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Polizano: la piccola rivoluzione della Fabula di Orfeo che ci proietta nel “teatro” moderno

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Se dovessimo trovarci, diciamo per caso, a passeggiare tra Piazza Sordello e la riva del Lago Inferiore a Mantova arriveremmo, diciamo per caso, al Palazzo Ducale, l’antica dimora dei Gonzaga. È qui che nel 1480, forse prima dell’inverno, durante uno dei convivi del Cardinale Francesco Gonzaga, veniva rappresentata la prima opera drammatica italiana di argomento non religioso: la Fabula di Orfeo, composta da Agnolo Ambrogini, detto Poliziano.

Sul genere dell’opera si è discusso a lungo passando da egloga rappresentativa a favola mitologica o ancora a favola pastorale, ma la definizione che più le si addice è quella di rappresentazione conviviale, la quale, però, è strettamente legata, in questo caso specialmente, alle caratteristiche di un altro genere teatrale: la Sacra Rappresentazione, la maggiore -praticamente l’unica- testimonianza di teatro medievale. Com’è intuibile dal nome, si tratta della narrazione di un fatto religioso, caratterizzata dalla presenza di almeno due attori dialoganti e, a volte, un narratore; la prima rappresentazione sacra in Italia fu il presepe vivente coordinato da San Francesco d’Assisi nel 1223. La Sacra Rappresentazione è a sua volta discendente diretta della lauda drammatica -sviluppata per la prima volta da Jacopone da Todi in “Donna de Paradiso”- che ha già le sembianze di un vero e proprio spettacolo, in quanto dotato di “attori” (a rappresentare le laude sono le “fraternite”, dette poi confraternite, composte soprattutto da chierici ma anche in parte da laici), costumi e musiche. La Sacra Rappresentazione è dunque la naturale prosecuzione della lauda drammatica: ne riprende le forme, dunque un’iniziale – e alquanto duratura, oserei dire -predilezione delle stanze, l’intervento diretto su una scena di personaggi o cori, il comune scopo d’immedesimazione (e quindi di avvicinamento a Dio). È grazie alla Sacra Rappresentazione che, già verso la fine del Trecento, vengono costruiti i primi palcoscenici. La storia di questo genere continua fino al XVIII secolo, ma è al Rinascimento che ci interessa arrivare. Infatti, proprio nel Rinascimento, tra gli autori che scrivono per il suddetto si distingue Lorenzo il Magnifico e parallelamente i Medici diventano protettori della Compagnia del Vangelista, confraternita più celebre di Firenze. È dunque lecito sostenere che Poliziano, vivendo sotto la protezione di Lorenzo il Magnifico dal 1473 fino al 1479, ne sia stato fortemente influenzato nella composizione della Fabula (ad esempio il prologo viene affidato a Mercurio, come nella Sacra Rappresentazione veniva affidato ad un angelo), tanto che questa viene comunemente definita anche come Sacra Rappresentazione di argomento profano. In realtà, come precedentemente detto, si tratta di una rappresentazione conviviale, genere che comincia ad acquistare centralità nel Rinascimento quando, dall’articolato tessuto urbano della civiltà comunale che aveva comportato, appunto, la nascita di palcoscenici all’aperto e, in seguito, degli pseudo-teatri, si passa ad una dimensione diversa, quella delle signorie e, quindi, ad una realtà di corti e signori. È nelle corti e nelle case cardinalizie, infatti, che possiamo trovare la culla del “banchetto-spettacolo”: in occasione del convito, unica occasione teatrale possibile eccezion fatta per quella ecclesiastica, avveniva la messa in scena di rappresentazioni drammatiche. Vengono anche introdotte le prime scenografie – costruzioni teatrali complesse – semoventi, traportate dagli stessi attori nascosti al loro interno; le rappresentazioni prevedevano una durata alquanto breve, uno sviluppo drammatico e, spesso, una conclusione danzata.

