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Superiori: La bellezza negli occhi degli altri 

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Nel precedente numero sulle scuole medie ho parlato di quanto le parole e gli sguardi altrui possano danneggiare l’autostima. Oggi vi racconto di come durante il mio ingresso nel liceo classico è successo esattamente l’opposto. Per questo devo ringraziare diversi miei compagni di classe, con cui ho ancora un bellissimo rapporto di amicizia che si è cementificato negli anni. Alla mia entrata nella scuola secondaria avevo un atteggiamento inizialmente guardingo, schivo, anche un pizzico spavaldo, perché, date le mie esperienze pregresse, avevo paura di essere attaccato e quindi volevo rendere la mia figura all’apparenza forte, inattaccabile. Tuttavia, con il passare lento del tempo, mi sono reso conto che il mio approccio era totalmente sbagliato per quella circostanza, poiché i miei compagni non avevano alcuna intenzione di attaccarmi, anzi volevano conoscermi per quello che ero. Mi ci sono voluti due anni circa per capire a fondo questa cosa e per lasciarmi andare con loro. Fatto sta che nel primo anno e mezzo circa loro avevano di me l’idea di un ragazzo un po’ superficiale, un po’ menefreghista, e dico anche giustamente, perché io, per paura di essere ferito, alzavo questa barriera inutile che mi separava da tutto e da tutti, e che mi rendeva sconosciuto agli occhi altrui e quindi impossibile da offendere. Diciamo che ero il buontempone di turno che non di rado risultava anche antipatico.

Quando incominciai a uscire le prime volte con Alessia, Andrea, Caterina, Cecilia, Federico, Paolo, Vittoria, e con Silvia, la mia compagna che mi sono portato dalle scuole medie alle superiori, ho compreso effettivamente che mi trovavo, questa volta, in un ambiente protetto. Alcuni di loro, infatti, riuscivano innanzitutto a intravedere una profondità dietro la mia apparente superficialità, e inoltre entravano in empatia con me, nonostante io avessi difficoltà nel farlo con loro, perché ero più impegnato a difendermi da possibili delusioni. La mia autostima lentamente stava migliorando. Mi sentivo capito, ascoltato, compreso,e piano piano parlavo sempre di più dei miei pensieri, delle mie preoccupazioni, delle mie fragilità, trovando persone che anziché attaccare il mio tallone d’Achille, cercavano di custodirlo preziosamente. Anche nel concreto sono stato aiutato da loro: mi ricordo che volevo cambiare il mio modo di vestire, perché non ne avevo mai avuto uno mio fino ad allora, e Cecilia e Caterina, in particolare, mi accompagnavano a scegliere dei vestiti da comprare, cercando di farmi scoprire il mio gusto; dato che non ne avevo uno, per i primi periodi cercavo sempre la loro approvazione in tutto quello che mi compravo, ma poi ho cominciato a sviluppare sempre più un gusto personale che mi ha portato oggi ad avere un mio stile e un mio modo di scegliere cosa indossare, ma non solo.

Anche per quanto riguarda la mia musica, i miei amici mi hanno sempre incoraggiato a continuare, mi hanno sempre detto “bravo, continua così!”, nonostante gli mandassi delle registrazioni al telefonino in cui rappavo in modo aberrante dato che avevo appena iniziato; tuttavia non so se sinceramente o meno, loro hanno instaurato in me una convinzione di essere bravo in quello che facevo, che mi ha portato poi a rincorrere sempre di più questa aspettativa che si era creata in me quando poi scoprivo effettivamente di non essere così bravo quanto dicevano loro e quanto pensavo io. Avevo delle persone che mi ascoltavano e che per me c’erano veramente, e mi sentivo molto più a posto con me stesso, perché lì con loro, in quel momento, andavo bene così com’ero.

Successivamente però mi sono reso conto che nel rapporto iniziale che avevo con loro, stavo ricevendo e basta. Ero così focalizzato su me stesso e sulle mie ferite passate che non mi sono accorto del fatto che anche loro avevano altrettanti dolori ed incertezze di cui avrebbero potuto parlare con me, ma non gli era possibile perché, concentrato su me stesso, non potevo dar loro l’attenzione di cui avevano bisogno. A quel punto ho deciso di iniziare a dare indietro quello che avevo ricevuto, cercando di chiedere io in primis come stavano, di far parlare loro di ciò che passavano, e di offrire il mio aiuto se ne avevano bisogno. Piano piano mi sono ritrovato anche io a custodire le loro fragilità, le loro debolezze, le loro paure intime ed i loro problemi, e ho notato che in questo mi sentivo una persona migliore, più completa, capace di fare del bene, di creare legami che si basavano sulle ferite che ci scambiavamo.

Mi ricordo che una volta ero particolarmente giù di morale a scuola, per motivi sentimentali, e ho parlato con Cecilia di quanto non mi sentissi all’altezza della situazione, di quanto mi sentissi inferiore di fronte a certe dinamiche, perché inesperto. A quel punto lei mi disse: “France’ stavo parlando proprio oggi con Andrea di quanto tu sia speciale per noi, di quanto ci abbia aiutato a risolvere determinate situazioni e di quanto grazie a te ora stiamo meglio.”. Queste parole mi hanno aperto un mondo enorme. Da lì in poi mi sono sentito più capace, più sicuro, più a mio agio, perché sapevo che c’erano delle persone che mi vedevano speciale per com’ero, per quello che facevo per loro e per quello che dicevo.

Ho notato una cosa fondamentale: nei momenti in cui mi sento sbagliato, incapace, insicuro, inferiore, è perché ho davanti a me persone che mi fanno sentire in questo modo, persone per cui quello che faccio non ha valore, per cui io non ho valore, persone che non vedono bene quello che sono o che non vogliono proprio sforzarsi di vedere ciò che c’è al di là della loro impressione o della loro idea.

Quindi vi lascio con questa riflessione: è vero che la nostra autostima dipende da noi stessi, perché se non ci piacciamo non potremmo mai piacere agli altri; ma se piacciamo a noi stessi e passiamo il tempo stando assieme a persone che non ci apprezzano, o passiamo il tempo cercando di convincere le persone a cui non piacciamo ad apprezzarci, non alziamo di molto il rischio di ricominciare a non piacere a noi stessi?

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3 commenti

  1. Leggo la rivista Aprile Nuovo con molto interesse. Questa rubrica e questo articolo mi sembrano totalmente dissonanti rispetto alla linea della rivista, sia per le tematiche che per il linguaggio utilizzato. La tematica è trattata in modo personalistico e non apporta riflessioni sull’ argomento. Inoltre trovo che la forma linguistica sia poco accurata.

    • Molto piacere Roberta. Grazie comunque per la critica, anche se non sono d’accordo e quindi voglio risponderti. La rubrica è semmai personale e non personalistica, non capisco che senso abbia il personalismo in ciò che hai letto. Hai detto che nella rubrica mancano le riflessioni, ma sinceramente dal mio punto di vista la mia rubrica è fatta esclusivamente di riflessioni dettate dalla mia esperienza, quindi avrebbe più senso dirmi che le riflessioni che ho posto non ti hanno stupita, colpita, intrigata, e se reputi che tali riflessioni siano così banali, a questo punto ti faccio i miei complimenti, perché vuol dire che dai già per assodato tante cose della vita su cui io mi pongo delle domande.
      Per quanto riguarda il linguaggio, sicuramente non è aulico, ma non capisco quale sia il problema, ed inoltre non sono l’unico redattore ad usare un linguaggio non altisonante nella sua rubrica. E poi, dato che la rubrica è personale, spetta a me la scelta di un linguaggio appropriato alla descrizione delle mie esperienze, non a te lettrice, che però puoi sicuramente pensare e dire che il mio stile e la mia rubrica non ti aggradano; a meno che non ci siano errori di morfologia e/o sintassi di cui modestamente i miei articoli mi paiono assenti.
      Per quanto riguarda l’attinenza e lo scopo della mia rubrica, puoi leggere la dichiarazione d’intenti del nostro progetto, a cui mi pare di essere stato fedele e coerente.
      Detto questo, puoi tranquillamente dedicare tutto il tuo tempo su questa piattaforma a leggere gli articoli dei miei colleghi al posto dei miei, dato che loro sono molto bravi ed io non sono geloso.

      Buona giornata

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