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Una finestra sul brivido

Illustrazione: Maria Brancatisano

Entrando nel panorama dell’orrore

“No Sid! Non dare la colpa al cinema. I film non fanno nascere nuovi pazzi, li fanno solo diventare più creativi.” – Billy Loomis, Scream

Creatività, ingegno e un’ottima dose di realtà, questi sono gli ingredienti principali per un esaustivo e entusiasmante film dell’orrore. Non tutti sanno che la maggior parte delle pellicole horror sono basate su storie realmente accadute, e sicuramente questa caratteristica aiuta a renderli ancora più terrificanti. Seguendo canali YouTube riguardanti il True Crime, come Elisa True Crime e Bix’s Coven, si possono approfondire questi collegamenti e scoprire casi di cui la gente ignora la storia, intrecciati o meno al panorama cinematografico. 

 

Per citare alcuni esempi possiamo iniziare prendendo in analisi il film “Non aprite quella porta”, con protagonista Leatherface o in italiano Faccia di cuoio, per via del volto sfigurato e ricoperto da una maschera del medesimo materiale. Gli avvenimenti del personaggio principale sono simili a quelli del serial killer (termine per identificare un assassino seriale, ovvero chi commette con lo stesso modus operandi e con le stesse preferenze di vittima, tre o più omicidi) Edward Theodore Gein. Lui, soprannominato il macellaio di Plainfield o il macellaio pazzo, fu associato a sole due scomparse delle sei avvenute nella sua cittadina ma riuscirono ad incriminarlo per svariate motivazioni. Commise atti di squartamento e necrofilia sulle vittime, ma non solo, perché era anche solito violare delle bare e costruirsi vari pezzi di arredo con le parti dei corpi dei poveri malcapitati (per questo Gein ha ispirato anche Norman Bates di “Psycho”, celebre pellicola del regista Alfred Hitchcock).  

 

Se si menzionano i film dell’orrore è impossibile non nominare la perla degli anni novanta: “Scream”. Sicuramente si tratta di uno dei più importanti capisaldi del genere, nonostante sia una parodia del solito slasher. Con questo termine si descrive una sottocategoria degli horror, caratterizzata da un serial killer che commette una catena di omicidi e con due personaggi principali: le “scream queens”, ragazze apportate all’interno solo per fare da cornice alla vera protagonista e la “final girl”, l’eroe per eccellenza che lotta con l’assassino (il primo slasher effettivo si dice sia italiano, ovvero “Reazione a catena” del 1972, di Mario Bava). Non tutti però sono consapevoli del fatto che anche la satira del regista Wes Craven è in realtà basata sulla vera e cruda vicenda di Danny Rolling. Lui, dopo l’arresto, confessò l’assassinio e la mutilazione di cinque studenti in Florida, commessi nel 1990 ma non fu mai incriminato del triplice omicidio a Shreveport del 1989. Venne comunque condannato a morte nel 2006, dopo quasi due decenni dagli atroci crimini compiuti. 

 

Anche una delle ultime saghe riprese per ricreare un remake, è in realtà influenzata da una storia esistente. Sto parlando di “It”, sia della miniserie del 1990 con Tim Curry, sia dei film più recenti con Bill Skarsgård, entrambi adattamenti dell’omonimo romanzo dello scrittore Stephen King. La vicenda del pagliaccio assassino è ispirata alle orribili gesta di John Wayne Gacy, da poco protagonista di un documentario, targato Netflix, che ha generato varie lamentele da parte del pubblico e intitolato “Conversazioni con un killer: il caso Gacy”. L’uomo, soprannominato Killer Clown, rapì, torturò, sodomizzò e uccise trentatré vittime, tutte adolescenti e di sesso maschile, tra il 1972 e il 1978. Seppellì i corpi delle vittime sotto la sua abitazione o nelle fondamenta del barbecue in giardino e venne catturato proprio grazie ad un errore commesso nel suo ultimo occultamento. 

 

L’ultimo film di cui approfondiamo la trama è diretto da un regista italiano, ovvero Dogman del 2018, di Matteo Garrone. Anche questa pellicola è ispirata ad una vicenda realmente accaduta, il caso di Pietro De Negri, soprannominato il Canaro della Magliana o in romano er Canaro. L’uomo deve il suo soprannome all’attività di toelettatore di cani in via della Magliana, un quartiere popolare di Roma. Non fu etichettato come un serial killer, ma colpì comunque l’opinione pubblica per la particolare efferatezza dell’omicidio, poiché a detta sua, torturò e mutilò a lungo l’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci, prima di rubargli la vita (nonostante l’autopsia del giovane smentì le parole del Canaro). Sicuramente l’interrogatorio e le parole di Pietro De Negri sono la prova di quanto l’uomo possa essere crudele e riservare ad un suo simile un’agonia senza paragoni.

“So stato io, gli ho sciacquato il cervello con lo shampoo dei cani, a quell’infame. Gli ho amputato le dita, poi gli ho tagliato le orecchie, il naso, i genitali. Gli ho detto: adesso non sei più neanche un uomo. Lui è svenuto, io ho bruciato le ferite con la benzina per fermare il sangue e l’ho fatto rinvenire. Parlava troppo, continuava a insultarmi così gli ho tagliato la lingua. Ma non voleva saperne di morire, quell’infame. Alla fine gli ho sfondato la testa e lavato il cervello.” 

 

Esistono ancora svariate pellicole ispirate a vicende vere e fondate, come la storia della bambola Robert, a detta di molti posseduta (citata anche in una serie televisiva chiamata “Lore”, nell’episodio 1×06, nel quale viene narrata la sua “vita” nel dettaglio), riferimento del film “La bambola assassina” del 1988 o le crudeli gesta di Robert Maudsley, soprannominato Hannibal the Cannibal, che hanno influenzato il regista del film “Il silenzio degli innocenti” e in particolare il personaggio di Hannibal Lecter

I film citati sono un chiaro campanello d’allarme, non perché la violenza attraverso uno schermo possa effettivamente rendere schiavo chi la guarda, ma al contrario la società dovrebbe essere quella mutata nel profondo. Non si dovrebbero più mescolare fantasia con realtà e scambiare un’opera cinematografica con qualcosa di reale e replicabile. 

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