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NotAllMen ma YesAllWomen

Illustrazione: Ilaria Barracca

Negli ultimi giorni la scrittrice Carolina Capria ha deciso di raccogliere e pubblicare sul suo profilo IG le testimonianze di tantissime donne che hanno raccontato le violenze e le molestie subite da uomini, nel corso della propria vita (se vuoi leggerle, le trovi in evidenza sul profilo @lhascrittounafemmina). Molte delle storie che ho letto sono state raccontate per la prima volta su quel profilo. Centinaia di storie rimaste sommerse per anni e di donne in silenzio, per paura di non essere credute o per vergogna di essere tacciate come“colpevoli”. 

È così strano che una donna possa sentirsi al sicuro dietro un profilo IG e non a casa propria, tra i suoi familiari, o a lavoro con i suoi colleghi, o tra amici, o in pronto soccorso o in una caserma di polizia. A volte un social network diventa l’unico luogo dove poter condividere la propria storia senza essere giudicata. Perché in fondo tutte quelle che la leggeranno sapranno che è la verità. Perché questo corpo di dolore cresce dentro ciascuna di noi e, se è vero che ♯NotAllMen sono colpevoli, è anche vero che ♯YesAllWomen hanno subito, almeno una volta nella propria vita, una molestia da parte di un uomo.

In Italia sono 8.816.000 le donne tra i 14 e i 65 anni che hanno dichiarato di aver subito una qualche forma di violenza sessuale; secondo gli ultimi dati Istat una donna su tre è stata vittima di molestie ma solo 2 vittime su 10 hanno denunciato. Stando a questi numeri, le notizie susseguitesi negli ultimi giorni, prima con lo stupro di gruppo di Palermo e poi di Caivano, raccontano soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che non è un’anomalia del sistema ma potrebbe essere il sistema.

Nel leggere le storie di violenza subite da quelle donne, o i messaggi che gli stupratori di Palermo si sono scambiati nei giorni successivi allo stupro, ho riprovato la stessa sensazione che avevo sentito così forte, e forse per la prima volta, qualche anno fa, mentre guardavo il film La scuola cattolica di Stefano Mordini, tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati e ispirato ai fatti del Circeo.

Ho provato schifo e dolore, e impotenza. Ho provato tanta rabbia, come un fuoco che nasce dentro, e arde percorrendo e bruciando tutto ciò che incontra. È una sensazione che poi ho scoperto accomunare molte donne, forse tutte, e avere un nome: corpo di dolore.

Con questo termine si intende quell’entità invisibile di dolore che si accumula durante il corso della propria vita; inizia con le esperienze dolorose dell’infanzia e ogni evento che provoca dolore emotivo viene aggiunto alla raccolta. 

Nelle donne, il corpo di dolore è un insieme di emozioni, una memoria collettiva di sensazioni che attraversa le generazioni e si riaccende dentro di noi ogni volta che ascoltiamo una storia di violenza, anche se non l’abbiamo subita noi direttamente, o non in quel momento o magari, in maniera diversa. Il corpo di dolore è la rabbia che le donne si portano dentro e che non riguarda mai soltanto loro; è legata ad un bisogno di giustizia che non viene soddisfatto e a un senso di impotenza davanti all’ipocrisia con la quale si condannano le violenze ma si nascondono le reali cause, e all’omertà che fa sì che tutti sappiano ma nessuno faccia mai abbastanza. È la rabbia che si prova quando c’è ancora chi paragona uno stupratore ad un lupo e un gruppo di ragazzi ad un branco. Ma i lupi di solito si trovano nei boschi, non in casa propria, a scuola, all’università, in palestra, in strada, al supermercato, sull’autobus, a lavoro, nel tuo letto…

In uno dei miei primi articoli, scritto in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne (se vuoi recuperarlo lo trovi qui), avevo cercato di indagare il fenomeno della violenza di genere, dalle cause a come si manifesta nella nostra società, fino alle possibili soluzioni. 

