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Tra (emotività), utilità ed etica

Copertina: Ilaria Barracca

Teoria dei giochi e “The grapes of wrath”

The grapes of wrath” (tradotto poi in “Furore”) è un romanzo di John Steinbeck, pubblicato nel 1939, vincitore del Premio Pulitzer nel 1940, nonché opera che valse all’autore il Nobel per la letteratura nel 1962.

In breve, il romanzo tratta il viaggio (di)sperato che porta la famiglia Joad via dalla loro fattoria in Oklahoma fino alla California, in cerca di lavoro. Il loro terreno e la loro casa, infatti, sono stati confiscati (e di conseguenza distrutti) dalle banche a cui avevano chiesto dei prestiti. In più, le loro condizioni sono state ulteriormente aggravate dalle Dust Bowls (le tempeste di polvere che attraversarono il Nord America degli anni Trenta). 

Tuttavia, in “The grapes of wrath”, non si possono non considerare i Joad come simbolo di tutte quelle famiglie provenienti dal centro-ovest degli USA, che si sono ritrovate nelle loro stesse condizioni, costrette ad emigrare a causa delle conseguenze della Grande Depressione. 

 

Già nell’articolo precedente si è discusso della Crisi del ‘29 e del New Deal attraverso le teorie di Keynes. E sin dal momento della sua pubblicazione, “The grapes of wrath” è stato considerato da molti un vero e proprio “manifesto” del New Deal rooseveltiano (tra un’accusa e l’altra di raccontare il falso oppure di “puzzare di comunismo”).

Limiti della teoria dei giochi

Si è anche appurato, nel corso della rubrica, che, finché si tratta di sottolineare le fallacie strutturali del laissez-faire e (in parte) del capitalismo, la teoria dei giochi offre ottimi strumenti – anche a partire dai casi più semplici, come il “dilemma del prigioniero”. Nell’articolo precedente, ad esempio, si è visto come “l’entrata in gioco” dello Stato risulti necessariamente nell’entrata in conflitto di quest’ultimo con le imprese (i due prigionieri) in concorrenza tra loro. Tuttavia, questa modifica apportata al gioco non cancella di certo tutti i problemi (che potremmo chiamare “ingiustizie”, usando un approccio più emotivo) intrinsechi al capitalismo. La disuguaglianza di base del capitalismo non può essere eliminata da misure di interventismo keynesiane.

Purtroppo, però, anche la teoria dei giochi ha un campo di applicazione limitato, seppur di poco, quando diventa inevitabile applicarla al sociale. Figurarsi quando si trova a sfiorare persino la sfera dell’etica, dell’irrazionalità, dei sentimenti (di cui la società è necessariamente intrisa). Sentimenti che, specie in un romanzo, acquistano irrimediabilmente maggior rilievo rispetto allo sfondo economico.

Per fortuna, in “The grapes of wrath” questo fenomeno di “emotivizzazione” è arginato dalla portata universale della vicenda particolare narrata, dalla rappresentazione di un sistema complesso che comprende migranti, grandi proprietari terrieri e opinione pubblica (tutti sistemi complessi a loro volta). E, come si è analizzato nell’articolo su Marx, ogni tipo di gioco, usato per descrivere e prevedere l’esito della lotta di classe tra proletariato e borghesia capitalista, ha degli aspetti troppo approssimativi.

La domanda sorge spontanea, come si potrà mai inserire la teoria dei giochi in un contesto che, per quanto possa essere descritto oggettivamente, è comunque romanzato?

Non penso ci sia un modo per dimostrare matematicamente la complessità umana e sociale (almeno per ora). Tuttavia, mi sono proposta di analizzare il confine – sfocato, indefinito –  che separa utilità e quella che (molto genericamente) potremmo chiamare etica. Per cercare di dimostrare – matematicamente e non – che la complessità è inevitabile e che una necessità deterministica, talvolta, (purtroppo o per fortuna) non è una spiegazione esaustiva e/o risolutiva. Per cercare di far emergere, anche dalle pagine di un romanzo, che la lotta tra le due inclinazioni, una alla collaborazione e l’altra al perseguimento dell’interesse privato, tendono ad essere un “pattern” nella storia dell’umanità in generale, e nella vita di tutti i giorni in particolare.

