un-certo-tipo-di-cinema

Un certo tipo di cinema

Illustrazione: Gaia Spagnoli

Limiti e difetti del cinema contemporaneo

Truffaut è morto come un giovane uomo, un cinquantaduenne, con appena i capelli bianchi e la pelle gonfia. Eppure, il cinema, nel 1984 aveva un’età anziana, quasi una novantina d’anni, un’età d’incertezza e sconforto, desiderio e paura, ossessione di non poter tornare indietro e quindi saggezza. Truffaut è morto lasciando al suo seguito un’onda di cinema (perdonerete l’associazione verbale alla “Nouvelle Vague”), ma senza tuttavia poter saper quando si sarebbe infranta.

Oggi lo spirito del cinema, quello che ci ha lasciato Truffaut e con lui tutti i grandi autori, ha abbandonato le nostre case, quelle del popolo, e non so se farà ritorno, se potremo mai ricominciare a parlare di un “cinema degli autori” e per gli autori.

La figura umana nelle pellicole scompare in modo lento, soffuso, ironicamente proprio attraverso la rapidità dell’immagine: la necessità di vedere di più, di scoprire e quindi di apprezzare, senza sforzo, un qualcosa. La celebre fatica del pensare non è ormai più utile, la memoria ha perso incredibilmente di valore per prestare la sua forza all’intelletto.

Perciò il cinema di oggi sarebbe più intelligente? Si è la risposta. Tutto chiaramente va calibrato secondo il mondo che ci circonda, intorno alla visione “limitata” che abbiamo del futuro e del progredire della razza umana. Non è mio compito quello di erigermi ad antropologo o sociologo determinando una teoria sul “giusto futuro” che la nostra specie dovrebbe perseguire.

Tuttavia, un’opinione vorrei lasciarla: abbiamo bisogno di ricordare i bei film che osserviamo.

Quello che ci si presenta davanti agli occhi, oggigiorno, va attentamente discriminato: se appartenente alla sfera dei sensi “reali” o altresì “virtuali”. Cosa intendo per sensi virtuali (quelli reali voglio ben sperare che siano chiari al lettore)? Intendo quelle proiezioni intellettive che si hanno riguardo le sensazioni precedentemente ricavate dal mondo esterno (proprio attraverso quella controparte reale); quelle che William Wordsworth avrebbe associato alla “Recollection in tranquillity”. Tornando al discorso precedente, questo scisma tra paradigmi di appartenenza sensoriale pone in essere un grande problema sulla concezione del bello e ancor prima del valore o della stessa esistenza di un’opera. Io onestamente tenderei a non relegare tutto ai soli sensi “dell’osservazione”, bensì mi allargherei a quelli della percezione dai quali deriva un pensiero vivo, in combustione, profondo e immanente, ironicamente proprio perché ci colpiscono in modo più vicino e quindi, per noi, più reale.

Riprendo una citazione di Alberto Giacometti (pittore e scultore del ‘900): «Durante un incendio tra un gatto e un (dipinto di) Rembrandt io salverei il gatto». Io non voglio che questa citazione sia presa alla lettera, ma voglio usarla come punto di partenza, come esempio, per poter parlare della grande mancanza dell’arte cinematografica odierna (si intende nella sua maggioranza, nella specie nel suo mainstream): i registi e gli autori di oggi devono essere consapevoli del fatto che una vita vale di più di quella loro stupenda immaginazione. Ciò non significa che la vita debba avere la precedenza sull’arte, bensì che l’arte debba necessariamente racchiudere in sé la vita. Allora può diventare superiore, allora si parlerebbe di creazione, fenomeno parallelo a quello di dar vita al proprio figlio, ed è con questo strumento che nascono i classici, i capolavori, slegati dalla mortalità, ma profondamente allacciati alla vita dell’uomo.

Allora per quanto riguarda noi pubblico, il nostro ruolo è quello di dare importanza alla celebrata memoria, per mantenere vive quelle pellicole che meritano di superare il tempo della visione, trascendere dalla sala cinematografica e ricrearsi nella cultura collettiva.

Si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita… la nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza di essa non siamo nulla… (Non mi resta che aspettare l’amnesia finale, quella che può cancellare una vita intera, come fu per mia madre…)

Luis Bunuel

Condividi questo articolo!

Un commento

  1. In questo brano dotto e forse volutamente non emozionale scorre una passione consapevole, che induce alla lettura e rilettura….

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *