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Restiamo perplessi

Copertina: Ilaria Barracca

Teoria dei giochi e John Maynard Keynes

John Maynard Keynes viene ricordato principalmente per aver proposto misure di interventismo statale mirate a ristabilire l’equilibrio tra domanda e offerta nel sistema capitalista, in particolare nelle sue fasi (cicliche) di crisi. Si parla quindi di un’analisi su larga scala, di macroeconomia.

Molti riassumono le sue teorie con una frase che in realtà Keynes non ha mai pronunciato, ma che, a dire la verità, è abbastanza esplicativa: in pratica lo Stato deve intervenire in campo economico “facendo scavare a degli operai dei buchi nel terreno, per poi ricoprirli di nuovo.” 

Quadro storico 

Per capire perché alla base delle teorie keynesiane ci sia questo concetto, che può apparire privo di senso in un primo momento, facciamo un passo indietro (chissà dove finiremo sempre a fare passi indietro) all’articolo precedente. Seguendo l’esempio di Marx, e tralasciando il fatto che le sue tesi non vadano molto a genio a Keynes, bisogna contestualizzare e guardare alla realtà economica dell’epoca in cui vive il famoso economista britannico. 

Keynes nasce in Gran Bretagna nel 1883 e muore nel 1946. Vive, quindi, durante i conflitti mondiali e in pieno primo dopoguerra – periodo di crisi economica per tutti i paesi che avevano preso parte al conflitto tranne che per gli Stati Uniti, almeno fino al ‘29.

Il quadro economico dei primi anni ‘20 era drammatico in tutta Europa, tanto da lasciare il primato economico mondiale agli Stati Uniti – unica potenza uscita davvero vincitrice. Negli USA, che non avevano più rivali, le industrie producevano e vendevano in grandi quantità. Con il loro crescente guadagno, i proprietari potevano permettersi di alzare i salari, grazie ai quali anche gli operai avevano la possibilità di comprare di più, alimentando a loro volta i guadagni delle industrie, che producevano e vendevano in ancor più grandi quantità, e così via… Inoltre, grazie a (o a causa di, dipende da come li si guarda) taylorismo e fordismo, nelle industrie si aumentava e si ottimizzava la produzione, facendo sì che il costo dei beni prodotti calasse e che quindi più persone potessero acquistarli. Questa una delle strategie che, tornando ancora a Marx, veniva attuata dai capitalisti per massimizzare il plusvalore. Quindi, sì, negli Stati Uniti “si stava bene” in generale, ma questo “bene” aveva comunque varie stratificazioni: c’era sempre chi stava meglio di altri e chi stava peggio (tra cui basso proletariato, contadini, immigrati e afroamericani).

Altro fenomeno che caratterizzava questo periodo di benessere diffuso negli USA, era quello dell’acquisto di titoli in borsa (allora non regolamentato come oggi). Da banche e aziende a piccoli risparmiatori. Fenomeno che, tuttavia, sappiamo non finì bene: il 24 ottobre 1929, infatti, il famoso “giovedì nero”, si ricorda il crollo della borsa di Wall Street (a cui seguì poi il “martedì nero”) con la conseguente vendita in massa delle azioni che erano state acquistate in passato. Ovviamente non si sa bene se il crollo fu la causa della crisi economica che lo seguì. Alcuni pensano fosse testimonianza di una crisi già in atto, altri che ne fosse stata la causa più influente. 

Soluzioni keynesiane: sostenere la domanda

È qui che si inseriscono le teorie di Keynes, che furono alla base del New Deal rooseveltiano. 

Secondo Keynes, infatti, le crisi del sistema capitalistico sono caratterizzate dalla disoccupazione, causata, a sua volta, dal calo della domanda aggregata. Lo Stato, quindi, deve intervenire in primis a sostegno della domanda complessiva di un certo bene/servizio all’interno di un dato sistema economico, per garantire la piena occupazione – motore del benessere.

