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Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio

Copertina: Ilaria Barracca

Violenza ostetrica, rooming-in, maternità e sacrifici.

«Il problema mi si è riproposto la seconda notte da sola in ospedale, quando la bambina mi viene portata dalla nursery dentro alla stanza come un ordigno a sensore barometrico. Intorno alle tre di notte questa piccola bomba a orologeria inizia a ticchettare e dopo vari tentativi di tirarmi su, chiamo la puericultrice chiedendole la cortesia di sollevare la bambina e poggiarmela sul letto per poterla cambiare e allattare. La risposta rimarrà impressa nella mia mente come la scritta di Fantozzi in cielo: “Signora, ma cosa si credeva? La maternità è questa: è sacrificio” ». Questa testimonianza è tratta dal libro di Francesca Fiore e Sarah Malnerich, Non farcela come stile di vita.

In questi giorni mi è capitato, e penso un po’ a tutti, di leggere le testimonianze di tante donne che hanno raccontato i loro parti e i momenti precedenti e successivi e non li hanno mai descritti come “il momento più bello” della loro vita. Come ci viene invece spesso raccontato dalla società. Perché dalle loro parole si capisce invece che portare in grembo e partorire un figlio sia un processo lungo, difficile e doloroso e molto spesso sei da sola a dover affrontare tutto.

Dalle testimonianze che ho ascoltato e letto in questi giorni, in tutte una parola appare sempre, come fosse un’insegna luminosa di Douglas Leigh: sacrificio.

Sì, perché il sacrificio e la sofferenza sono emozioni ricorrenti nella vita fertile di una donna. Ne avevo già parlato, a proposito di normalizzazione del dolore mestruale, nel mio ultimo articolo 50 sfumature di ciclo mestruale (se ti va, recuperalo qui).

Che sia per il ciclo mestruale, per il parto o per la menopausa, il dolore femminile non viene mai considerato. In Italia si pensa infatti che il dolore sia una caratteristica e condizione necessaria delle varie fasi della fertilità femminile. Il dolore diventa normalità e non il segno di qualcosa di non fisiologico, da indagare e trattare.

Questo pregiudizio probabilmente deriva dall’idea che la maternità, e in generale la possibilità di una donna di essere fertile, debba per forza richiedere sofferenza. Le madri, e le ragazze o donne che saranno future madri, devono da subito imparare a sacrificarsi e a mettere i propri interessi e il proprio benessere psicofisico al di sotto di tutto il resto.

Ed è proprio in questo contesto che si configura il fenomeno noto come violenza ostetrica, di cui in questi ultimi giorni si sta parlando molto, in risposta al tragico evento che è avvenuto lo scorso otto gennaio presso l’ospedale Pertini di Roma.

Che cos’è la violenza ostetrica?

Con questo termine si intende l’insieme dei comportamenti che possono essere messi in atto dalle strutture e dai professionisti sanitari, atti a non tutelare la salute sessuale e riproduttiva della donna e il proprio benessere psicofisico. La violenza ostetrica è diversa dalla violenza ginecologica: la prima viene fatta nei confronti di una donna incinta, la seconda nei confronti di chiunque possieda un utero. La violenza ostetrica comprende numerose categorie di abuso (fisico, verbale e psicologico), sia nel corso della gravidanza che del parto.

Esempi di violenza ostetrica sono la mancanza di consenso informato e di privacy, il ricorso a procedure eccessivamente dolorose senza che venga fornita prima un’adeguata terapia del dolore o senza il consenso della paziente, la mancanza di rispetto per la sua salute mentale e l’autodeterminazione o semplicemente la noncuranza nei confronti della stanchezza o del dolore della donna.

Un po’ di dati sulla violenza ostetrica.

Negli ultimi quattordici anni 1 milione di donne italiane (il 21 per cento) ha dichiarato di aver subito esperienze di violenza ostetrica durante il proprio travaglio o parto. Nel 2017, l’Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia (Ovoitalia) ha pubblicato un’indagine in cui si evince che, su 5 milioni di donne che hanno partorito tra il 2003 e il 2017, circa 1/5 avrebbe subito episodi di violenza ostetrica. E durante gli ultimi anni, a causa delle misure restrittive anti-Covid introdotte negli ospedali e a causa della mancanza di personale sanitario, questo dato sarebbe in crescita.

Le cause alla base degli episodi di violenza ostetrica che, a tutti gli effetti, si configura come una vera e propria forma di violenza contro le donne, possono essere ricondotte a due grandi macrotemi: le condizioni del Sistema Sanitario Nazionale e gli stereotipi, legati alla maternità, generati dalla cultura patriarcale.

È il Rapporto Onu del 2019, sull’assistenza sanitaria materna e riproduttiva, a ricondurre tra le cause del fenomeno “le cattive condizioni di lavoro di molti operatori sanitari e la storica sovrarappresentazione maschile in campo ginecologico”.

Negli ultimi anni, in realtà, il numero di donne che si occupano di salute riproduttiva e sessuale femminile è progressivamente aumentato ma la percentuale di donne che riveste  posizioni apicali in ginecologia e ostetricia resta bassa: nel 2017, solo il 17 per cento di esse occupava posizioni dirigenziali. E quello che succede negli ospedali si replica anche nelle istituzioni pubbliche e nella politica italiana, dove i diritti delle donne (e anche delle madri) dovrebbero essere rappresentati e tutelati.

E invece, ogni anno, sono sempre meno le risorse destinate alla salute riproduttiva e sessuale femminile. Sarà anche perché il Parlamento è pieno di uomini? (leggi il mio primo articolo per scoprire qual è la situazione in Italia).

Ma sono gli stereotipi culturali e sociali legati alla maternità e generati dalla cultura patriarcale a fare tutto il resto. Uno di questi è appunto l’idea, già citata in precedenza, che la maternità richieda sofferenza, da cui deriverebbe la svalutazione della salute fisica e psicologica che alcuni operatori sanitari mettono in atto nei confronti delle pazienti. Stereotipo che viene anche confermato dalle decine di commenti che uomini e donne stanno scrivendo sui social in questi ultimi giorni.

È molto diffusa l’idea “mitologica” della madre-eroina che non può piangere, non può essere stanca o provare dolore. Una buona madre non deve lamentarsi ma sacrificarsi e mettere da subito i propri interessi e il proprio benessere psicofisico al di sotto di tutto il resto. Una donna deve acquisire il proprio istinto materno appena subito la nascita del proprio figlio. O forse appena dopo la sua di nascita perché si sa, l’istinto materno è naturale. Una donna degna d’essere chiamata tale non può mai cedere alla “debolezza” di chiedere aiuto, neanche dopo 17 ore di travaglio. “Signora, ma cosa si credeva? La maternità è questa: è sacrificio”.

La violenza ostetrica si configura dunque come una forma sistemica di violenza, radicata nelle procedure sanitarie e nella cultura ospedaliera e non, e da sempre legittimata dalla nostra società. Questa forma di violenza contro le donne è difficile da individuare e da eliminare perchè non si conosce e quindi non si riconosce: è difficile capire di esserne vittima o di esserlo stata. Dovremmo quindi parlarne tutti e tutte un po’ di più.

Il rooming-in è una forma di violenza ostetrica?

Pochi giorni fa, presso il reparto di ginecologia dell’ospedale Pertini di Roma un bambino è probabilmente morto soffocato dopo che la mamma si è addormentata mentre lo stava allattando. Il padre del bambino ha dichiarato ai giornali che la compagna aveva chiesto più volte che suo figlio fosse portato al nido del reparto perché era stanca e aveva bisogno di riposare. La sua richiesta purtroppo non è stata accolta.

L’OMS definisce il rooming-in come la permanenza del neonato e della propria madre nella stessa stanza per il tempo più lungo possibile durante l’arco delle 24 ore, salvo quello dedicato alle cure assistenziali. Il rooming-in nasce come pratica atta a facilitare la costruzione del rapporto madre-bambino e come diritto della mamma e del neonato stesso.

Sono infatti noti gli aspetti positivi legati a questa pratica: la diminuzione del pianto del bambino e il corretto avvio dell’allattamento al seno; la riduzione del tasso di depressione post-partum della madre e la maggiore sicurezza nonché il minore stress del bambino.

Il rooming-in rappresenta un’opzione che può essere proposta alla donna e accolta da quest’ultima, qualora si sentisse di farlo, ma comunque in presenza di un altro caregiver presente h24 o, in assenza di questo, del nido. Il rooming-in è una pratica che deve comunque essere guidata e sostenuta dal personale sanitario, in ogni momento, e il nido va sempre mantenuto come servizio complementare.

Negli ultimi anni, a causa della mancanza di personale, dei tagli alla sanità e della pandemia da Covid-19 che ha peggiorato la situazione, il rooming-in ha smesso di essere una scelta e un diritto della donna e ha iniziato a diventare la prassi da seguire per tutte le neo-mamme che si trovano così a dover gestire tutto il carico di lavoro, la stanchezza e il dolore, da sole.

Nella maggior parte degli ospedali italiani infatti, per via dei tagli alla sanità, il servizio nido è stato progressivamente smantellato e anche nelle strutture dove è ancora presente, non risulta essere sufficientemente adeguato, a causa della mancanza di personale: in alcuni reparti sono presenti due sole ostetriche ogni venti donne. Negli ospedali mancano inoltre anestesisti che possano permettere l’applicazione della corretta terapia del dolore nelle donne che la richiedano.

Il rooming-in non è una forma di violenza ostetrica ma è il modo in cui viene gestito ad esserlo. La violenza ostetrica diventa così diretta conseguenza dell’incapacità della politica e del sistema sanitario e sociale di occuparsi adeguatamente di maternità. 

Conclusioni: i figli non sono soltanto delle madri

Pochi giorni fa, Eugenia Maria Roccella, ministro per le pari opportunità e per la famiglia, riferendosi all’aborto ha affermato che sì, purtroppo è un diritto delle donne.

Sarebbe opportuno se il governo italiano e la ministra, vista l’attenzione che hanno da sempre dimostrato nei confronti della questione natalità, iniziassero ad occuparsene per davvero e non soltanto per scopi propagandistici.

Se le donne italiane fanno pochi figli non è certo per il diritto all’aborto ma per colpa delle disuguaglianze economiche, delle disparità salariali, delle violenze e della mancanza di assistenza sanitaria, dell’inesistenza di servizi di welfare adeguati, dell’assenza di una divisione del carico di lavoro genitoriale e della mancanza di una rete sociale di sostegno che permetta ad una mamma di crescere il proprio figlio senza doversi annullare come donna e come lavoratrice.

Invece di ostacolare le donne che decidono di non essere madri, si aiutassero quelle che vogliono esserlo. Perché la maternità è un diritto della donna. E spetta soltanto alla donna decidere se e quando essere madre. Ma nel caso in cui decidesse di diventarlo, sarebbe auspicabile che non vedesse morire il proprio figlio, per colpa di una politica che taglia continuamente sulla sanità pubblica e di una società incapace di assumersi le proprie responsabilità.

I figli non sono soltanto delle madri e come dice un proverbio africano, per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.

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