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Settimana lavorativa corta: il caso francese

Copertina: Ilaria Barracca

Quali possono essere gli effetti sulla produttività delle aziende, sul benessere personale e sull’occupazione se si lavora di meno?

Nelle ultime settimane la no profit 4 Day Week Global pubblica un report frutto di sperimentazioni riguardanti gli effetti dell’introduzione della settimana lavorativa corta a parità di stipendio. I risultati sono sorprendenti e anche controintuitivi sotto certi punti di vista: le 27 aziende partecipanti alla survey si sono dichiarate soddisfatte del sistema attuale (meno di 40 ore) e di non voler tornare al precedente, registrando un aumento dei ricavi (in media) del 38%; sul fronte dei lavoratori, in secondo luogo, il 97% risponde al questionario che ha rilevato minori livelli di stress, miglioramenti nelle condizioni psico-fisiche e maggiore produttività.

Il tema in esame, spesso connotato da una forte accezione politica negli ultimi mesi, è stato traslato in esperimento da Platform London che evidenzia risultati incoraggianti nel raggiungimento del tanto citato “work-life balance”, obiettivo più o meno caro alle aziende se si guarda alla realtà dei fatti, almeno in Italia. In ogni caso le evidenze, sempre secondo il Platform London, evidenziano che “Passare a una settimana lavorativa più corta aiuterebbe a rompere l’abitudine di vivere per lavorare, lavorare per guadagnare e guadagnare per consumare. Le persone possono dedicarsi maggiormente alle relazioni, ai passatempi e ai luoghi. In tal senso, una settimana lavorativa breve potrebbe essere inquadrata come un investimento in capitale umano, sono richiesti il contributo e la creatività di tutti per immaginare il futuro sostenibile della società. Il caso dello Utah (che per cinque anni ha sperimentato la settimana lavorativa di quattro giorni) ha mostrato un’inaspettata crescita nel mondo del volontariato. Ciò conferma che molti lavoratori desiderano essere maggiormente coinvolti nel processo di trasformazione in positivo della società.

A livello micro la situazione non lascia spazio a dubbi dato che i risultati sono chiari, ma a livello macroeconomico? L’economia del personale aiuta in questo senso, dato che cerca di applicare approcci, metodi e teorie economiche a temi che sono solitamente di interesse del management delle risorse umane. Temi come ore di lavoro e salari (entrambi aggregati) e altri, non prettamente economici, come cultura aziendale, lavoro in team e leadership. L’argomento odierno, quindi, macroeconomicamente, potrebbe portare a conclusioni diverse, perché l’effetto dei singoli sul totale non è esente da distorsioni o da eventuali esternalità indesiderate. Il caso francese è l’ideale per trovare il bandolo della matassa.   

Nel 1982 il governo francese emana una legge che riduce la durata della settimana lavorativa. 

  • Prima della riforma, la durata normale lavorativa era fissata a 40 ore e il premio per lo straordinario era del 25% sulle prime 4 ore, e del 50% sulle ore ulteriori alle prime 4. 
  • Ci interessano gli effetti occupazionali di tale riforma. Vedremo che essa risulta in una riduzione del numero di occupati tra il 2 e 4% (a seconda delle stime). 
  • La cosa interessante di questa legge è che ha tutte le caratteristiche che la rendono quello che in gergo si chiama esperimento “quasi naturale” in cui si riesce ad individuare un gruppo della popolazione trattato e sottoposto all’esperimento e un altro gruppo invece non sottoposto a trattamento. Questa caratteristica permette di valutare in modo dettagliato l’impatto della legge mediante un confronto tra i due gruppi. La possibilità di stimare gli effetti occupazionali della riforma risiede nella presenza di due tipologie di lavoratori: 1) quelli che, prima della riforma, avevano una settimana lavorativa di 40 ore o più (persone trattate dalla legge); 2) Quelli che, prima della riforma, avevano una settimana di 36-39 ore (gruppo di controllo, non trattati dalla legge).
  • Il nostro modello dice che gli individui del gruppo 2 non dovrebbero essere interessati dalla riforma, mentre gli individui del gruppo 1 dovrebbero risentire della riforma. 

La stima si basa quindi sul confronto della variazione della probabilità di occupazione pre-post riforma tra i due gruppi. È il metodo della “differenza delle differenze”: permette di stimare un effetto controllando per fattori ciclici ed eterogeneità degli agenti. In particolare, questo si può fare quando si hanno a disposizione dati panel (ovvero osservazioni ripetute nel tempo su un insieme di individui) rappresentativi della forza lavoro. 

A questo punto si può comparare quello che è successo in termini di risultati occupazionali tra chi è stato trattato e chi non è stato trattato ed è, quindi, possibile effettuare una stima a livello aggregato. Il 3.2% delle persone che nel 1980 lavorava dalle 36 alle 39 ore ha perso il posto di lavoro, il 6.2% di coloro impiegati nel 1980 per un numero di 40 ore lavorative settimanali ha perso il posto di lavoro. La differenza tra questi valori (3%) misura l’impatto occupazionale che ha avuto questa riforma. A questo punto, succede che questo 3% di differenziale darebbe un’idea piuttosto imprecisa dell’impatto della legge. Questo perché i lavoratori appartenenti al gruppo di controllo e al gruppo di trattamento potrebbero essere diversi tra loro secondo tutta una serie di aspetti che potrebbero incidere sulla misurazione, come l’istruzione dell’individuo e la disponibilità al lavoro. Quindi, lo svantaggio della stima a livello aggregato è che non si controlla l’eterogeneità degli agenti. Ad esempio, chi lavorava 40 ore (i trattati) può differire sistematicamente da chi ne lavorava 36-39 (i non trattati) in termini di presenza nel mercato del lavoro, distorcendo la stima dell’effetto che a noi interessa. 

Crepon e Kramarz (2002) hanno stimato l’effetto della riforma francese mediante l’analisi di regressione: una metodologia econometrica che tiene conto anche di fattori esogeni come (appunto) l’istruzione del lavoratore o la sua disponibilità al lavoro nell’analisi dei dati. In tal modo i risultati non sarebbero falsati e dai dati si possono meglio identificare gli effetti dei fattori esogeni. Nel nostro caso la differenza nella probabilità di disoccupazione non è imputabile al monte ore lavorato.

Crepon e Kramarz quindi usano tale tecnica con dei dati più ricchi di significato che consentono loro di osservare lo status occupazionale individuale nel 1982 (dopo la riforma), e le ore lavorate dagli stessi individui nel 1981 (prima della riforma). Da questo studio è stato stimato che l’impatto della legge sull’occupazione è negativo e statisticamente significativo (della misura di 2.6%). Questo significa che l’introduzione di questa legge, ovvero della riduzione della settimana lavorativa da 40 a 39 ore, ha aumentato la possibilità di perdere il lavoro delle persone colpite dalla legge del 2.6%. 

La spiegazione che si cerca di dare è che a parità di un monte salari, una fetta dei lavoratori che già facevano meno di 40 ore lavorative (part time) verrebbe sostituito da lavoratori che prima della riforma ne svolgevano 40. Lo studio macroeconomico si fonda sull’assunto che il monte salari sia fisso, fissando anche il numero di occupati, e che ogni ora viene retribuita con la stessa quota, quindi non contemplando che ogni settore sia diverso per trattamento salariale e considerando come inesistente l’azione dei sindacati che hanno partecipato attivamente all’inquadramento del lavoratore per categoria e settore definendone lo stipendio. D’altro canto, disponendo di un inquadramento e di salari definiti dai contratti collettivi, le stime riacquistano significato perché sono dati (per ora) fissi e disponibili a tutti. 

Conclusione che se ne può trarre è che le differenze di beneficio sono evidenti sotto i profili macro e micro, ma dal momento in cui sindacati, governi e aziende sono gli attori principali, questi possono trovare una soluzione ottimale: la riforma del lavoro (e sul mercato del lavoro) non può non essere accompagnata da una riforma fiscale per le aziende che possa conciliare, come conseguenza, l’esigenza dei lavoratori di un migliore trattamento salariale. Come si è visto, la costrizione macroeconomica è la fissazione di un monte salari, ma la riforma fiscale permetterebbe alle aziende di avere meno pressione, per poi poter investire maggiormente in innovazione e, d’altro canto, la vera innovazione potrebbe essere l’investimento in benessere dell’individuo, rinunciando a qualche ora lavorativa e impiegando una maggiore parte del budget nella formazione del lavoratore. 

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