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Scuole medie: i primi danni all’autostima

Illustrazione: Benedetta Giammarco

C’è un detto riguardo al periodo delle medie che dice: “se non ti hanno rovinato la vita, probabilmente lo hai fatto tu a qualcun altro.” In effetti è stata la parte più brutta della mia vita, quella che molto spesso non ricordo perché forse non la voglio ricordare, e tutti i pochi flashback che mi vengono in mente sono assolutamente negativi, di quelli che ti rivengono in mente e reagisci con un’espressione di amarezza; non salverei assolutamente nulla di quel periodo. Venivo semplicemente bullizzato, lo dico senza vergogna. Per fortuna non sono mai stato picchiato, ma mi sentivo emarginato, deriso, ghettizzato, solo. 

Non ho voglia però di fare la vittima, o quantomeno non totalmente; sicuramente avrò fatto qualcosa per far sì che il mirino dei miei compagni cadesse su di me rispetto ad altri, anche se ciò non vuole giustificare certe azioni. Però sono consapevole del fatto che all’epoca evidentemente non avevo strumenti per difendermi adeguatamente, per delimitare fermamente una soglia da non oltrepassare, ma anche per evitare di risultare antipatico alle persone. Purtroppo i miei genitori mi hanno educato in maniera troppo innocente, troppo ingenua, infatti io non ero capace di concepire che un mio coetaneo potesse agire in malafede, che potesse fare o dire cose con lo scopo di ferirmi, e di conseguenza non sapevo reagire quando ciò si verificava. Ero convinto che se mi fossi comportato bene con le persone, avrei ricevuto lo stesso, ma purtroppo la società non è questo. Innanzitutto il nostro comportarsi bene può non essere recepito come tale, inoltre anche se fosse ben recepito, non è assolutamente garanzia di buone intenzioni altrui nei propri confronti. Non c’è proverbio più sbagliato di “ciò che dai  riceverai”.

Quindi, dal momento in cui ho cominciato a subire i primi scherni sul mio modo di essere, sul mio modo di vestire, sul mio modo di agire, sul mio fisico, e ad essere escluso dai compleanni dei miei compagni, è nata in me la convinzione di essere sbagliato: agivo esclusivamente in buona fede, pensavo o quantomeno cercavo di essere il più buono possibile (nonostante evidentemente risultassi antipatico), e ricevevo in cambio rifiuti nelle varie forme possibili; la mia autostima cadeva sempre più in basso e cominciavo a sentirmi sempre più inadeguato: inadeguato in tutti gli aspetti della mia persona. A 13 anni si era creata in me la convinzione che sarei rimasto solo per tutta la vita, che non avrei mai trovato una ragazza, perché ciò che sentivo arrivare nella mia classe era una definizione di persona brutta e antipatica.

Non sapevo come risalire da quel baratro che si stava creando dentro di me, da quei pensieri autodistruttivi che mi stavano bombardando la testa, e a ciò si è aggiunto il fatto che gli adulti non capivano appieno la gravità della situazione, sia per il fatto che mi vergognavo nel farmi vedere così vulnerabile, sia perché evidentemente non empatizzavano del tutto con noi adolescenti. Alcuni miei professori sapevano della situazione che vi era in classe, ne parlavano con i miei genitori, ma si focalizzavano totalmente su di me, considerando di fatto me come il “problema” da risolvere, dicendo che ero io che dovevo difendermi dagli attacchi e che io dovevo reintegrarmi, non so in che modo, all’interno della classe, senza andare contemporaneamente a sedare coloro che bullizzavano. Se vi sono un bullo e un bullizzato, il problema sono entrambi, né solo uno né solo l’altro. L’esempio più eclatante di questa faccenda è stato il seguente: un giorno un ragazzo mi attacca una scritta “gay” dietro la schiena (appellativo che mi dava ripetutamente), io lo stacco e lo poggio sulla cattedra della professoressa che richiama tale alunno. Morale della favola, qualche giorno dopo vengo chiamato in presidenza per parlare della faccenda…Io, che ho ricevuto lo scherno, vengo chiamato in presidenza, non colui che lo ha fatto, che era beatamente in classe a divertirsi come se non fosse successo nulla. Ai miei occhi, quindi, anche per la preside il problema ero esclusivamente io, dato che sono stato chiamato come soggetto vulnerabile che non sapeva reagire a questi scherni; il bullismo veniva dato, sia dai docenti che dalla preside, come praticamente scontato, come se a certi soggetti non si potesse fare nulla, e quindi non bisognava educare il bullo a non compiere determinate azioni, ma bisognava educare esclusivamente me a difendermi, un po’ come quando una donna è vittima di violenza e viene rimproverata per non aver preso le giuste accortezze. Riflettendoci questo comportamento della preside ora mi fa capire che il vero torto non è stato ricevuto da me, ma dal bullo stesso, che a 13 anni è stato di fatto etichettato a vita come un’idiota su cui non si può più lavorare. A 13 anni!

Anche il bullo è vittima. Vittima di una situazione famigliare complicata, di una mancanza di fiducia nei propri confronti da parte sia dei genitori che dei docenti, di una situazione economica precaria o di difficoltà di apprendimento che non riesce a colmare da solo. Riflettendoci penso che un bullo agisca in tal modo per rimettersi a pari con gli altri. Vedendo consciamente o inconsciamente una persona in una situazione apparentemente migliore della sua, la attacca per far si che questa si senta un po’ come lui si sente nei confronti della vittima designata, ovvero inferiore, inerme, impotente.

Fatto sta che io non ho più rancore verso queste persone, perché a 13 anni non si ha piena consapevolezza del danno apportato dalle proprie azioni e dalle proprie parole, ma ho ancora rancore verso i genitori disattenti e anaffettivi, verso i docenti svalutanti, verso una preside passiva e lassista. Se a 20 anni agisci in un determinato modo è pienamente colpa tua, se lo fai a 13 anni, non lo è quasi per niente.

Tornando a me, è stato veramente difficile riprendersi da questo periodo, fatto sta che entrando nelle scuole superiori avevo paura che si ricreasse un assetto a me ostile, e per questo ho eretto delle barriere con i miei comportamenti, che per il primo anno e mezzo hanno fatto si che non legassi veramente con nessuno, che nessuno scoprisse le mie vulnerabilità, per paura di essere attaccato. Tuttavia per fortuna ho trovato una classe di persone sensibili, attente più o meno tutte al prossimo, che per quanto potessero nutrire delle antipatie per qualsiasi persona, queste non si traducevano mai in delle mancanze di rispetto, o in violenze di alcun tipo. Però anche quando mi fidavo dei miei compagni di classe, rimaneva comunque in me una sensazione di inadeguatezza, di sottostima di me stesso, che mi ha portato, con i pochi strumenti che avevo, a cambiarmi radicalmente negli anni, soprattutto dal punto di vista estetico: non mi sentivo mai a mio agio con me stesso, né con il corpo che avevo, né con i vestiti che indossavo, e ciò si è tradotto in una ricerca spasmodica di una versione migliore di me, di un mio stile, di un mio prime a livello fisico che però non arrivava mai (perché giustamente si può sempre fare di meglio) fino a quando mi sono accorto che l’approvazione o disapprovazione altrui l’avevo e l’avrò sempre, ma che questa ricerca deve fermarsi, o deve continuare, “con” e “per” la mia approvazione, perché senza quest’ultima, non riesco a vedere effettivamente l’approvazione altrui.

Anche a livello caratteriale e comportamentale ho incominciato a studiarmi sempre più approfonditamente, a farmi domande sul come e sul perché agisco in un determinato modo, per far sì che potessi piacere a tutte le persone, ma mi sono posto un obiettivo impossibile da raggiungere, perché le persone non hanno il mio stesso gusto, il mio stesso modo di giudicare un buon comportamento da uno cattivo, il mio stesso metro di misura sulle qualità caratteriali. Durante le scuole medie mi sentivo di non piacere a nessuno, e dopo volevo piacere a tutti, ma quello che contava per davvero era che piacessi a me stesso.

Dopo anni ho capito questa cosa, e delle volte ancora non riesco a interiorizzarla del tutto, ma almeno ora quando agisco lo faccio in primis per me, per ricevere la mia approvazione, non quella altrui.

Di rovescio, il sentirmi continuamente ferito dalle persone, mi ha portato ad agire innanzitutto per non ferire chi mi sta davanti, la maggior parte delle volte sacrificando ciò che avrei voluto dire o fare, sacrificando una mia possibile soddisfazione o felicità per evitare il rischio di far stare male qualcuno (inconsciamente, come lo sono stato io), ma nutro dubbi su quanto effettivamente questo altruismo, forse eccessivo, sia sostenibile per la mia persona.

Ma questo sono io.

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