motivo che avrebbe spinto, a loro avviso, gli esponenti del centrodestra a esprimersi contrariamente alla proposta europea, è la paura che in Italia possa essere legittimata la procedura della gestazione per altri, anche conosciuta erroneamente con il nome di utero in affitto.

In Italia la legge di riferimento per la fecondazione assistita è la legge 40 del 2004, approvata durante il secondo governo Berlusconi; è tra le più restrittive d’Europa e presenta diversi divieti tra i quali la possibilità di accesso alla pratica da parte dei single, delle coppie dello stesso sesso, delle vedove e il divieto, per chiunque e in qualsiasi forma, di organizzare o pubblicizzare la surrogazione di maternità. Chi vìola le regole è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600 mila a un milione di euro.

La paura degli esponenti del centrodestra di vedere legittimata, in Italia, tale pratica è quindi del tutto infondata in quanto, come spiegato anche dalla garante per l’infanzia e per l’adolescenza Carla Garlatti, la proposta europea sul certificato unico di filiazione non si occupa di diritto di famiglia che resta di competenza esclusiva dello Stato italiano e non agevola pertanto, come qualcuno teme, la pratica della maternità surrogata. E inoltre rispetta appieno la Convenzione ONU dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

La gestazione per altri rappresenta quindi una pratica che è e rimane vietata in Italia e chi desidera avere un figlio con questa procedura deve farlo all’estero. I giudici hanno stabilito che la pena non si applica per i genitori che usufruiscono della procedura all’estero in quanto, secondo il principio di reciprocità, non si può condannare un fatto commesso all’estero se in quello stato è legittimo.

Ma forse la maggioranza del Parlamento italiano non vuole controllare e regolare soltanto quanto avviene in Italia ma anche quanto succede all’estero. Proprio in questi giorni è infatti prevista la discussione, da parte della commissione Giustizia alla Camera, della proposta di legge di Fratelli d’Italia che accorpa anche le richieste di Lega e Forza Italia, di rendere la maternità surrogata un reato universale. In questo modo, la giustizia italiana potrebbe perseguire penalmente tutti quei genitori che abbiano fatto ricorso alla pratica al di fuori dei nostri confini nazionali.

Solitamente la procedura per rendere un reato universale viene applicata ai crimini estremamente gravi come la tortura, i crimini di guerra o contro l’umanità; l’Italia non riconosce neanche il genocidio come reato universale. E vorrebbe riconoscere la GPA.

Questo accanimento contro la GPA sembrerebbe essere soltanto una scusa per legittimare l’intenzione del governo e della maggioranza del Parlamento italiano di limitare i diritti della comunità LGBTQI e di discriminare le famiglie arcobaleno.

Come scritto dalla ex parlamentare del Partito Democratico Giuditta Pini, l’obiettivo della procura di Milano, in questi ultimi giorni, non è stato colpire tutte le famiglie che hanno fatto uso della pratica della GPA ma soltanto quelle  arcobaleno; la procura sta togliendo il riconoscimento della genitorialità alle mamme che avevano fatto uso della pratica dell’eterologa e non alle coppie eterosessuali (il 90% del totale) che hanno avuto figli tramite la gestazione per altri.

L’obiettivo della maggioranza dei nostri parlamentari e del governo è quindi soltanto quello di scagliarsi contro, di limitare i diritti e di discriminare le famiglie arcobaleno per il solo fatto di esserlo e di non rispecchiare il loro fantomatico concetto di famiglia tradizionale.

Cosa rientri nella categoria di famiglia tradizionale è difficile da stabilire tant’è che la dottoressa Sophie Zadeh, studiosa della University College London, la definisce come una costruzione sociale, un mito. Sarebbe bello però se, almeno chi ci crede così tanto da volerla imporre agli altri, fosse per primo coerente nel metterla in pratica. Oppure forse si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che non esistono famiglie tradizionali ma soltanto famiglie, e quelle arcobaleno, con buona pace della destra, lo sono.

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