Illustrazione: Giorgia Liuzzo

Cerchio, triangolo e quadrato:
il caso Squid Game

Forse sono i soldi o il potere o la ricchezza a spingere un essere umano a compiere qualcosa di indicibile, a spingere la sua essenza ai limiti della violenza. Forse è la sensazione di non aver nulla a cui aggrapparsi, oltre all’affetto materiale, oltre alle fredde mani dei contanti. Qualcosa di incredibilmente crudele e disumano, che riesce a cogliere gli aspetti più oscuri della mente umana. 

Già citata nello scorso articolo, la serie televisiva coreana “Squid Game” è ancora ai vertici delle classifiche di Netflix, eclissata momentaneamente solo dal nuovo telefilm “Mercoledì” di Tim Burton. Un pretesto complesso e ingegnoso per sottolineare la disparità contingente tra la società più ricca e agiata con quella più povera e agli estremi, nella Corea del Sud. 

Scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk nel 2008, venne resa pubblica solo nel 2021, poiché il regista ebbe grandi difficoltà nel trovare produttori disposti a finanziare l’opera, solo Netflix gli diede fiducia, spinta dalla sua voglia di allargare gli orizzonti internazionali. Hwang ammise di essersi ispirato a delle personali problematiche giovanili, oltre alle crescenti disuguaglianze economiche della società. 

Una delle caratteristiche che mi ha da sempre incuriosita, è la scelta dei due colori dominanti della serie: rosso e blu. Mi ricorda la scelta che Neo, l’eroe del film “Matrix”, deve fare nella parte iniziale della pellicola, quando incontra per la prima volta Morpheus. Le sue parole, incrociate in una cantilena ingannevole, riescono a dare un significato ai due colori, una scelta che il protagonista dovrà intraprendere per conoscere il suo destino. “Pillola blu, fine della storia, domani ti sveglierai in camera tua e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie e vedrai quant’è profonda la tana del bianconiglio. Ti sto offrendo solo la verità, ricordalo, niente di più”. Scelta simile a quella compiuta da Seong Gi-hun, conosciuto anche come il giocatore numero 456, all’inizio del primo episodio. Lui, ingannato da un uomo che lo invita a giocare a ddakji, fa una scelta rapida e controllata dall’enfasi. Non viene specificata l’importanza del colore scelto ma rimane intrinseca nello spettatore, in attesa di maggiori chiarimenti. 

Non è questa l’unica ragione principale per cui Squid Game ha ricevuto così tanto successo, anche le critiche arrivate hanno incrementato questa popolarità. Appena uscita ha fatto il giro del mondo per via della violenza di alcune scene, che hanno inorridito gli occhi dei più pudichi e ingenui. Un comportamento alquanto irrazionale e abbastanza infantile, pensando a quanti orrori il mondo viene a contatto, non solo frutto di finzione. Mi sembra di vivere in una società colma di paraocchi, capace di vedere solo la parte più futile del marcio. Una serie, che ha un target ben definito e sicuramente non è adatta ad un pubblico di bambini, non ha colpe per una società corrotta fino al midollo, nel quale succedono tragedie quotidianamente. Questa, come tante critiche, è solo la ciliegina sulla torta di un grande gomitolo di falsità e ingiustizie. 

La natura violenta di questa serie è innegabile, a partire dai giochi costruiti per terminare la vita dei concorrenti. Ma, secondo me, la questione più delicata e paurosa è la reazione di ogni singolo giocatore a tutto questo. Anche il protagonista, composto da ideali buoni e giusti, finisce per ingannare il suo amico, perdendo un pezzo della sua umanità. Guardando ciò, una domanda mi sorge spontanea: veramente, se spinti all’estremo, in un mondo che viviamo come l’inferno, riusciamo a compiere dei gesti così disumani e a perdere quello che ci rende “umani”?

Squid Game risulta godibile, una serie ben strutturata e interessante. Non la migliore ovviamente, ma ricolma di spunti sul quale ragionare e impegnarsi per migliorare. Non sempre il mondo risulta quel posto felice e spensierato che immaginiamo ed è quello che viene narrato all’interno. Le modalità possono risultare erronee ma il messaggio risulta lo stesso: non perdere mai la propria umanità, nonostante tutto, nonostante tutti. 

“Avete un’ultima possibilità di scegliere. Ditemi, volete ritornare a vivere le vostre vite insulse, a farvi inseguire dai vostri creditori ovunque andiate? Oppure volete cogliere l’ultima occasione che vi stiamo offrendo?” 

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