obiezione-di-coscienza-tra-problemi-strutturali-e-cultura-patriarcale

Obiezione di coscienza tra problemi strutturali e cultura patriarcale

Copertina: Ilaria Barracca

L’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) viene introdotta per la prima volta in Italia nel 1978 con la legge 194, dopo anni di lavoro, lotte e compromessi, tra cui l’introduzione dell’obiezione di coscienza. La 194 è una legge che non introduce la pratica dell’aborto, che è sempre stata effettuata nel mondo (e in Italia) ma permette ad una donna di potervi accedere in una struttura sanitaria pubblica, in sicurezza e gratuitamente.

Fino al 1978 infatti, abortire in clandestinità faceva parte della quotidianità di vita delle donne italiane. I modelli sociali imponevano la maternità come principale (e in alcuni casi) unica via di realizzazione personale della donna a cui non era concesso decidere se e quando diventare madre. Se fino al 1930 abortire era considerato un reato contro la persona, con l’avvento del regime fascista viene introdotta una novità significativa: l’aborto diventa reato contro la stirpe e il patrimonio demografico italiano. Il Codice Rocco sposta infatti il reato da una dimensione privata ad una pubblica: controllare la fertilità e la riproduttività femminile era uno degli obiettivi principali della politica demografica del regime. É tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 che, a partire dal racconto di tantissime donne e dal lavoro del movimento femminista italiano, inizia un vero e proprio dibattito che culmina nel 1978 con l’approvazione della legge 194/1978

Nella legge 194 il diritto all’aborto della donna viene affiancato da un altro diritto, quello all’obiezione di coscienza del personale sanitario; infatti, quando 45 anni fa questa legge venne scritta e approvata, fu necessario introdurre la possibilità, da parte del personale sanitario, di rifiutare di partecipare alle procedure di interruzione di gravidanza, sia per tutelare il pluralismo delle idee ma soprattutto per i professionisti sanitari che avevano scelto e che praticavano la professione medica da prima che l’aborto diventasse legge e che quindi non avevano avuto una formazione adeguata a praticarlo oppure erano moralmente ed eticamente in disaccordo con la pratica stessa. 

L’obiezione di coscienza e il diritto all’aborto avrebbero dovuto coesistere all’interno della stessa legge senza diventare l’uno causa dell’assenza dell’altro. Oggi, 45 anni dopo l’entrata in vigore della 194, i dati ci dicono che questo non è possibile. L’obiezione di coscienza è un’opzione che ha portato con sé due grandi problematiche: da una parte ha limitato la completa applicazione della 194 e l’accesso all’IVG, dall’altra ha reso difficile (se non impossibile) per il personale sanitario non obiettore e che voglia garantire e assicurare il completo diritto alla salute sessuale e riproduttiva della donna, fare carriera.

Obiezione di coscienza in Italia

L’obiezione di coscienza è un’opzione permessa in quasi tutti i Paesi europei ma, stando all’analisi pubblicata dall’International Journal of Gynaecology and obstetrics, in pochi è diventata così preponderante come in Italia dove ha reso quasi completamente inapplicabile abortire in una struttura pubblica, in sicurezza e gratuitamente. 

I dati ufficiali, elaborati dal Ministero della salute, che dovrebbe informare annualmente sullo stato di applicazione della pratica dell’IVG, non sono stati aggiornati dal 2019; inoltre si tratta di dati aggregati per regione e non riferiti alla singola struttura ospedaliera e che quindi non permettono alla donna di scegliere in quale struttura recarsi.

Secondo i dati aggiornati al 2021, riportati dal report Mai Dati dell’associazione Luca Coscioni e curati dalla docente di storia della medicina Chiara Lalli e dall’informatica e giornalista Sonia Montegiove, sarebbero 31 (24 ospedali e 7 consultori) le strutture sanitarie in Italia con il 100 per cento di obiettori di coscienza tra il personale sanitario. Quasi 50 quelle con una percentuale superiore al 90 per cento e oltre 80 quelle con un tasso superiore all’80 per cento

Sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100 per cento di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria e Veneto; molto spesso le donne sono costrette a doversi spostare, anche fuori dalla propria regione, soltanto per poter accedere ad una pratica di salute pubblica.

In un Paese in cui 7 ginecologi su 10 sono obiettori di coscienza viene quindi da chiedersi se, quella che era nata come opzione per garantire il pluralismo di idee e di azioni, non finisca alla fine per legittimarne soltanto una: impedire alla donna di autodeterminarsi. E viene anche da domandarsi quali siano le ragioni che spingono un professionista sanitario a diventare obiettore.

Perché in Italia ci sono così tanti obiettori?

Silvia De Zordo, antropologa e ricercatrice all’università di Barcellona, in uno studio condotto tra il 2011 e il 2012, ha analizzato quattro strutture ospedaliere, 2 a Roma e 2 a Milano dove ha intervistato in tutto 54 ginecologi e 66 tra ostetriche, infermiere, anestesisti e neonatologi; l’obiettivo dello studio è stato proprio quello di comprendere quali siano le motivazioni alla base del fenomeno dell’obiezione di coscienza tra il personale sanitario.