Utilità individuale vs utilità collettiva

Come è stato già abbondantemente trattato, nel “dilemma del prigioniero” la strategia legata alla massimizzazione del profitto individuale domina quella cooperativa, conducendo però i giocatori ad un compromesso non troppo svantaggioso, ma di certo non vantaggioso, per entrambi.

Se nel “dilemma del prigioniero” il conflitto tra collaborazione e protezione dell’interesse privato è corollario degli assiomi di razionalità di Von Neumann e Morgenstern; in “The grapes of wrath” lo stesso conflitto è in gran parte di carattere interiore e emotivo.

Nel corso del romanzo, i vari membri delle famiglie immigrate in California attraversano uno sviluppo (psicologico? emotivo? utilitaristico?) che parte dalla convinzione che sia meglio seguire unicamente l’interesse del proprio nucleo familiare, per arrivare gradualmente a capire che, alla fine, conviene a tutti cooperare, coalizzarsi contro un nemico comune: gli imprenditori proprietari dei terreni californiani.

L’apice di questo moto interiore di collaborazione è rappresentato dalle parole dell’ex-predicatore Casy, il quale, già a partire dall’inizio del romanzo, si distingue per le sue teorie simil-panteistiche. Teorie che inizialmente gli si presentano – come afferma lui stesso –  poco chiare alla mente, ma che, verso la fine della vicenda, troveranno la loro ragion d’essere in una (ri)trovata coscienza di classe, in un (ri)trovato potenziale rivoluzionario.  Aspetti che c’erano sempre stati in tutte quelle persone che dal Midwest erano emigrate in California, ma che non li avevano mai visti, a causa dell’iniziale desiderio di proteggere gli interessi di se stessi o delle proprie famiglie. 

“«Vedi, lì dentro erano tutti brava gente. Quello che l’aveva fatti diventare cattivi era che avevano bisogno di qualcosa. E allora ho cominciato a capire. Le rogne nascono tutte dal bisogno. IO non ce l’ho ancora tutto chiaro. Ma la questione è che un giorno ci hanno dato dei fagioli malandati. Uno s’è lamentato, e non è successo niente. Allora s’è messo uno a urlare. Il secondino viene, dà un’occhiata e se ne va. Allora s‘è messo a gridare un altro. E alla fine, amico mio, ci siamo messi a urlare tutti quanti. E urlavamo tutti con la stessa voce, così forte che era come se la cella stava scoppiando. Allora sì che è successo qualcosa! Quelli sono arrivati di corsa e ci hanno dato dell’altra roba da mangiare… e non era malandata. Capisci?»

«No.» disse Tom.

Questo un estratto di uno dei discorsi di Casy, appena uscito di prigione, rivolto a Tom Joad (il protagonista), che alla fine giungerà a capire ciò che l’ex predicatore aveva capito tempo prima. 

 

Dunque, che sia per razionalità e intelligenza o per moti spirituali/emotivi poco importa, un conflitto tra perseguimento dell’utilità collettiva e perseguimento dell’utilità individuale è spesso (se non sempre) presente e fondamentale in svariate situazioni – che, anche per questo motivo, si possono rappresentare e descrivere sotto forma di un gioco.

Coalizioni e strategie anti-etiche

Dalla coscienza di classe e dalla consapevolezza di avere un potenziale rivoluzionario, si giunge, quindi, alla costituzione di una coalizione (termine usato anche in teoria dei giochi), formata da coloro che semplicemente “si trovano sulla stessa barca” o, detta in modo più romanzato-profetico “alla Casy”, si sentono parte di un Tutto anche a livello spirituale. Di solito una coalizione si scontra con un altro giocatore (che può anch’esso essere una coalizione): in questo caso, i grandi proprietari terrieri californiani. Coalizione appoggiata, in modi diversi, sia dagli “sceriffi” sia dall’opinione pubblica media (che leggiamo rivolgersi agli immigrati con l’appellativo dispregiativo di “Okie”). 