Quando si parla di violenza sulle donne si intendono diverse manifestazioni di violenza, ma accomunate tutte dalla stessa radice culturale sessista. Queste possono essere rappresentate da una piramide immaginaria alla cui base si trovano forme come la violenza psicologica, economica, riproduttiva, fino ad arrivare in cima, dove ci sono le due forme più evidenti di violenza, lo stupro e il femminicidio. In questo articolo parlerò di stupro.

Oggetti del desiderio

Michela Murgia nel suo saggio Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, scriveva che lo stupro ha poco a che fare con il desiderio sessuale e molto con il potere e questo si evince dal fatto che le attenzioni sessuali non richieste sono sempre più esplicite quando la persona interessata è in una posizione di debolezza e non può reagire.

Il tema del potere compare anche nelle pagine di La scuola cattolica di Edoardo Albinati: «gli uomini che si sentono frustrati e impotenti usano il sesso violento per rivendicare la propria mascolinità, gli uomini che invece detengono il potere, per una sua ennesima ratifica».

Spesso, quando si parla di violenze sessuali, si associano questi comportamenti alla normale attrazione sessuale che un uomo può provare nei confronti di una donna. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista Scientific Reports, l’attrazione sessuale deriverebbe dall’interazione tra geni e ambiente circostante e permetterebbe ai circuiti nervosi, coinvolti nel controllo del comportamento riproduttivo, di modellarsi. 

Ma le violenze sessuali non hanno nulla a che fare con l’attrazione sessuale e molto invece con la costante oggettificazione e sessualizzazione del corpo femminile. Nella nostra società infatti, siamo continuamente bombardati da rappresentazioni sessualizzanti le donne che tendono a rendere il corpo femminile un mero oggetto a disposizione del desiderio maschile. Pubblicità, programmi televisivi, film, videogiochi, testi e video musicali, riviste e giornali, presentano le donne in modo sessualizzato, attraverso l’esposizione della nudità femminile e l’utilizzo di vestiario provocante, ritraendole come sessualmente disponibili, anche in contesti diversi da quelli della sfera sessuale.

La sessualizzazione della donna stabilisce come unico valore della stessa la sua capacità di attrarre sessualmente l’uomo e ha come diretta conseguenza una probabile auto-oggettivazione da parte della stessa, ossia l’interiorizzazione di un’immagine di sé come oggetto del piacere altrui, sulla base della quale dipende il proprio valore personale.

Da studi condotti da Ward e Friedman nel 2006, è stato dimostrato come la sessualizzazione delle donne si associ ad una maggiore pratica, da parte di entrambi i generi, di atteggiamenti sessisti, tanto che le donne stesse diventano più tolleranti verso le molestie sessuali e verso comportamenti di biasimo delle vittime. Inoltre, negli adolescenti, la visione di programmi sessualizzanti le donne incentiva il sesso, privo di consenso, come attività ludica.

Il messaggio che passa è che il corpo delle donne, sin da bambine, possieda costantemente ed intrinsecamente una certa sessualità che andrà necessariamente ad agire sull’eccitazione maschile.

Il sesso senza consenso è stupro

Ma le idee di una desiderabilità passiva femminile e di un desiderio attivo maschile finiscono poi per alimentare quello che si configura come il vero perno della cultura patriarcale: l’inutilità del consenso.

Murgia scrive: «supporre che essere desiderata sia l’interesse primario di ogni donna rende del tutto superflua la questione della sua volontà, che viene data per implicita in ogni manifestazione del comportamento». A una donna non bisogna chiedere alcun permesso perché è la sua stessa esistenza di creatura desiderabile ad autorizzare la manifestazione del desiderio maschile.

