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Una Prima Via 

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

Astrazioni Eccentriche

Nel 1966 Lucy Lippard, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo era impegnata nel suo primo progetto curatoriale indipendente: la mostra Eccentric Abstraction, tenutasi nella galleria Fischbach a New York dal 20 settembre al 3 ottobre.
L’obiettivo era quello di sfumare i confini tra minimalismo e qualcosa di più sensuale;Lucy R. Lippard, “Landmark Exhibitions Issue. Curating by Numbers,” Tate Papers, issue 12 (2009): 1. ma già dal titolo, la critica d’arte newyorkese esprimeva appieno l’intenzione di presentare una nuova via alternativa al minimalismo dominante in quegli anni, attraverso il lavoro di giovani e prevalentemente sconosciute – almeno all’epoca – artiste come Louise Bourgeois, Eva Hesse, Alice Adams e perfino il poi divenuto celebre Bruce Naumann. Il lavoro di queste artiste e artisti girava attorno allo studio sulle texture dei materiali e le superfici utilizzate per la creazione di forme non-specifiche, astratte.
Ne è un esempio l’opera Portrait del 1963, presente nella mostra del ‘66, realizzato da Louise Bourgeois.

Una massa informe e viscosa, di un materiale non facilmente distinguibile, emergeva dal muro formando, secondo la Lippard, quello che la psicanalisi chiama un part-object, ossia quella parte dell’ego di una persona che prende forma dalla auto percezione del proprio corpo.

La tendenza che emerge da mostre come questa era quella di creare una nuova nicchia all’interno di un sistema artistico ancora a misura di uomo da dedicare ad un’arte femminile, attraverso opere che utilizzassero materiali non convenzionali, e non legati ad una storicità maschile come erano le forme tradizionali di pittura e scultura. 

Appropriazioni

Lo stesso anno in cui a New York si teneva Eccentric Abstraction, Louise Bourgeois realizzava un nuovo feticcio surrealista: le regard (lo sguardo), nel quale forme che ricordano genitali femminili emergono da una massa di malta e latex, li stessi materiali utilizzati dall’artista per realizzare, due anni dopo, la filette (la piccola ragazza), che questa volta prendevano le forme di un feticcio fallico. Quest’ultimo era dotato di una forte ambivalenza, in quanto il suo significato variava in base al modo in cui veniva presentato.
Se appeso al soffitto da un filo metallico, come accadeva spesso, acquisiva il valore di oggetto d’odio: genitali castrati appesi come trofeo.
Ma se tenuto in braccio dall’artista, come in una celebre fotografia di Robert Mapplethorpe, diveniva oggetto d’amore, quasi come una madre che tiene in braccio il proprio figlio, o meglio la propria “piccola bambina”. 

Se le regard era una parodia dello sguardo maschile sulle donne, la fillette diventa una vera e propria appropriazione femminile e femminista del simbolo fallico e di tutte le sue significanze. 

E allo stesso modo in cui Bourgeois si appropriava dei simboli maschili, il movimento femminista sul finire degli anni ‘60 si stava riappropriando e reclamando una propria visione sul mondo attraverso l’arte. Si stava cominciando a riflettere su quale fosse effettivamente l’uso che le donne dovessero fare dei mezzi espressivi artistici.

Secondo Valie Export, artista e performer austriaca, l’arte serve alle donne per influenzare la coscienza collettiva e per permettere alle idee femministe di “permeare la costruzione sociale della realtà”. 

Era evidente come l’arte, fino a quel momento, fosse stata per la maggior parte fatta da uomini, ed era necessario smontare la loro visione, le loro risposte e le loro soluzioni. Le stesse nozioni di amore, famiglia e fedeltà erano state imposte sulle donne dalla visione maschile sul mondo. 

Scriverà in un saggio del 1973 intitolato Woman’s Art:Neues Forum, XX, 228, Vienna: January 1973)

to change the art imposed on us by man is to destroy the facets of women constructed by man. […] art can be significant for the women’s movement to the extent that we strike new meanings – our meanings – […]. the question concerning what women can give to art and art can give to women, can be answered thus: to translate the specific situation of the woman into the artistic context is to construct signs e signals which, first, constitute new artistic messages and forms of expression and, second, retrospectively change the situation of women.

cambiare l’arte imposta su di noi dagli uomini significa distruggere le sfaccettature delle donne create dagli uomini. […] l’arte può essere significativa per il movimento delle donne nella misura in cui coniamo nuovi significati – i nostri significati – […]. alla domanda che concerne cosa le donne possono dare a l’arte e l’arte dare alle donne, si può rispondere ciò: traslare la specifica situazione della donna nel contesto artistico è costruire segni e segnali che, primo, costituiscono nuovi messaggi e modalità espressive e, secondo, retrospettivamente cambiano la situazione della donna.

Secondo la Export, inserirsi nel mondo dell’arte dava la possibilità alle donne e al loro movimento di smontare la figura delle donne creata dagli uomini, per crearne una nuova che potesse cambiare la situazione delle donne nella società. 

E appropriazione della visione e del ruolo della donna significava per forza di cose riappropriazione del proprio corpo, e nel 1968 l’artista austriaca realizzò una performance in pieno stile fluxus per dichiarare la proprietà sul suo corpo e l’autodeterminazione sessuale sua e di tutte le donne. 

La performance, intitolata TAPP und TASTKINO (Tap and Touch cinema), consisteva nell’artista che girava per la città portando con sé un piccolo teatro portatile che dietro delle tende le nascondesse il seno. I passanti scelti dalla performer potevano, nell’intimità del buio di un “cinema” potevano toccare ciò che era nascosto dal sipario. 

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