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Re Carlo

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

Paziente, ma mai domo. Ha la calma tipica di chi sa già come andrà a finire, perché è proprio cosi che andrà a finire, e semmai non dovesse avvenire, vuol dire che non poteva essere altrimenti.

Carlo è un allenatore di calcio (dopo aver giocato … e come ha giocato!), l’unico ad aver vinto il campionato nelle 5 leghe più importanti del mondo (Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna), l’unico ad aver raggiunto 5 finali di Champions League. Ciò che mi sorprende di fronte a questi risultati, che per chiunque dovrebbero parlare da soli, è che nonostante Ancelotti sia indiscutibilmente uno dei migliori allenatori della storia, se non per certi versi il più grande, i suoi traguardi ancora oggi vengono considerati da molti come semplice frutto di una fortuna smisurata, di un’abbondanza di campioni presenti nelle sue squadre, di un gioco definito attendista e poco propositivo, e di altri fattori contingenti.

La sorte ha sicuramente un ruolo fondamentale nello sport, e in generale nella vita (ne ho parlato già nel mio articolo “Liberi di stare bene”), ma può produrre una stagione fortunata, non 5, non 10.

La diversità tra Carlo e i suoi colleghi, soprattutto quelli del calcio moderno, risiede nel considerare i propri calciatori, non come delle pedine telecomandate con un joystick della playstation, ma come dei singoli individui aventi un differente talento, un differente estro, una differente espressione di sé nel campo che non deve essere repressa, ma lasciata libera, affinchè ogni giocatore sia portato spontaneamente a ricoprire il proprio tassello nel mosaico della sua squadra. Ancelotti non porta il proprio calcio mutando i giocatori in funzione di esso, ma attua l’esatto contrario. Carlo non impone un movimento, un passaggio, un tiro, casomai lo consiglia. È impossibile controllare tutto, è impossibile definire le cose nel minimo dettaglio senza incappare in un errore di valutazione, seppur minimo, seppur imprevedibile, che può mandare a monte tutti i piani. Perciò è preferibile, soprattutto in un’organizzazione a gestione collettiva, lasciare ad ogni individuo un margine di decisione spontanea, estranea ad ogni vincolo, ad ogni suggerimento, ad ogni direzione prestabilita. Ti trovi solo tu davanti alla palla, magari stai difendendo, magari stai attaccando, e il tuo allenatore non lo guardi neanche, perché sai che ha piena fiducia in te, perché sai che lui sa che tu sai leggere la situazione, che sai come passare la palla, tirarla o recuperarla, e quindi non è necessario insegnartelo. A questo punto tu scegli cosa fare in poche frazioni di secondo, un po’ secondo il tuo istinto un po’ secondo la tua esperienza, e vada come vada hai deciso tu, tu e solo tu, e se hai avuto ragione festeggerai e sarai festeggiato, se hai avuto torto sarai consolato, ma in entrambi casi non avrai rimorsi, perché hai seguito ciò che ti hanno detto la testa e i piedi, e lo hai eseguito grazie ad un uomo che lavora per metterti nella condizione migliore possibile per affrontare queste decisioni.

È proprio per questo motivo che il Real Madrid quest’anno ha rimontato e vinto ben tre turni di Champions negli ultimi minuti: il passaggio artistico di Modric, i gol senza senso di Benzema, le falcate improvvise di Vinicius Junior, il salvataggio sulla linea di Mendy, sono tutti una logica conseguenza di uno stato d’animo collettivo in cui ogni singolo componente lotta per esprimere la propria libertà e per difendere quella dei compagni; una libertà concessa, non privata, dallo stesso allenatore, dal suo modulo, dalla sua filosofia di gioco, di fare spogliatoio, di fare calcio.

Carlo è un genitore che si rende conto del fatto che prima o poi arriva un momento in cui un figlio inizia a farsi un’idea sempre più personale della vita, sempre più articolata, complessa e spesso distante da ciò che si immaginava o sperava per lui. È proprio in questo momento che un genitore non traccia più la strada da seguire, perché il figlio ha già scelto da tempo la sua,  ma lo aiuta a pulirla, a renderla più liscia, a coprire eventuali buche, perchè il suo compito non si realizza nel decidere la meta e nel condurti ad essa, ma nel darti gli strumenti necessari a raggiungerla. 

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