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Roy Andersson e il perturbante

Illustrazione: Camilla Mastromonaco

L’insostenibile leggerezza del cinema

Da qualche decennio, tra Cannes e Venezia, si alternano pellicole di un certo Roy Andersson, regista svedese di ispirazione sicuramente bergmaniana che presenta un atteggiamento cinematografico a metà tra la vecchia scuola del naturalismo nordicoNon si intende qui solamente il naturalismo cinematografico, ma anche quello pittorico dei vari Bruegel e un nuovo approccio al surreale e, oserei dire, inconscio.

Quando lessi, in una delle recensioni (perdonerete il mio non ricordare quale fosse) che pubblicizzavano il suo “En duva satt på en gren och funderade på tillvaron” (“Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”), che quest’ultimo era un film da ridere, attratto dallo strano e lungo titolo che quasi ricorda i classici di Wertmüller, guardai, come sempre faccio, le immagini di copertina, notando subito la luce fredda e morta che contraddistingue, come scoprirò successivamente, tutti i film di Andersson.

Ecco che qualcosa non andava: un film con quel titolo, con quella fotografia, con un regista svedese, sicuramente non può consistere in una semplice commedia.

Esiste, secondo me, una parola che a pieno riesce a racchiudere l’essenza di questa pellicola: unheimlich in tedesco, o come tradotta comunemente in italiano “perturbante”.

Nel senso jentschiano, il termine indica una costante, ma appena percettibile, incertezza intellettuale nell’esperienza di qualcosa, in questo caso nella visione della pellicola o, per meglio dire, delle pellicole, dato che anche in “Om det oändliga” (“Sull’infinitezza”) si avverte questa condizione.

Per spiegare cosa si intenda per incertezza intellettuale, vengono in aiuto Freud e Schelling, per cui è perturbante tutto ciò che sarebbe dovuto rimanere nascosto, ma in un modo o nell’altro è affiorato, perciò nel saggio di Freud“Il Perturbante”, 1919 (nel quale si prende a esempio “L’uomo della sabbia” di Hoffmann) si teorizza come perturbante lo spaesamento dato dalla gestualità e dalle parole ripetute in maniera ridondante, come il ricorrente “naturalmente” nel primo film che abbiamo citato e, in “Sull’infinitezza”, le ragazze che ballano confusamente in mezzo alla strada, l’uomo che non sa quello che vuole piagnucolando sull’autobus affollato e il prete che ripete in maniera ossessiva:“Come si fa quando si perde la fede?”.

La situazione comune di questi personaggi è quella di essere inascoltati, disattesi e magari annoiati, per questo la ridondanza è l’unica speranza che loro rimane e che stimola negli spettatori come noi il senso di colpa del poter essere la controparte di quegli uomini e quindi coloro che ignorano o deludono, che non aiutano o non trovano un posto nel mondo come i protagonisti de “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”.

L’elemento surreale e, anche qui, inconscio del cinema di Andersson sta pure nell’esistenza del passato nel presente: dove Cristo percorre la Via Crucis per le strade asfaltate di una città, un generale si ferma in un bar con il suo esercito prima di proseguire verso il luogo della battaglia, Hitler che si accorge dell’imminenza della sua fine, perché “siamo energia” come viene detto esplicitamente in “Sull’infinitezza”, e l’energia non può svanire; e mentre c’è una città morta sullo sfondo, una coppia di amanti la osserva dall’alto.

Questo è il cinema che dovrebbe tornare nelle sale, quel cinema che apre le menti perché nasconde, non mostra ciò che potrebbe risultare banale se troppo chiaro e preferisce allora sembrare vacuo e noioso, non rendendo il tutto esplicito e dicendo tanto essendo muto.

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