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Per chi resta

Illustrazione: Giorgia Liuzzo

Amabili resti

Come si può dire addio ad una persona fondamentale nella nostra vita? Come si può cercare di andare avanti dopo aver perso qualcuno? Quesiti troppo imponenti per dei comuni esseri umani, che della vita comprendono ben poco e sicuramente non capiscono nulla della morte. Un punto definitivo che ci costringe a fare i conti con la nostra mortalità e ci rende fragili, vulnerabili. 

Forse ho compreso il dilemma meglio guardando proprio un film: “Amabili resti”. Si tratta di una pellicola del 2009, diretto da Peter Jackson e basata sull’omonimo romanzo di Alice Sebold. Emozionante, irriverente e cruento, il giusto mix per creare un vero e proprio capolavoro del cinema, scontato a volte, e in alcune scene, ma mai banale.

La trama gira intorno all’omicidio di una ragazzina di quattordici anni, il cui nome è Susie Salmon. Lei, il 6 dicembre 1973, viene brutalmente uccisa e per questo si risveglia in un limbo tra il paradiso e la vita terrena. Solo la consapevolezza della morte riesce a liberare la sua anima dal tormento della violenta uccisione e ad abbandonare i suoi amabili resti, ovvero la famiglia e le persone care. 

Ma come si può fare i conti con la propria morte? Questa era la domanda che mi frullava in testa durante la visione del film. Risulta quasi impossibile, quasi improponibile pensare di riuscire a dare un senso ad una morte, soprattutto se si tratta di una ragazza così giovane. Una giovane con tutta la vita davanti e i sogni rinchiusi dentro ad un cassetto, ancora troppo piccolo per poterlo aprire. Un’anima in pena che grazie alle parole e ai gesti dei propri genitori e amici, è riuscita ad andare avanti e a scegliere di non soffrire più. 

Le focalizzazioni all’interno della pellicola in effetti sono bene eseguite e distinte da una linea sottile: si può osservare quella interna della nostra protagonista e quella esterna dei componenti della famiglia. E proprio questo meccanismo riesce a sottolineare la parte migliore, un racconto dettagliato delle sensazioni di Susie, vitali e pure, proprio come il suo personaggio, mischiate con le immagini e le informazioni spiazzanti, in netto contrasto con la scena appena immaginata. Tutto questo serve in parte per introdurre la sequenza più ricca di tensione, ovvero quella dell’omicidio compiuto dal killer, interpretato magistralmente da un credibilissimo Stanley Tucci. 

Sicuramente non mancano, come ho già sottolineato, le parti meno attendibili, quelle più stereotipate e magari non troppo in linea con quello che il regista voleva intendere. In particolare quando il resto della famiglia deve affrontare il dolore della perdita, reso poco empatico per il pubblico. Un sentimento che dovrebbe devastare e farci emozionare, non riesce nel suo pieno intento, nonostante il messaggio di fondo arrivi di petto. 

Per questo motivo posso affermare che Amabili resti è riuscito a regalarmi tanto. Tante emozioni, chiarimenti e spaventi. Tanti sorrisi e lacrime. Ma soprattutto tanta riflessione e comprensione, qualcosa che davo per scontato fosse intrinseco dentro di me. È riuscito attraverso la sensibilità della protagonista, interpretata in maniera egregia da una ancora acerba Saoirse Ronan, a fare breccia nel mio cuore e a regalarmi nuovi spunti di riflessione.

Non bisogna aspettare, aspettare un momento, un attimo, un secondo preciso. Bisogna agire e accettare, nonostante sia complicato, le situazioni della vita. Senza mai arrendersi o perdersi d’animo, solo così si può riuscire ad andare avanti e a sperare di raggiungere la pace. 

Questi erano gli amabili resti, cresciuti intorno alla mia assenza. I legami, a volte esili, a volte stretti a caro prezzo, ma spesso meravigliosi, nati dopo che me n’ero andata. E cominciai a vedere le cose in un modo che mi lasciava concepire il mondo senza di me…”

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