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Orgogliose considerazioni serali su “L’estetica del cielo”

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

Di una giovane poeta voglio scrivere, e per mezzo di lei della poesia e della giovinezza, che consuma le mani ancor prima della pagina. Della vergine opera L’estetica del cielo e della sua audace autrice che nasce, ringrazia d’esser nata e subito scopre, conquista, esprime. La raccolta offre l’accesso al corpo della sua creatrice, il cui cuore si sente battere, il cui sangue si sente pompare nel ritmo incalzante e deciso, sapiente, dei versi, del gravare della metrica che ricorda che il testo è vivo. Richiamando il mito narrato da Platone nel Simposio, l’opera è figlia di Poros e Penìa – ingegno e povertà – del risuonare assordante dell’antico fasto delle lettere, da sempre declinato al maschile, e di una voce femminile che è stata assenza. Essa è dunque la creatura da essi generata, Eros, amante del sapere e del bello (di quest’ultimo poiché concepito durante il banchetto per la nascita di Afrodite), vestita della nostalgia della poesia ellenica, la cui verità è più grande di tutte quelle che sono state scovate nei secoli futuri. Nelle poesie d’argomento amoroso, i corpi altrui si modellano sulle forme delle coste e lo sguardo, che segue l’andamento dei versi, mima il mare. Vengono evocati «l’orifico canto»G. LUCIANI, L’estetica del cielo, San Giorgio del Sannio, RP Libri, 2022, p.30 e la lira, a riconoscere questa loro figlia. Al lontano e sfumato ricordo di terre e culture s’affianca il linguaggio, la cui tecnica è posseduta dall’autrice come da Marinetti la capacità di far perdere la pazienza ad uno storico d’arte. Alle allitterazioni onomatopeiche – «traballava il passo al tram tremante»G. LUCIANI, L’estetica del cielo, San Giorgio del Sannio, RP Libri, 2022, p.24 – seguono il diniego della punteggiatura e la ripetizione alienata o esaltata. Sono sempre rottura e ricostruzione. Allora la parola si libera, si estende nel suo universo di possibilità fino ad esaurire in sé ogni concetto. Riabbraccia, ritrova, riconnette. All’inizio dell’opera l’autrice finge, attraverso una lettera di presentazione, di volerci condurre per mano, guidare fra i suoi versi, ma arrivata a metà della raccolta confessa, riferendosi al lettore, le sue vere intenzioni: abbandonarci, come abbandona i suoi versi che più non le appartengono: capiremo, se saremo in grado di capire, di riconoscerne la «gaiezza»G. LUCIANI, L’estetica del cielo, San Giorgio del Sannio, RP Libri, 2022, p.48 e «il tipico ammalare nervoso»Ibidem che contraddistinguono la generazione di questo nostro tempo, attraverso il quale l’autrice passeggia leggera. 

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