domanda-e-offerta

Venezuela: il “Gioiello del Sudamerica”

.

Storia del crollo della più fiorente e promettente economia sudamericana

È il 14 dicembre 1922, siamo sulle rive orientali del lago Maracaibo, lo sciopero della città di Maracaibo è in corso ma in quella stessa terra sta per avvenire la più importante scoperta per questo paese: il primo pozzo di petrolio. La conoscenza di questa sostanza oleosa espulsa (a piccole dosi) dalla terra era già diffusa tra i venezuelani e, per giunta, grazie agli indigeni, predecessori e in parte antenati dell’attuale popolo, che la usavano per scopi terapeutici e per accendere lampade. La scena, agli occhi dei presenti addetti ai lavori, è spettacolare: la pressione del terreno fa schizzare il greggio fino a 40 metri di altezza e gli operai impiegano 9 giorni per contenerlo. Tale episodio, come in tanti altri paesi non industrializzati, cambierà definitivamente il destino del Venezuela.

Poco tempo dopo, il dittatore Juan Vicente Gomez, concede il permesso alle grandi compagnie petrolifere americane del tempo come Shell, ExxonMobil e ConocoPhillips di iniziare le trivellazioni per estrarre il greggio su larga scala al fine di soddisfare la domanda interna statunitense, che è sempre più in crescita, sull’onda dei ruggenti anni ‘20. I giacimenti venezuelani non deludono le aspettative di investimento degli americani, il settore petrolifero in Venezuela diventa quello più redditizio in confronto all’agroalimentare (che era l’unico presente prima del 1922) e l’economia venezuelana conosce un periodo di netta crescita per poi diventare, entro il 1928, il più grande esportatore di petrolio al mondo. Le stime dell’epoca dicono che il Venezuela è destinato ad essere la nazione con più giacimenti, superando anche l’Arabia Saudita; basti pensare che durante gli anni ‘20 la produzione di petrolio conta mediamente un milione di barili all’anno, mentre nel 1945 i barili sono sistematicamente un milione al giorno

L’economia interna conosce grandi cambiamenti durante tutto l’arco del primo ‘900, infatti, si passa da una prevalenza del settore primario all’assoluto dominio del settore del greggio: alla morte di Juan Vicente Gomez nel 1939, il PIL venezuelano era per sostenuto dai proventi derivanti dallo sfruttamento (americano) dell’oro nero e le esportazioni nette erano rappresentate per più del 90% dal petrolio. Questi ottimi risultati rendono il Venezuela il quarto paese al mondo per PIL pro capite (il PIL diviso il numero di abitanti di una nazione) nel 1950, nonché, il paese più ricco del Sudamerica. La popolazione, infatti, diventa la più benestante tra quelle abitanti gli altri paesi del continente, così come le casse statali, e viene costruita nel 1952 la prima autostrada del paese, dalla capitale Caracas alla città costiera de La Guaira, un evento non scontato per l’epoca date le poche infrastrutture presenti. 

L’incombente ricchezza fa apprezzare il valore della moneta corrente, il bolìvar, rispetto al dollaro e rende l’economia ancora più forte e promettente agli occhi degli americani ed europei. Ma la scelta da parte del Governo centrale di rendere il Venezuela uno stato oil addicted rischia di mettere a rischio la salute del settore agroalimentare. Se da un lato i proventi venezuelani per il petrolio aumentano di giorno in giorno, dall’altro le esportazioni di prodotti agricoli subiscono un drastico freno dato che i prodotti venezuelani sono diventati più costosi per le tasche dei consumatori esteri. La conseguenza è che si sceglie di concentrarsi solo sull’estrazione del greggio e il settore agricolo è ormai un collateral. Dal lato delle importazioni la situazione migliora, dato che l’apprezzamento della moneta consentiva ai venezuelani di poter comprare beni dall’estero ad un prezzo stabile e tendenzialmente accessibile. 

Negli anni ‘50 il Venezuela è al massimo splendore, rappresentando un vero esempio di boom economico, nonché “gemma” per tutto il Sudamerica e non solo. I governi che si susseguono, grazie ai petrodollari (dollari che derivano dalla vendita del petrolio) riescono ad attuare numerosi programmi di welfare negli ambiti salute, istruzione, trasporti e sussidi alimentari. I consumi interni, in termini di benessere, sono paragonabili ormai a quelli statunitensi, le famiglie possono spendere di più e non si ha paura di indebitarsi. Stesso discorso è dedicato agli imprenditori locali e stranieri, dato che vengono concessi larghi spazi di manovra all’interno dell’economia venezuelana: il paese si affaccia ufficialmente nel panorama internazionale come player che pratica il libero mercato.

Nel mercato internazionale del petrolio, però, non è cresciuto solo il Venezuela: la crescente domanda di petrolio mondiale rende il settore tra i più redditizi per effetto dei continui aumenti di prezzo. Questo incoraggia l’ingresso di altre nazioni, nello specifico sono Iran, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita, che vendono sostanzialmente alla fetta di mercato non occupata, rispettivamente, da Venezuela e dalle grandi aziende anglo-americane. Nella fine degli anni ‘50 gli Stati Uniti, dal canto loro, varano numerose politiche economiche protezionistiche a danno dei paesi non affini alle ideologie politiche occidentali (si ricordi che siamo nel periodo della Guerra Fredda) e tra questi vi è il Venezuela (che ha come primo “cliente” proprio gli USA) per i suoi governi socialisti, oltre alle nazioni mediorientali perché politicamente e socialmente instabili

L’ingresso di così tanti attori internazionali genera una sovrapproduzione di petrolio rispetto a quanto richiesto: il greggio rimasto però deve essere venduto e l’unica via per farlo nel modo più veloce possibile è abbassare il prezzo. Ciò è in netto contrasto con il trend precedente per cui il Venezuela aveva ottenuto guadagni record. In ragione di questa contingenza e della situazione geopolitica citata in precedenza, su iniziativa del ministro venezuelano delle Miniere ed Idrocarburi Juan Pablo Perez Alfonso, nel 1960 nasce il cartello dell’OPEC, includendo proprio i paesi mediorientali. Gli obiettivi erano quelli di controllare più da vicino le oscillazioni di prezzo, evitando quelle al ribasso, e contrastare lo strapotere anglo-americano delle “Sette Sorelle”, come le definisce Enrico Mattei, su tutta la catena mondiale del valore amministrando dall’estrazione, trasporto e vendita ai consumatori finali. 

La creazione del cartello sulle quote di produzione di petrolio porta inevitabilmente ad un nuovo rialzo del prezzo, ma in modo artificiale, per effetto degli accordi a tavolino tra i paesi partecipanti. Perez Alfonso, inoltre, è convinto che è giunto il tempo che siano le imprese venezuelane a gestire le operations lungo la supply chain, per poi avere l’ultima parola sulla allocazione strategica delle forniture. Ecco che dalla nascita dell’OPEC, inizia un periodo di profonda nazionalizzazione delle imprese petrolifere del territorio, fondendosi in un unico ente statale, nasce la PDVSA nel 1975. 

Siamo negli anni ‘70, in Europa e in America si verificano le prime crisi energetiche, quelle del 1973 e del 1979, dovute allo scontro arabo-israeliano: i paesi arabi dell’OPEC si rifiutano di vendere petrolio agli americani, alleati di Israele. Il prezzo mondiale del petrolio passa da 3,4$ al barile a 37$ e il governo venezuelano può solo che essere soddisfatto perché non rischiava di vedere una crisi di domanda; il cartello garantisce quote di vendite prescindendo da ogni evento imprevisto sul mercato. Il PDVSA quadruplica le sue revenues e così il governo, per fronteggiare la scarsa diversificazione dell’economia nazionale, decide di aumentare il carico di spesa sociale senza ricorrere al gettito fiscale ma indebitandosi copiosamente. Questo genera soddisfazione negli elettori che sono contenti di eleggere il politico che promette meno tassazione rispetto agli altri. 

