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Quel gabbiano che volerà più a lungo

Copertina: Ilaria Barracca

Per l’ultima volta incoraggio il caso a portarci da qualche parte, un po’ più lontano del solito ma -spero- mi perdonerete: metaforicamente parlando, l’ultima meta è sempre la più lontana da noi. Perciò diciamo che, per caso, passeggiando in piazza Ostrovskij, a San Pietroburgo, magari tra qualche mese, dovessimo imbatterci nel teatro Aleksandrinskij. Ecco lì, il 17 ottobre 1896, in seguito alla prima del suo ultimo dramma, il Gabbiano, Anton Pavlovc Čechov (si dice) giurò di lasciare il teatro. Dobbiamo ringraziare qualunque entità gli abbia fatto riconsiderare la sua scelta (direi non religiosa, per citarlo “sono stato allevato nella religione, ho cantato nel coro, ho letto gli Apostoli e i salmi in chiesa, ho assistito regolarmente ai mattutini, ho persino aiutato a servir messa e ho suonato le campane. E qual è il risultato di tutto ciò? Non ho avuto infanzia. E non ho più alcun sentimento religioso. L’infanzia per i miei fratelli e per me è stata un’autentica sofferenza”) altrimenti oggi non avremmo uno dei suoi capolavori, nonché capolavoro della storia del teatro, Zio Vanja. L’identità più probabile della suddetta entità è quella di Konstantin Sergeevič Stanislavskij, inventore dell’interpretazione. Nonostante il totale insuccesso della prima, tale, pare, da far perdere la voce a Vera Fëdorovna Komissarževskaja, considerata da molti la migliore attrice di tutta la Russia, che interpretava la protagonista, Nina, Il gabbiano colpì il drammaturgo Vladimir Ivanovič Nemirovič-Dančenko, che convinse Stanislavskij a dirigere una nuova rappresentazione del dramma per il Teatro d’Arte di Mosca nel 1898. Fu proprio la riluttanza di Čechov ad ampliare il dramma a spingere Stanislavskij a spingersi -scusate il gioco di parole- oltre il testo, a lavorare sul personaggio e sull’attore, uno dei punti di svolta del suo percorso, in quanto è questo genere di intuizione che lo porterà a scrivere Il lavoro dell’attore su se stesso (1938) e Il lavoro dell’attore sul personaggio (1957), e che si tradusse in scena con un realismo psicologico e un’intimità così personale e umana da riportare Čechov alla drammaturgia. 

Il dramma è sostanzialmente uno spaccato di vita, ambientato nella campagna russa, che segue le inquiete, a tratti folli, vicende di persone essenzialmente comuni: la figlia di un ricco possidente, un’attrice e suo figlio, un romanziere, una ragazza che porta il lutto per la sua vita infelice. Ogni personaggio ama ed è amato, ma soggetto e oggetto non combaciano mai. 

E poi c’è il gabbiano, tutto il simbolismo, nonostante il parziale allontanamento dell’autore da questo tema nel corso della sua carriera, di questa figura o, meglio, queste figure, quella del gabbiano vivo e quella del gabbiano imbalsamato (in russo anche “fantoccio di gabbiano”), tutta la follia e, insieme, tutta la purezza dell’essere umano. E una macchia necessariamente, irrimediabilmente l’altra. Nina ama il lago e, ingenuamente, dice di esserne attratta come un gabbiano. Trepilòv uccide il gabbiano, Trigòrin ne sollecita l’imbalsamazione, per poi ripetere di non averlo mai fatto, anche poco prima del suicidio di Trepilòv. “Un soggetto per un breve racconto”, questo è ciò che il gabbiano è per Trigorin. “Io sono un gabbiano. Che c’entra. Ricordi? Uccidesti un gabbiano. Giunse un uomo per caso, lo vide e, per passare il tempo, lo rovinò… un soggetto per un breve racconto” dice Nina, che è la giovinezza, è un sogno, è la vita, è la speranza e come ogni speranza viene delusa; Nina è il gabbiano che è, a sua volta, la libertà dell’artista. 