Ma se viene meno il presupposto che, in un rapporto sessuale, il consenso sia necessario e dunque la volontà della donna diventa insignificante, questa automaticamente smette di avere un ruolo di soggetto co-protagonista del rapporto e diventa un mero oggetto, a disposizione del desiderio maschile e in una posizione di subordinazione e assoggettamento dello stesso. 

Un paio di mesi fa, il quotidiano francese Le Monde pubblicava una lunga inchiesta su Dominique P., un uomo francese che per dieci anni ha reso incosciente la propria moglie dandole di nascosto dei farmaci e consentendo a decine di uomini contattati su Internet di stuprarla. Interrogati dalla polizia, molti di questi uomini si sono giustificati e hanno ammesso di non aver pensato di stare commettendo uno stupro dal momento che il marito della donna era d’accordo. Ecco che la volontà della donna non è stata neanche considerata, è bastata quella del marito. La donna diventa proprietà dell’uomo, smette di essere un soggetto attivo e diventa soltanto un oggetto-merce che può essere scambiato con altri uomini come mezzo per legittimare e dimostrare il proprio potere ai suoi simili.

«L’autostima maschile dal punto di vista erotico si esprime in cifre. Se non esibite, di nascosto conteggiate. Numero di donne avute, numero di rapporti in una notte, durata del coito e così via[…]. Il corpo femminile diviene dunque un oggetto intercambiabile e accumulabile che circola nei discorsi degli uomini come una moneta facendo sì che essi si conoscano l’un l’altro, si capiscano, si confrontino, stabilendo tra loro gerarchie in base a chi è più ricco. Le donne costituiscono uno dei mezzi, per alcuni il principale, con cui un uomo afferma la propria identità davanti agli altri uomini. Come i soldi, le donne gli servono a questo, a godere di un certo credito. Se le donne non esistessero, gli uomini sarebbero costretti ad affrontarsi in una competizione diretta, dovrebbero conquistarsi l’un l’altro: invece espugnano le donne e ne esibiscono il trofeo». «La donna assorbe l’aggressività che in caso contrario i maschi scatenerebbero l’uno contro l’altro, volgendola in complicità».

Albinati in queste poche righe spiega il ruolo che la donna assume durante un’aggressione sessuale; diventa un corpo intermedio, un oggetto intercambiabile che gli uomini utilizzano per comunicare tra loro, per definire la propria identità e per affermare la propria superiorità sugli altri uomini, attraverso la sopraffazione della donna: un vero e proprio atto di potere.

#NotAllMen sono colpevoli ma siamo tutti responsabili

È disgustoso che ancora oggi ci sia qualcuno che attribuisca la colpa di uno stupro ad una donna, al modo in cui era vestita o a quanto aveva bevuto. Le storie di molestie che ho letto in questi giorni, i casi di stupro che stiamo sentendo quotidianamente, testimoniano che non esiste neanche un luogo in cui una donna, sin da bambina, possa sentirsi completamente al sicuro. E non c’è abbigliamento che la protegga. Perchè la violenza sessuale non dipende dalla vittima ma dalla nostra società.

Not All Men, non tutti gli uomini sono stupratori: è VERO. 

Ma la colpa è diversa dalla responsabilità. Esiste un problema: la violenza di genere non è un’anomalia del sistema ma è il sistema. Non si è certo colpevoli dei fatti compiuti da altri ma siamo tutti responsabili dell’impegno che mettiamo nel voler cambiare il sistema di potere in cui viviamo e ci muoviamo tutti i giorni e che rappresenta la linfa vitale della cultura dello stupro.

Quante ragazze dovranno essere ancora stuprate prima che si ammetta che la violenza sessuale ha più a che fare con un problema culturale che con un istinto sessuale che non si riesce a controllare? Quando smetteremo di paragonare gli uomini ad animali selvatici e le donne a prede?

E prendendo in prestito le parole di Carolina Capria, ogni persona già oggi può contribuire al cambiamento che verrà. Facendosi delle domande. E sentendosi responsabile del mondo che odia le donne.

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