La favola, però, si sta per concludere, infatti l’avanzamento della ricerca anglo-americana e i progressi tecnologici nel settore petrolifero consentono un generale abbattimento dei costi produttivi, determinando notevoli economie di scala, ovvero, a costi progressivamente più bassi, corrispondono volumi di output maggiori in misura più che proporzionale. Questa è, a tutti gli effetti, la risposta delle 7 sorelle all’oligopolio arabo-venezuelano sul prezzo troppo alto che metteva in difficoltà i loro più importanti portatori di interesse, che per la maggior parte erano case automobilistiche americane ed europee. La progressiva discesa del prezzo continua anche per mano di uno dei paesi del cartello OPEC: l’Arabia Saudita aveva fatto accordi con i paesi occidentali per potersi legare al prezzo Brent, relativo ai giacimenti del Mare del Nord. La stessa teoria economica spiega che dal momento in cui degli agenti economici fanno un cartello, c’è la tendenza a deviare dall’accordo per poi diminuire il prezzo e far perdere quote di vendite ai suoi, ormai, ex alleati. Ultimo fattore, ma non meno influente sul mercato petrolifero, è la nascita dei contratti futuri, i cosiddetti futures, sotto il giogo degli speculatori occidentali: di fatto, adesso, Wall Street alza e abbassa il prezzo del greggio, speculando su di esso e controllandone l’andamento nel lungo periodo. 

E il Venezuela? Nell’ultima metà degli anni ‘70 si presenta come uno Stato che concede numerosi prestiti e sussidi alla popolazione e all’industria, come detto prima, non badando a spese. A partire dagli anni ‘80, però, la storia inizia a presentare il conto: l’indebitamento della nazione non è più sostenibile nel lungo periodo e la moneta locale si deprezza vorticosamente. Questo perché i governi continuano a scommettere sulla redditività del greggio, polarizzando sempre di più l’imprenditoria nazionale: il Venezuela non ha più alternative al petrolio. Agli occhi degli investitori stranieri è una pessima notizia, perché ormai il mercato ha spostato definitivamente il suo perno in Occidente causando una repentina fuga di capitali. Nel 1983, il Venezuela conosce il suo primo “Viernes Negro”: il governo Luis Herrera Campins dichiara ufficialmente bancarotta davanti alla comunità bancaria internaizonale e una restrizione sul bolìvar del 70% rispetto al dollaro. La violenta svalutazione della moneta, secondo il presidente Campins, deve tamponare la diminuzione delle esportazioni e rendere più convenienti gli investimenti per l’estero. Ma contribuisce solo a peggiorare la situazione: la moneta si dimostra debole e non affidabile come l’economia venezuelana. Questa crisi valutaria si trasforma in crisi del debito che sarà la più grande pena economica che dovrà affrontare il Venezuela e tutto il Sudamerica nel corso degli anni ‘90

Negli ultimi anni il Venezuela si presenta come uno dei paesi che sta vivendo la più lunga e violenta crisi economico-sociale al mondo; un paese che ha riserve petrolifere più abbondanti anche di quelle dell’intera area del Golfo Arabico ma che, allo stesso tempo, sta vivendo un’inflazione che la storia ha conosciuto solo durante la crisi del marco tedesco nel biennio tra il 1921 e il 1923: si parla di iperinflazione all’1.000.000.000% per la fine del 2018 secondo gli economisti. 

Oggi, con l’aumento generalizzato dei prezzi ai massimi storici dagli anni ‘70 per tutta l’economia mondiale e per cause riconducibili a crisi nel settore energetico (la storia si ripete), possiamo ritenerci davvero al sicuro dalla spirale vorticosa dell’iperinflazione?

Condividi questo articolo!

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *