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Tra la Mandragola e l’Avvocato del Diavolo

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Se passeggiando, questa volta per Firenze, arrivassimo, diciamo per caso, nei pressi di Piazza San Marco, potremmo imbatterci nel Palazzo Medici Riccardi dove, tra il sei e l’otto di dicembre del 1518 si tennero le nozze di Lorenzo di Piero de’ Medici. È in tale occasione, pare, che sia stata rappresentata per la prima volta La Mandragola di Niccolò Machiavelli. In realtà queste date non hanno degli effettivi riscontri: recenti studi hanno infatti sostenuto che la composizione sia avvenuta tra il 1514 e il 1515 e la prima rappresentazione sia avvenuta nel 1520.

Sebbene la prima messinscena sia avvenuta in un palazzo, non è più legittimo parlare di un teatro di corte: grazie soprattutto alla ripresa delle commedie latine, infatti, il genere teatrale nel Cinquecento torna ad appropriarsi di molte sue caratteristiche principali. Una tra queste, forse una delle più importanti in assoluto è lo spazio. Uno dei primi luoghi dedicati alle rappresentazioni teatrali che consentisse l’impiego di una complessa scenografia è la Loggia del Falconetto di Padova, e, in seguito il Teatro Olimpico di Andrea Palladio, a Vicenza, che ancora oggi conserva la scenografia cinquecentesca di Vincenzo Scamozzi dell’Edipo re, rappresentazione che inaugura il teatro nel 1585. Nel XVI secolo si colloca inoltre la nascita di teatri privati a pagamento aperti a tutte le classi sociali, così il teatro smette di essere un’esclusiva dell’aristocrazia. Le rappresentazioni teatrali, inoltre, iniziano a popolarsi di più attori, i quali si trovano a dover imparare testi notevolmente più lunghi rispetto quelli della tradizione quattrocentesca gli intrecci si infittiscono e tornano a un impianto di struttura tipicamente plautina. La Mandragola, naturalmente, risente di tutti questi aspetti ed è propriamente definibile come commedia, composta da un prologo e cinque atti, inframmezzati da quattro canzoni.

Anche per Machiavelli, i classici (latini) giocano un ruolo fondamentale. Da questi, nella commedia, riprende la tradizione del doppio e del travestimento, introducendo lo sdoppiamento. Nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 è egli stesso ad affermare che il momento più importante della sua giornata è proprio lo studio serale dei classici:

“Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.”

È dunque evidente che il rapporto di Machiavelli con i classici è un rapporto dinamico, un dialogo, un confronto, ed è dallo studio di questi che eredita due verità (da lui considerate tali, ognuno creda vero ciò che più gli piace): anzitutto che la natura umana resta immutata nel corso della storia e, poi, che suddetta natura è sostanzialmente cattiva. L’uomo è egoista, avido, potendo scegliere sceglie il male. Questa visione pessimistica della natura umana è caratteristica della mandragola, in cui tutti i personaggi agiscono mossi da un individualismo esasperato, ognuno è corrotto e corruttibile, anche quel trionfo di virtù che viene presentato sotto al nome di Lucrezia si dimostrerà corrompibile. La comicità di Machiavelli è intrisa di satira.

Un’altra ripresa latina è la ripresa delle maschere, in particolare per quanto riguarda Ligurio, che incarna una figura tipica della commedia plautina: il parassita, che agisce esclusivamente in funzione dei propri interessi. Poiché Ligurio sembra mettere in atto nella quotidianità tutti i consigli forniti il principe moderno per la realizzazione del suo disegno politico, molti studi vi hanno letto una sorta di degradazione della materia del Principe.

Machiavelli rappresenta un’umanità colta nei suoi vizi, negli istinti più che nelle passioni, in uno sfrenatissimo egoismo che nessuno ha cura realmente di sanare, bensì forse di celare, così che accettiamo il denaro per far bere un’ambigua pozione che la nostra religione condanna, ma diciamo di farlo per il bene comune, incolpiamo altri di ciò che è dovuto solo a noi, siamo coscienti di ciò che siamo eppure non lo ammettiamo ad alta voce. E Machiavelli ci guarda e ci descrive. Magari mentre fa quel sorriso un po’ inquietante che si è soliti attribuirgli. Però io vorrei la capacità di rappresentare un’umanità senza possibilità di riscatto alcuna senza che dalle mie parole nascano critiche. È ciò che è riuscito a fare: al di là del genio politico e letterario, al di là dell’invenzione di una morale totalmente nuova e anticonformista, Machiavelli non ha mai critica l’essere umano, pur conoscendone -o credendo di conoscerne- anche i più orrendi difetti. Un po’ come ciò che dice John Milton nell’Avvocato del diavolo: “A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato. E sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato, nonostante le sue maledette imperfezioni.”

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