Un’altra influenza importante è certamente quella dei classici, che tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento trovano nuova vita, oltre a diventare un veicolo per interpretare l’uomo in chiave laica: i classici vengono studiati e storicizzati, non sono più soggetti all’allegorizzazione cristiana, grazie anche alla nascita di metodi propriamente scientifici, come la filologia (due degli esponenti maggiori dell’epoca sono certamente Lorenzo Valla e lo stesso Poliziano). Questo è possibile grazie soprattutto ai ritrovamenti di testi -principalmente latini- nei monasteri  e alla caduta, nel 1453, dell’Impero bizantino, nel quale era stata coltivata con costanza la tradizione greco-latina, che comporta la diffusione di testi -soprattutto greci- perduti, tra cui miti di Platone e Aristotele.

Il contatto tra Poliziano e questa nuova realtà è manifesto in ogni attività e studio letterario che porta avanti nella vita e, naturalmente, anche nella Fabula di Orfeo: l’argomento è infatti il mito di Orfeo e Euridice – estremamente caro al Rinascimento-, i modelli sono Virgilio e Ovidio, rintracciabili anche e soprattutto nel contenuto e nel lessico (selva, ombrose foglie etc). L’aspetto però più intrigante, a mio avviso, viene proposto attraverso il personaggio di Orfeo. Egli diviene il rappresentante del potere della poesia (è lo stesso Ade a dire: “I’ son contento che a sì dolce plettro /s’inchini la potenza del mio scettro”), dunque è presente da parte dell’autore l’adesione all’esaltazione tipicamente rinascimentale di questa, ma, a differenza di umanisti come Ficino che ritenevano che questa storia – nella versione in cui Orfeo, anche oltraggiato nell’Ade, non ha perso il suo dono divino, il canto, che persiste ad invocare Euridice- rappresentasse la capacità della poesia di resistere alla violenza umana, Poliziano decide di concludere la sua rappresentazione con il coro delle Baccanti che celebrano il loro trionfo dovuto al loro crimine, alla loro violenza, ed è questo che spinge Vittore Branca a sostenere che il filologo non creda che la poesia e la bellezza possano vincere sulla violenza (probabilmente a causa delle violenze di cui fa esperienza diretta, specialmente in riferimento alla Congiura dei Pazzi).

Una piccola curiosità sul finale: anche questo può essere considerato “anticonvenzionale” per l’epoca, in maniera naturalmente molto più marcata e scandalosa rispetto a una divergenza come quella appena descritta. Le componenti misogine e pederatistiche di questo, espresse nella rinuncia all’amore per le donne, l’invettiva contro queste e la scelta di dedicarsi all’amore per i fanciulli (“Da qui innanzi vo’ côr e fior novelli, /la primavera del sesso migliore, /quando son tutti leggiadretti e snelli”) dopo la definitiva perdita di Euridice, sono spesso incorse a censura nei secoli.

Alla luce di tutto questo possiamo dire che Poliziano ha compiuto un passo importantissimo per la storia del teatro moderno e l’ha fatto anche e soprattutto grazie al suo modo di rispondere a ciò che accade nella realtà a lui circostante; è vero, forse se non fosse stato Poliziano a un certo punto qualcun altro avrebbe provveduto a separare il genere teatrale dalla religione. Probabilmente, anzi certamente sarebbe avvenuto, ma chi può dire come e quando o quanto sarebbe stata diversa l’eredità destinataci in merito? L’essere umano è un sistema complesso che opera all’interno di un sistema complesso; dunque, nulla accade ugualmente a come è già accaduto, perché vi sono troppi fattori da tenere in conto, troppe componenti che hanno un’incidenza unica in base al soggetto. Potrebbe sembrare ininfluente ma Poliziano, con le sue idee, il suo modo di percepire e analizzare e codificare la realtà, con la sua complessità ha davvero cambiato le sorti non solo della letteratura ma anche del genere drammatico, sradicando l’assioma medievale che vedeva come unica espressione teatrale quella indissolubilmente legata alla cristianità e, dunque, compiendo una rivoluzione.

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