paura-nella-citta-dei-morti-viventi

Paura nella città dei morti viventi

Illustrazione: Luca Macerata

Lucio Fulci e l’inizio della Trilogia della Morte. 

Lovecraft scriveva nel lontano 1929 ne L’orrore di Dunwich di una cittadina, Dunwich appunto, degradata e superstiziosa e, dopo gli eventi del racconto, abbandonata ancora di più a sé stessa tanto da fare rimuovere la segnaletica stradale. 

È su queste basi che Lucio Fulci, nel 1980, darà alla luce uno dei suoi horror più famosi, ovvero Paura nella città dei morti viventi. 

 

Ci troviamo a Dunwich dove un prete, tale padre Thomas, si impicca come atto finale di un rituale per far avverare una profezia scritta sul Libro di Enoch. Evocare gli spiriti dei morti sulla terra e instaurare un’era di Caos infernale. 

Una trama tanto minimale, quanto all’apparenza sconclusionata. Ma Fulci non solo infarcisce il film di svariati elementi che si intersecano fra loro, ma struttura l’opera in modo che abbia molteplici piani di lettura e sia complessa. 

La Trilogia della Morte codifica un certo tipo di horror dove violenza esasperata e surrealismo si fondono e Paura nella città dei morti viventi ne è il primo tassello. 

 

Il celebre regista, che veniva definito e si autodefiniva “Terrorista dei generi” – per la sua capacità di entrare in diversi generi cinematografici e inserendo elementi di shock per lo spettatore – confeziona un viaggio tetro e violento dove gli eventi si susseguono in maniera schizofrenica e surreale, ma mai casuale. Fulci calcola ogni movimento di macchina, ogni inquadratura, tra l’elegante e il claustrofobico, per dare corpo a una vicenda onirica con una direzione ben precisa. Raccontare passo per passo l’ascesa di un orrore più grande di noi e come l’essere umano si rapporta a esso. Il Terrore in tutte le sue sfaccettatura e la fascinazione/repulsione per la morte sono temi sui quali si sviluppa la Trilogia e verranno esplorati da altre prospettive nei successivi film. 

 

 Paura nella città dei morti viventi  è una delle espressioni massime di un certo cinema di genere, la violenza e il disturbante sono al centro – senza essere fini a sé stessi – e Fulci vuole impattare sullo spettatore con le immagini. La scena più nota del film presenta una ragazza che, una volta entrata in contatto con lo spirito del prete maledetto, inizia a lacrimare sangue fino a espellere le proprie interiora dalla cavità orale. Scena che ci viene presentata senza tagli, una lunga sequenza dove il regista non indugia nel mostrare i dettagli e i minimi particolari dei sempre validi effetti speciali realizzati da Giannetto De Rossi. Se vogliamo, quasi una pornografia della violenza, che però trova più ampio respiro proprio nella filosofia alla base del film: raccontare una storia che sia davvero orrorifica creando contemporaneamente fascinazione e disgusto nello spettatore.

 

Il primo capitolo della Trilogia rimane un’opera potente ancora oggi, non solo per gli accadimenti che vengono presentati in tutta la loro crudezza, accompagnati dai freddi e maestosi synth di Fabio Frizzi, ma anche per aver creato un mondo a tutti gli effetti vivo, dove le situazioni ci travolgono in tutta la potenza visiva. 

Se gli effetti artigianali possono risultare datati – nonostante appunto un’ottima realizzazione – il misto di tecnica registica virtuosa (indimenticabile la scena con protagonista Catriona McColl seppellita viva, poi citata anche da Tarantino in Kill Bill), le musiche coinvolgenti, lo stile narrativo e i riferimenti culturali rendono il tutto un’alchimia funzionante e funzionale, difficile da dimenticare. Paura nella città dei morti viventi è una mosca bianca nel panorama horror dell’epoca, così come tutta la Trilogia.

 

E sono proprio i riferimenti culturali grandi pilastri delle opere di Fulci. Non solo i tributi alle opere di Lovecraft, Poe e King, ma vere e proprie filosofie implementate che danno corpo a quella narrazione così folle e onirica. 

Paura nella città dei morti viventi inserisce i personaggi nel pieno dell’azione, ci sono pochi preamboli e poche spiegazioni, le cose succedono perché così sono scritte sulla profezia di Enoch, senza darne conto allo spettatore. Un tipo di Show don’t tell efficace in quanto a Fulci non interessa creare una storia che sia verosimile e plausibile dal punto di vista di script, ma pretende di dare vita a un’esperienza unica dal punto di vista visivo, sonoro e sensoriale in generale, dove la reazione da parte di uno spettatore a un orrore inconcepibile è uno degli obiettivi posti, andando in simbiosi con i protagonisti del film, in balia anche loro di questi orrori inconcepibili e di natura, per rubare un termine a H. P. Lovecraft, cosmica. 

 

Non a caso Fulci si ritiene un autore fortemente legato ad Antonin Artaud e al suo Teatro della crudeltà. Se Artaud diceva “Il teatro è prima di tutto rituale e magico” sicuramente Fulci aveva un’idea gemella per quanto concerne il cinema.

Le convenzioni narrative vengono stravolte e rivoluzionate, dando spazio prima di tutto alla potenza filmica in sé, come convergenza delle arti.

Condividi questo articolo!

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *