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The Mantle/Ashes against the grain

Illustrazione: Luca Macerata

Inverno e ancora inverno. 

Prima di iniziare, voglio segnalare che la rubrica Diramazioni subirà un mutamento. Ho scelto di chiudere questo primo ciclo, iniziato quasi un anno fa, con due articoli in uno invece di seguire il classico percorso a “trilogie”. Dopotutto l’argomento si presta bene alla cosa, perché gli album dei quali tratteremo tra poco sono esattamente due facce della stessa medaglia; due opere speculari che seguono lo stesso leitmotiv ma muovendosi su una concezione musicale differente. 

Il capitolo di Diramazioni dedicato agli Agalloch, nota band Post-Metal dell’Oregon, era iniziato con un articolo sul loro primo Full-length Pale Folklore; un album ancora poco definito musicalmente, forse sì, ma intenso e dalla pesante aura autunnale. 

The Mantle e Ashes against the grain invece sono puro coinvolgimento invernale, a partire dai glaciali Artwork che caratterizzano questi due album. 

Scopriamo perché:

The Mantle

13 Agosto del 2003, l’estate diventa improvvisamente inverno. 

La statua dell’artista statunitense Roland Hinton Perry Thompson Elk, uno dei simboli della Portland degli Agalloch, si staglia contro grigie silhouette di rami spogli. Questa è la copertina di The Mantle. Da qui in poi il concetto di Post-Metal verrà stravolto, l’Atmospheric Black Metal conoscerà nuovi confini e l’album diventerà un simbolo per la musica alternativa internazionale. 

Il quartetto si trasforma in un trio per l’occasione, anche se Haughm, Anderson e Walton si avvalgono di diversi ospiti e con il loro aiuto danno vita a 68 minuti gelidi, malinconici e apocalittici. Sì perché l’inverno di The Mantle non è un semplice inverno, ma è appunto un manto innevato che tutto seppellisce, a partire dagli esseri umani. 

A Celebration for the Death of Man… è un titolo che porta con sé una dichiarazione di intenti; è la traccia d’apertura ed è un’introduzione costellata da passaggi acustici misti a percussioni dirompenti, ritmi funerei che appunto celebrano la scomparsa dell’uomo in questa apocalisse polare. 

Non possono non venire in mente i paesaggi desolati di Stalker di Andrej Tarkovskij quando si parla dell’inverno di The Mantle. L’uomo sovrastato da qualcosa di più grande, concetto che viene ribadito sempre, come cupo monito. La morte de Il settimo sigillo si reincarna nelle note delle canzoni, tanto che una sua frase è campionata e riportata nel brano strumentale The Hawthorne Passage. 

L’uomo schiacciato e spazzato via da qualcosa di più grande dicevamo; non solo in senso fisico e catastrofico però. La nostalgia, la grande tristezza, è una tematica ricorrente. Lo confermano tracce come You were but a ghost in my arms e A desolation song. Quest’ultima chiude l’album, presentandosi come un disperato canto dalle tinte Neo-Folk. Una canzone in acustico dove un certo pessimismo cosmico viene fuori in maniera cruda, un testo esplicito che non lascia spazio a fraintendimenti. La desolazione ha vinto e noi siamo costretti a vagare in essa. 

Non solo di malessere è permeato The Mantle però. Un sentito sentimento panico, di vera adorazione per la natura come effettiva padrona del mondo, avvolge gran parte delle tracce. Sentimento restituito con i versi di In the Shadow of our Pale Companion su tutti. Il “Pale Companion” non è altro che la Morte intesa come lo spettro che ha cancellato le tracce di una spiritualità panteista, sostanzialmente l’uomo stesso che ha cessato di adorare quella che chiamiamo, appunto, natura; evocata ardentemente nelle descrizioni dei paesaggi e dei panorami, che regnano supremi su tutto il resto. 

“The happiest man is he
who learns from nature
the lesson of worship”
R. W. Emerson

Questi versi, contenuti anche nel Booklet dell’album, riassumono alla perfezione il contenuto dell’album e per capire al meglio gli Agalloch, la letteratura di Emerson è un punto di partenza consigliato. 

Musicalmente parlando il Metal continua a essere centrale con le sue distorsioni e i passaggi aggressivi, sia strumentalmente che a livello vocale, dove torna il particolare scream graffiato di John Haughm, qui accompagnato anche da armonizzazioni in pulito che lasciano il segno. 

La struttura però vuole essere la più variegata possibile, attingendo dal Prog-Rock grazie alle intuizioni di Don Anderson e dal Neo-Folk più oscuro e malinconico. La componente acustica è fondamentale tanto quanto quella distorta. 

Aggiungere altro sarebbe superfluo in quanto The Mantle è uno degli album più influenti della musica estrema e non post-2000. Questo articolo si pone come un’infarinatura per approcciarsi per la prima volta al disco, per chi non lo ha fatto, sperando di poter scoprire al suo interno un mondo (vasto e desolato), come capitato al sottoscritto. 

Ora è il turno di parlare del terzo Full-length della band americana. Viene considerato il loro capolavoro, ma la verità è che per la terza volta hanno presentato al pubblico un’opera diversa dalle altre, evolvendo musicalmente e concettualmente quel discorso iniziato con Pale Folklore. 

Ashes against the Grain

Il fatto che questo album fosse strettamente collegato a The Mantle era stato già anticipato. 

Partiamo dall’artwork che riprende la grigia palette del precedente: qui non abbiamo più una foto, bensì un disegno realizzato dall’artista finlandese Aslak Tolonen, che regala all’ascoltatore già un primo assaggio di quel gelo che, anche in questo caso, ammanta tutto il full-length. 

Musicalmente Ashes against the grain fa un lavoro decisamente “riff-oriented”, ovvero che dà maggiore spazio alle chitarre distorte e alla costruzione di riff, appunto. È sicuramente più vicino al metal in senso stretto rispetto al predecessore che dava spazio a tutte le influenze del caso, ma ovviamente anche Ashes è puramente “Post”, non scarta di certo l’atmosfera, anzi, continua a essere fondamentale, con un percorso costruito attraverso l’intreccio più serrato di chitarre e batteria rendendo l’ascolto più diretto, fino al climax finale diviso in tre parti: Our Fortress is burning. 

Un overture che enfatizza, nei pochi versi cantati, tutto il concept dell’album, rimanendo indissolubilmente legato a The Mantle. 

“The god of man is a failure
And all of our shadows are Ashes against the grain.” 

Se The Mantle era la cupa ombra di una fine imminente, Ashes against the Grain è tutto ciò che avviene durante e dopo. Ma le luci sono puntate sulle sensazioni più intime e malinconiche dell’essere umano, consapevole di aver perduto la bellezza per via del suo ego e della sua capacità di rovinare ogni cosa. Il “God of Man” citato in Our Fortress is burning non è da intendere solo come Dio religioso, ma come proiezione dei vizi egoistici e dannosi dell’umano. 

Una visione tanto nichilista quanto in realtà assimilabile al romanticismo, dove il sentimento sovrasta la rassegnazione, dove l’accettare il fato è messo da parte per continuare a urlare e straziarsi di rabbia e dolore. 

In Not Unlike the Waves la mitologia scandinava fa da tramite proprio per raccontare una storia di bellezza e decadenza, attraverso un immaginario naturalistico e poetico. 

“Aurora swims in the ether, emerald fire scars the night sky
Amber streams from Sol are not unlike the waves of the sea
Nor the endless horizon of ice
Aurora swims in the ether, emerald fire paints the twilight
Heidrun bleeds the golden nectar for the raising sun and the moon
The midnight wolves who watch over the dawn
Solstafir!!!”
Not Unlike the Waves 

 

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