Prendendo l’esempio della crisi degli anni Trenta in USA, le fabbriche producono più di ciò che la gente compra. L’obiettivo è quindi quello di far sì che le persone ricomincino a comprare e a consumare, così che le industrie ricomincino a guadagnare e quindi assumano più dipendenti, che possano portare ad un aumento nella produzione ed una vendita sempre maggiore dei prodotti – ripristinando così il ciclo di benessere “generale” di cui sopra. 

Se il ministero del Tesoro dovesse far riempire delle bottiglie di banconote, seppellirle in alcune miniere in disuso per ricoprirle completamente di immondizia […], non ci sarebbe più disoccupazione e, con l’aiuto delle ripercussioni, il reddito reale della comunità e il suo stesso patrimonio aumenterebbero di un bel po’. Sarebbe certo più ragionevole far costruire delle case o cose del genere; ma se ci sono delle difficoltà politiche o di ordine pratico, quanto sopra sarebbe meglio di niente.” Oppure, in meno parole, far “scavare a degli operai dei buchi nel terreno, per poi ricoprirli di nuovo”. 

Un nuovo giocatore

Ma cosa c’entra la teoria dei giochi in tutto questo?

Riprendiamo ancora una volta il “dilemma del prigioniero”. Sappiamo che i due giocatori, in quanto intelligenti e razionali, sceglieranno di confessare entrambi, e saranno quindi condannati a sei anni di carcere. Ma cosa succederebbe se entrasse un altro giocatore, con risorse diverse? Immaginiamo che questo nuovo giocatore sia lo Stato e che il “dilemma del prigioniero” rappresenti una situazione di conflitto industriale.

Lo Stato non è un giocatore eguale ai due prigionieri, ma ha come risorsa l’autorità. Ci troviamo, quindi, davanti a un gioco asimmetrico.

Ovviamente prendiamo in considerazione uno stato democratico, che abbia le seguenti opzioni:

  1. cedere” agli interessi degli altri due giocatori → NC
  2. entrare in conflitto” con i prigionieri → CC
  3. collaborare” con i due → NN
  4. imporsi” sulle due parti (esito solo logico, non probabile se in democrazia) → CN

Usando le stesse parole del “dilemma del prigioniero”, abbiamo indicato il cedimento dello stato come la situazione in cui un giocatore (qui lo Stato) Non confessa, mentre l’altro Confessa. CC sta per “Confessa-Confessa”; NN per “Non confessa-Non confessa”; CN per “Confessa-Non confessa”. 

Come nel “dilemma del prigioniero” la soluzione (che è anche Equilibrio di Nash) è CC: lo Stato deve entrare in conflitto con le due industrie per regolamentarne l’operato.

Beauty contest

Altro punto di contatto tra le teorie di Keynes e la teoria dei giochi si trova nel cosiddetto “beauty contest”, utilizzato dall’economista per spiegare le fluttuazioni del mercato azionario. 

Keynes immagina un concorso di bellezza indetto da un giornale inglese. I partecipanti devono scegliere 6 fotografie di donne tra 100. Il vincitore sarà chi sceglierà la foto più scelta.

Visto lo scopo del gioco, la strategia più stupida da adottare sarebbe scegliere la fotografia del volto che è davvero più bello per noi. La strategia più razionale e intelligente, invece, sarebbe scegliere quella che, secondo noi, gli altri sceglierebbero e quindi ragionare sul concetto generale di bellezza e sui suoi standard collettivi. Altri giocatori ancora più intelligenti e razionali, poi, ragionerebbero sul modo in cui l’opinione media della collettività formuli le proprie aspettative sull’opinione media della collettività. E così via… 

Quindi gli investitori dovrebbero prendere in considerazione assieme analisi dei dati e analisi comportamentale

Un gioco simile viene anche proposto da Thaler qualche tempo dopo, ma stavolta con dei numeri. I partecipanti devono scegliere un numero da 1 a 100 in base allo scopo di indovinare il numero uguale ai ⅔ di quello mediamente scelto da tutti i partecipanti.

Un giocatore intelligente e razionale inizierebbe il suo ragionamento in questo modo: il massimo numero che si può scegliere è 100. I ⅔ di 100 sono circa 66,7 che posso approssimare a 67. Il numero massimo che un giocatore può scegliere è 67. Quindi calcolo i ⅔ di 67, che fa 45, approssimando. Ma allora devo fare i ⅔ di 45, che viene 30. E faccio i ⅔ di 30 … Si continua così fino a quando non si arriva a 0. Che è Equilibrio di Nash.

Tuttavia, i risultati sperimentali si discostano dalla risposta che darebbe un giocatore intelligente e razionale, ci sono, infatti, anche i cosiddetti “sabotatori” che puntano sulle opzioni sicuramente perdenti pur di ostacolare i competitori. Questo riscontro empirico si pone come dimostrazione del ruolo importante dell’irrazionalità in economia e quindi della necessità di unire un’analisi di “behavioural economics” a quella logica dei dati: tesi sostenuta da Keynes e da Thaler.

Riflettendoci bene, anche nel “dilemma del prigioniero” molto si gioca su previsioni comportamentali nei confronti dell’avversario, ed è proprio questo modo di ragionare che porta alla non-fiducia reciproca dei giocatori, in assenza di accordi.

Fenomeno che è reso ancor più evidente nel “dilemma del prigioniero iterato”, per verificare il quale lo studioso Robert Axelrod sfidò degli scienziati in un torneo. Ognuno doveva sviluppare un programma informatico che simulasse il dilemma iterato. Tutti i programmi venivano messi in gara contro tutti gli altri, con se stessi e con un programma a mosse casuali. Alla fine vinse sempre il programma più semplice: TIT FOR TAT. In questo tipo di situazione, il giocatore inizia cooperando e poi prosegue replicando la mossa dell’avversario: prima Non confessa, poi Confessa se l’avversario Confessa, o continua a Non confessare se l’altro fa lo stesso. É stato, quindi, dimostrato che se entrambi i giocatori adottano la stessa strategia, il programma TIT FOR TAT perdere solo inizialmente quando Confessa, ma poi continua ad accumulare punti perché costringe l’avversario a replicare le sue mosse e quindi a collaborare con lui Non confessando – in un meccanismo di induzione a ritroso che sembra molto simile al ragionamento di un giocatore intelligente e razionale del “beauty contest”.

Perplessità

In conclusione, a molti potrebbe giustamente sembrare di aver trovato una soluzione al libero e spietato egoismo del modello di mercato perfettamente concorrenziale. 

É chiaro che Keynes lascia il liberismo (neo)classico al passato e alle critiche, insieme alla convinzione che una “mano invisibile” riesca a ricostituire, a lungo andare, un equilibrio. Dopotutto, “a lungo andare siamo tutti morti”. 

Tuttavia, non posso fare a meno di chiedermi se una politica economica keynesiana di interventismo statale sia davvero una soluzione ai tanti problemi del capitalismo, o se sia solamente un modo di rattopparne le vesti da tempo stracciate, ma che non si sa bene come rinnovare o sostituire. Non posso fare a meno di chiedermi se il tenere in conto atteggiamenti irrazionali in economia non sia solamente un’altra forma di sabotaggio egoistico. Non posso fare a meno di chiedermi se il lavoro fornito dallo Stato, in tempi di crisi, non sia solamente un’altra forma di sfruttamento delle stesse classi sociali già  da tempo sfruttate; e non posso fare a meno di chiedermi se, così facendo, lo Stato non stia solamente replicando le mosse dello sfruttatore. Non posso fare a meno di chiedermi se i periodi di crisi del capitalismo vadano regolati solo nella prospettiva di tornare al “benessere generale” sul modello degli Stati Uniti del primo dopoguerra, accontentandosi della natura stratificata del suddetto benessere e del fatto che di esso saranno sempre le solite classi sociali ad averne un po’ meno. 

Eppure, a Keynes va riconosciuto che è vero che “Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”. É vero che restiamo perplessi.

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