Si potrebbe parlare di due classi sociali ben distinte e contrapposte, con interessi (pay-off o utilità) diversi. Lo scontro tra questi due giocatori potrebbe essere descritto da un Assurance game, da un Ultimatum game, o più in generale da un gioco a somma zero con due giocatori (come illustrato nell’articolo riguardo a Marx). Tutte queste interpretazioni sono plausibili e ingegnose, ma in esse sfuggono alcuni aspetti, poiché cercano di modellizzare situazioni sociali e quindi complesse. 

Proporrei, allora, di concentrarsi sulle strategie specifiche che entrambi i giocatori mettono in atto, poiché sono proprio queste ultime – a mio parere – a rendere complessa la faccenda.

Infatti, gli imprenditori californiani, come prima mossa, diffondono ovunque una gran quantità di volantini, che illustrano quanto, in California, le terre siano floride, quanto alti siano i salari offerti a chi le lavora… Insomma, delle vere e proprie pubblicità per attrarre quelle persone che, persi campi e case, sono in cerca di lavoro e migliori condizioni di vita. Persone che, tuttavia, appena arrivano in California, si rendono conto dell’inganno: i grandi proprietari mandano in giro molti più volantini di quanti lavoratori servano, causando l’arrivo in massa di gente ormai disperata, disposta ad accettare qualsiasi cifra, pur di guadagnare qualcosa per vivere. Risultato: salari così bassi che si può parlare di sfruttamento a tutti gli effetti. Inoltre, per “mantenere l’ordine” (che tradotto significa “evitare che gli “Okie” si organizzino e si ribellino”), gli sceriffi vengono periodicamente inviati nei campi (illegali e legali) dove vivono gli immigrati per cacciarli, spesso con degli incendi. Il tutto mentre l’opinione pubblica viene convinta e si convince sempre di più ad odiare gli “Okie”. Questi ultimi, invece, hanno dalla loro solo loro stessi, alla fine, e l’aiuto dei cosiddetti “campi del governo” (istituiti dalla Resettlement Administration, un’organizzazione del periodo del New Deal), praticamente sempre pieni. Dunque, la vera forza degli “Okie” sta nella loro cooperazione e organizzazione, proprio ciò che i grandi proprietari vogliono evitare che accada.

Il romanzo ha un finale aperto, forse come a dire che sta a noi pensare a chi “vincerà” il gioco. A questo proposito, a me piace ricordare la seguente frase: “Power doesn’t panic”. [Forse penserete che sia tratta direttamente da “The grapes of wrath”, ma vi deluderò dicendo che è una citazione della serie tv “Andor”]. “Power doesn’t panic”, nel senso che se gli imprenditori (e gli sceriffi) hanno paura che gli “Okie” si organizzino e si ribellino, significa che, almeno in parte, li temono e che quindi una speranza c’è, per quanto possa essere lontana.

“Sarò in tutti i posti”

Che un romanzo sia troppo “emotivo” per parlare di matematica (o perché ne parli io) è forse scontato, come che sia impregnato di idealismo. Che il finale aperto sia testimonianza di questo approccio più “sentimentale” è forse ovvio. E la scena finale, l’addio tra Tom e la madre, viene a sostegno di questa tesi. Il protagonista infatti dice: “Io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutt’i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì”.

Ma è proprio il finale che, quando finii di leggere il libro, mi lasciò questo pensiero in mente: il confine tra utilità ed etica è indefinibile, confuso, non è nitido ma sfocato; tuttavia, penso che le parole di Tom possano stare “in tutti i posti”, ovvero abbiano valore, sia se frutto di un ideale sia se frutto di una semplice ricerca di un benessere personale, che per essere raggiunto è necessario assuma una dimensione collettiva.

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