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Università: sbagliare con le proprie mani

Illustrazione: Benedetta Giammarco

E quindi siamo giunti alla conclusione, all’ultima tappa di questo viaggio della mia rubrica: l’università.

Il tema che sento associato in maniera più ricorrente alla parola università è quello della salute mentale: attacchi di panico, depressione, ansia… Questi sono solo alcuni dei disagi che sento, per fortuna, lamentare sempre di più dai giovani (perché prima venivano taciuti), e che talvolta possono portare a gesti estremi: l’ultimo caso, per data e non per importanza, di cui sono venuto a conoscenza, porta il nome di Riccardo, studente di scienze infermieristiche che si è schiantato con la sua auto prima della sua finta festa di laurea. La domanda che mi sono posto appena ho letto la notizia è stata: “Perchè arrivare a tanto?”. Purtroppo Riccardo non è stato il primo e non sarà l’ultimo a fingere di aver dato esami che in realtà non ha mai passato né sostenuto, e se non capiamo perché per un giovane studente questi atti siano necessari, sicuramente non sarà l’ultimo che deciderà di levarsi la vita. 

E’ veramente un male essere fuoricorso? E’ veramente un male non aver ancora capito quale strada si vuole percorrere? E’ veramente un male lasciare l’università più volte, o non iniziarla proprio? 

Razionalmente risponderemo “ovviamente no”, ma in realtà non è così, e ve lo dico io che sono uno studente da due anni fuoricorso, insieme a molti altri che vivono ogni giorno queste esperienze, quest’ansia sociale, questa ghettizzazione che delle volte passa anche silenziosa, ma che una volta avvertita fa veramente tanto male. E’ inutile ribadire che attualmente la società si muove ancora a tappe: da bambino devi compiere determinate cose, da adolescente delle altre, da grande delle altre ancora; vi è un ordine preciso che non deve essere trasgredito; ne’ anticipato ne’ ritardato. Non siamo liberi di decidere quando terminare la scuola, quando iniziare ad avere relazioni, quando capire se la nostra vita sta prendendo una determinata direzione oppure no. Per tutte queste cose noi davanti alla società siamo e dobbiamo essere uguali, e chi non rispetta lo schema, chi ha difficoltà o semplicemente ha dei tempi differenti dalla moltitudine, è reputato problematico, debole, indeciso, ignorante, fallito. Il paradosso è che questa debolezza presunta, questa difficoltà, non è neanche supportata adeguatamente dallo stato, vista l’esigua entità del bonus psicologico stanziato recentemente, e visto il sovraffollamento di cui sono protagonisti quei pochi sportelli universitari a disposizione. Se una persona è indietro, deve vedersela da sola, anzi, in alcuni casi addirittura viene incitata a rinunciare agli studi dalla stessa università, che deve pensare al suo buon nome e al suo ranking.

I genitori, molte volte, magari a fin di bene perché preoccupati, peggiorano la situazione e non di poco, perchè si aspettano il meglio da noi, e spesso quel meglio non è ciò che è meglio per noi, ma ciò che loro pensano sia meglio per noi.  Ed ecco che arrivano a valanga pressioni enormi sulle nostre spalle, perché già è tanto dover riconoscere di non essere bravi o appassionati quanto i nostri compagni di corso, già è tanto vedere il professore che ci dice “ritorni al prossimo appello” mentre di fianco il nostro amico ha appena preso un 30 e lode, magari studiando ugualmente o meno di noi, già è tanto sentirci soli e incompresi dalla società che va molto più veloce di noi senza guardarci o guardandoci male, e ora per non bastare abbiamo anche la raffigurazione dei nostri genitori tristi, delusi, ansiosi per il nostro passato, presente e futuro, verso cui tra l’altro ci sentiamo debitori dato che hanno provveduto a pagare la retta e se fuori – sede anche vitto e alloggio. 

Tutte queste ansie, tutti questi pesi, sono comprensibili, sono naturali, li ho io e li hanno molti altri miei compagni, ma è naturale che non tutti reagiscono allo stesso modo, e non tutti sanno reggere determinati colpi, sapere come interpretarli in una maniera veramente obiettiva, né svalutante nè extra valutante. Per questo vi è bisogno di un supporto psicologico di facile accesso per tutti coloro che affrontano tale percorso. 

Io personalmente, che mi sono messo addosso tutte le etichette sopracitate durante i miei primi anni accademici, ho riflettuto, con l’aiuto di amici e non, su quanto effettivamente tali problemi universitari siano reali, ovvero su quanto effettivamente l’essere fuoricorso, il cambiare o lasciare l’università incidano sulla mia vita in maniera negativa. Ho scoperto che ciò che attualmente incide negativamente sulla mia vita in relazione all’università è proprio la difficoltà a riconoscere il fallimento, che mi ha portato ad essere fuoricorso perché ho continuato una facoltà che non mi piace per non portarmi dietro l’onta di aver sbagliato scelta, che mi ha portato a evitare di dare degli esami per paura di sentirmi dire che non ero pronto, che mi ha portato a continuare l’università anche da fuoricorso per paura di ritrovarmi in mezzo ad una strada, solo, senza un lavoro dignitoso: in Italia pare che oggi non si possa più far guadagnare da vivere ad un uomo che sceglie di non intraprendere la via accademica. 

Ma tutti i pensieri che vi ho appena elencato, sono frutto di convinzioni sbagliate, dicerie, modi di dire e di fare, che condizionano non solo le nostre scelte ma anche il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Riflettendoci in università siamo solamente dei numeri; nient’altro che numeri. Abbiamo una matricola a cui accompagnare dei voti e dei crediti, e interazioni con i professori limitate al minimo, infatti dopo un mese dall’esame nessun professore probabilmente vi riconoscerà più, avendo parlato forse solo 20 minuti direttamente con voi. Quindi assodato che noi siamo numeri, un esame negativo non è un giudizio negativo alla nostra persona o alla nostra intelligenza generale, ma solo una valutazione alle nostre risposte a un test. Quindi non vi dovrebbe essere reale motivo per la paura di essere bocciati semplicemente perché il professore non può farsi un’idea di noi senza nemmeno conoscere il nostro nome. Per quanto riguarda i tempi entro cui finire l’università, bisogna dire che sento e vedo sempre più persone che fanno di tutto pur di non lasciare indietro un esame della sessione: limitazione alle proprie relazioni, ai propri hobby, alle proprie passioni, alla cura del corpo e della mente, andando a fare un sunto delle proprie giornate con una sola parola: studio. Matto e disperatissimo. Ma se finiamo in tempo l’università, senza però aver curato tutto ciò che ci rende individui a 360 gradi, non saremo comunque persone incomplete, con un grande bagaglio di nozioni, che però non sanno nè comunicarle nè metterle al servizio dei propri colleghi, dei propri clienti?

Per chi invece opta per la via del “18 e sto bene” ad ogni esame, forse non c’è il rischio di essere stati sì veloci a finire, ma di non avere in effetti una preparazione dal punto di vista qualitativo adeguata al titolo ottenuto? 

Ognuno ha i propri tempi di apprendimento e deve rispettarli, per poter ambire al massimo dei voti, e più profondamente al massimo della gratificazione personale e culturale che non si misura con il tempo in cui si legge e si impara ma con la qualità di ciò che si è appreso. 

Non c’è motivo quindi di preoccuparsi di andare fuoricorso, se ciò che stiamo facendo ci piace e ci appassiona. 

L’unica cosa di cui bisogna preoccuparsi è la stasi dovuta alla consapevolezza di fare ciò che non ci sta piacendo, e perché non facciamo nulla per cambiare la situazione, per sovvertirla, per prendere in mano la nostra vita. Se ci rendiamo inermi, arrendevoli, rassegnati, di fronte ad una scelta sbagliata, dimostriamo a noi stessi di aver sbagliato due volte: una per mano nostra, una per mano di tutti coloro che ci hanno influenzato a prendere e a mantenere una facoltà che non ci rappresenta e non ci appaga. Non solo ci sentiamo dei falliti, ma ci sentiamo dei falliti che non hanno realmente scelto neanche il posto in cui fallire. 

Quando bisogna passare la maggior parte del proprio tempo a studiare o lavorare a qualcosa, non c’è prospettiva di stabilità, guadagno, benefits che tenga, se si è giovani, bisogna andare verso ciò che ci indica il nostro cuore, per provare a realizzare la nostra vera vocazione, altrimenti vivremo con il rimpianto eterno di non averci mai provato, per ricercare il porto più sicuro, che forse non siamo neanche stati in grado di raggiungere. E’ lecito fallire, ma non è lecito sentirsi dei falliti. Se falliamo in ciò che non ci piace, ci sentiamo anche dei falliti, perché sbagliamo seguendo un ordine che sappiamo già essere sbagliato per noi, e ci neghiamo la possibilità di percorrere la strada che noi crediamo la nostra. 

Se falliamo in ciò che ci piace, si apriranno sempre delle nuove porte e ci avvicineremo verso il posto in cui ci sentiremo giusti, un posto che esiste per tutti. 

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