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Trilogia della frontiera: di cavalli, lupi e storie di formazione.

Illustrazione: Luca Macerata

Una frontiera selvaggia narrata in ogni dettaglio da Cormac McCarthy, tra romanticismo e malinconia. 

Tra il 1992 e il 1999 Cormac McCarthy scrive tre romanzi, Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura, che vanno a completare quella che viene definita Trilogia della frontiera. 

Tre romanzi seminali, che influenzeranno il modo di narrare non solo un certo tipo di letteratura, ma anche un certo modo di fare cinema, tanto che il noto regista e sceneggiatore Taylor Sheridan arriverà a concepite la sua Trilogia della frontiera cinematografica, ispirata proprio all’epica “McCarthyiana” profondamente radicata nel bagaglio culturale statunitense. 

Tre romanzi distinti, ma anche un’unica grande avventura, da leggere tutta d’un fiato. 

Cavalli Selvaggi

Pubblicato nel 1992, segue le vicende, ambientate nel 1949, di John Grady Cole, un ragazzo sedicenne che non accetta l’idea di abbandonare il suo ranch e, insieme al suo amico Lacey Rawlins, si mette alla ricerca di una vita da vero cowboy in Messico.

In questo primo volume c’è l’ideale romantico dell’uomo di frontiera, che non vuole arrendersi al mondo moderno che avanza, e il dramma del conservare la propria identità o costruirne una nuova. 

È un romanzo che si basa sui contrasti, su due mondi profondamente diversi; la realtà delle praterie texane e del Messico al di là del confine. Due universi a sé stanti, ognuno con la propria storia. 

John Grady Cole si trova più volte a doversi confrontare con la natura spietata, impossibile da sfidare, uomini abietti e i dilemmi d’amore e d’onore. Un eroe tragico fedele al proprio codice morale che più volte viene messo in discussione da quella stessa vita da cowboy che da sempre cerca di abbracciare. 

Oltre il confine 

Nel secondo romanzo (1994) il protagonista è Billy Parham, anch’egli adolescente, ma muove i suoi primi passi nel Messico prima della seconda guerra mondiale, a differenza di John.

Una lupa minaccia gli acri di terreno della famiglia Parham; Billy, insieme a suo fratello Boyd, si mette sulle tracce della fiera, scoprendo poco più avanti che è incinta. Non ritenendo giusto porre fine alla sua vita, decide di portarla oltre il confine, appunto. In un Messico selvaggio e per certi aspetti “metafisico”. 

Questo capitolo della trilogia ha toni decisamente più malinconici, descrivendo un viaggio al limite dello spirituale. Gli incontri con i vari personaggi sono scanditi da dialoghi ridotti all’osso, essenziali. Le descrizioni dei paesaggi convergono con le emozioni del protagonista, quasi a sottolineare un viaggio che va oltre il mondo terreno, dove oltre la crescita biologica, vi è una crescita interiore molto marcata. 

Città della pianura. 

Nel 1999, Cormac McCarthy dà una conclusione a questa trilogia, con una crasi tra i due capitoli precedenti. John Grady Cole e Billy Parham si trovano insieme a lavorare in un ranch. 

Il tema della ricerca della propria identità e del proprio posto nel mondo ritorna, in un romanzo che intreccia una storia d’amore tormentata con la violenza cruda e realistica tipica dello scrittore. Qui il lato pessimista del nero-romanticismo che caratterizza la trilogia viene fuori in maniera ancora più ampia, senza però sfociare nel cinismo e nella desolazione delle prime opere dell’autore. Vi sono incredibili sprazzi di vitalità e un interesse nell’esplorare i sentimenti più profondi di uomini considerati principalmente dei “duri”. Forse il volume più intimo della saga, dove la spietatezza della modernità incontra l’urlo di libertà lanciato dai protagonisti, che vogliono essere prima di ogni altra cosa, per l’appunto, liberi. 

Ci sarebbe molto altro da dire su questa opera, avendo lasciato un segno indelebile nella cultura popolare, ma il consiglio è di iniziarla sapendo il meno possibile, per esplorare pagina dopo pagina quel mondo sapientemente costruito. Così realistico e così sospeso nel tempo allo stesso modo. 

Trilogia della Frontiera, con i suoi dialoghi concisi e asciutti, getta le basi per la fase del minimalismo assoluto che trova l’apice in “Non è un paese per vecchi” ma soprattutto ne “La Strada”. 

Forse, nonostante la lunghezza, è l’opera migliore per approcciarsi a questo autore, perché è impossibile non lasciarsi emozionare dalla complessità dei personaggi che evolvono capitolo dopo capitolo e volume dopo volume. Finite quelle mille e più pagine ci si sentirà di aver cavalcato per gli USA e il Messico con John e Billy, in un’esperienza formativa, avendo scoperto una pietra miliare della letteratura occidentale. 

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