L’unica grandiosità è forse nella grande vocazione di Nina, che nonostante sia stata distrutta, ha ancora la forza di amare il palcoscenico. Čechov ha questa strana capacità di restituirci una realtà dolorosamente vicina, in cui l’uomo è semplicemente la commistione del male più brutale, indifferenza e qualche virtù, per cui nulla è mai abbastanza, niente sfama quell’insaziabile fame egoistica con la tranquillità più sconcertante, senza però farci troppo male. 

Non riesco a trovare nulla di peggiore della malvagità dettata dalla noia eppure sembra essere caratteristica dell’essere umano. Magari, anzi per me sicuramente, Čechov non ci stava parlando solo della condanna e dell’esistenza titanica dell’artista. Ogni personaggio, anche quando raggiunge il successo, anche quando il suo genio trova finalmente la piena espressione, ogni personaggio è irrimediabilmente infelice. Cerca comunque di continuare a vivere, magari di trovarla questa felicità. O magari anche solo di trovare qualcosa, qualsiasi cosa. Tutta l’inquietudine del dramma, più che nella follia, sta in questo continuo cercare, questo continuo muoversi restando però essenzialmente immobili, avendone piena consapevolezza, continuando a cercare anche il solo minimo spostamento. E niente basta, nessun cambiamento, il margine d’azione dei personaggi sembra ipoteticamente infinito, i sogni promettono la grandezza, ma nella pratica c’è la vita in mezzo e la vita non li aiuta, la vita è questo qualcosa di estraneo, di altro da te, che ti travolge e ti tiene bloccato. Čechov racconta tutto questo come se fosse la cosa più normale del mondo ed è assurdo ma in qualche modo non lo è. 

E nonostante questo c’è speranza -Nina ha speranza-, quella speranza di essere amati, di essere anche oggetto e non solo soggetto, sebbene sia la nostra condizione di oggetto ad averci distrutti, quella speranza nel futuro che a questo punto dovrebbe sembrare ridicola perché Nina non esiste più, perché Trepilòv si è sparato, perché abbiamo normalizzato e interiorizzato troppa violenza, è insita e necessaria all’essere umano e alla vita troppa sofferenza. Più che speranza, follia. Nel nostro lavoro l’essenziale non è la gloria, non è il lustro, non è ciò che sognavo, ma la capacità di soffrire. Forse il punto è proprio questo: abbiamo bisogno di troppa sofferenza. Tutto questo dolore cambia irrimediabilmente l’uomo e, una volta normalizzato, diventa freddo, apatico. sembra crudeltà, malvagità. E forse non lo è. Forse è solo un diallele, necessario alla prosecuzione del mondo per come lo conosciamo: sofferenza per sofferenza, che ci permette di essere i campioni della società moderna. 

Non è la conclusione più ottimistica, bisogna dirlo, ma Čechov è, a parer mio, il ponte tra teatro moderno e teatro contemporaneo, in una schematizzazione un po’ canonica e, soprattutto, ci offre una visione dell’essere umano in tutte le sue sfumature che nessun altro restituisce allo stesso modo e nonostante le posizioni assunte dal drammaturgo e i conseguenti pensieri, credo comunque che, per quanto potenzialmente “triste”, a volte sia necessario vedere le cose da fuori. Vedere noi stessi da fuori, vederci con un altro nome, interpretati da chissà chi, scritti da qualcun altro, mentre stiamo seduti su una poltrona, e niente una spada non ferisce, una lama non taglia, l’immobilità non ci blocca e, impossibilmente, siamo. Guardiamo in faccia una delle infinite possibilità della nostra vita e impariamo da un errore che non abbiamo mai commesso. Guardiamo quel gabbiano volare e ci convinciamo che, una volta usciti, quel gabbiano volerà più a lungo, più in alto, che nessuno lo catturerà mai. Un universo intero in qualche metro quadro di tavole di legno e tende. E ci crediamo. Io, quantomeno, ci ho sempre creduto.

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