È curioso scoprire che i motivi religiosi, etici e morali, che potremmo pensare siano i più significativi, legittimi (e in qualche modo incontestabili), rappresentino in realtà una motivazione minoritaria. La maggioranza degli obiettori infatti non considera la pratica dell’aborto come un crimine o un peccato ma come un problema sociale e di salute pubblica e ritiene fondamentale l’esistenza di una legge che garantisca alle donne una IVG sicura e gratuita.

L’alta percentuale di personale sanitario obiettore di coscienza (tra cui sono presenti professionisti che scelgono di diventarlo dopo anni in cui hanno praticato la procedura) è dovuta perlopiù a ragioni di natura tecnica, formativa e soprattutto di opportunità lavorativa. Di seguito ne elencherò alcune.

Molti professionisti sanitari non obiettori lamentano per esempio il fatto di essere oggetto di discriminazioni, soprusi e mobbing sul posto di lavoro da parte di colleghi obiettori; questo fenomeno sembrerebbe essere acuito dal fatto che la maggioranza del personale sanitario di reparto e del personale dirigenziale è obiettrice di coscienza, e molte volte proviene da ambienti di studio e di vita cattolici o ultra-cattolici. 

A questo si aggiunge la paura dei professionisti di essere oggetto di contestazioni o di denunce da parte di colleghi obiettori e l’impossibilità di avere avanzamenti di carriera e opportunità di gratificazione lavorativa.

La pratica dell’IVG è una procedura di routine, tecnicamente semplice, che non fa curriculum, non offre spunti per pubblicazioni scientifiche e non incentiva la carriera ma, allo stesso tempo, costringe i pochi medici non obiettori a dover svolgerla quotidianamente, aumentando i propri turni di lavoro e di reperibilità rispetto al personale obiettore e sottoponendosi ai rischi che si corrono nell’eseguire un’operazione chirurgica, senza che a ciò corrisponda un incremento remunerativo rispetto ai loro colleghi.

Il personale sanitario manca inoltre di una formazione di qualità in epidemiologia dell’aborto e di un aggiornamento sulle tecniche abortive più recenti rendendo quindi difficile applicare la legge, soprattutto nelle strutture in cui il tasso di obiezione è elevata. In Italia non sono presenti per esempio ginecologi che pratichino la D ed E, dilatazione ed evacuazione strumentale del feto in anestesia generale che viene invece effettuata in Paesi come UK e Spagna; le donne italiane, a partire dalla 16/17esima settimana, vengono sempre e soltanto sottoposte ad un travaglio abortivo indotto, procedura simile ad un vero e proprio parto. 

L’aborto farmacologico non viene quasi mai eseguito e le linee di indirizzo del Ministero della salute, che prevedono che la pillola abortiva (Ru486) sia somministrata nei consultori, non sono state adottate da molte regioni per mancanza di formazione degli operatori.

A questo si aggiunge che la 194 è una legge che presenta alcuni limiti tra cui la poca chiarezza riguardo a quali siano le eccezioni che possono permettere di ricorrere all’IVG anche durante il secondo trimestre di gravidanza, lasciando spesso la singola decisione al medico non obiettore che si trova però scoperto da eventuali contestazioni e denunce.

Inoltre è presente uno stigma legato alla pratica dell’aborto che viene percepita come un lavoro non soltanto “non gratificante” e “sporco” ma anche frustrante; questi pregiudizi vengono accentuati dall’ambiente fortemente maschilista degli ospedali ed in particolare dei reparti che si occupano di salute sessuale e riproduttiva femminile dove, sebbene la metà del personale sia rappresentato da donne, i vertici dirigenziali dei reparti e delle strutture, restano occupate da uomini. Questo è conseguenza del fatto che, mentre i professionisti di sesso maschile vengono spinti a fare carriera, a specializzarsi in chirurgia e ad assumere incarichi dirigenziali, quelle di sesso femminile vengono scoraggiate, a causa di pregiudizi e stereotipi di genere.

L’obiezione di coscienza è un problema culturale?

L’obiezione di coscienza, alla luce di quanto esaminato in precedenza, sembra quindi rappresentare un fenomeno che riguarda molto poco il singolo professionista, la sua religione e gli ideali etici e morali in cui crede; si tratta piuttosto di un fenomeno sistematico, esasperato negli anni a causa di ragioni di natura tecnica, formativa e di opportunità lavorativa, che potrebbero essere risolte ma si sceglie consapevolmente di non farlo perchè perfettamente inquadrate all’interno del nostro sistema-Paese, pieno di pregiudizi e di stereotipi nei confronti delle donne.

La diffusione così massiccia della pratica dell’obiezione di coscienza è quindi diventata più che altro un fenomeno culturale, che trae origine e linfa vitale dalla cultura patriarcale, la quale in parte non considera la salute sessuale e riproduttiva femminile come parte integrante della salute pubblica e sicuramente vuole limitare il diritto della donna a decidere sul proprio corpo.

Non c’è bisogno di toccare la 194 quando il diritto all’aborto viene costantemente svuotato dall’interno da parte di un sistema politico, sociale (e sanitario) che ignora il diritto all’autodeterminazione della donna.

Condividi questo articolo!

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *