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Non basta avere una donna premier per sfondare il tetto di cristallo

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Storia di (una poca) rappresentanza femminile in Parlamento

186 su 600: partiamo da qui.
Alle elezioni politiche del 25 settembre sono state elette 186 donne, il 31 per cento rispetto al totale dei parlamentari, 600. È la prima volta, da circa vent’anni, che la percentuale di donne elette in Parlamento diminuisce invece di aumentare. Nella legislatura uscente le donne erano state il 35,3 per cento, la quota più alta nella storia della Repubblica Italiana.   A contribuire alla poca rappresentanza femminile nell’attuale legislatura sono state sia le scelte dei partiti al momento di presentare le liste dei propri candidati, sia la legge elettorale. Ma vediamo più nel dettaglio cosa è successo.

Come funziona la legge elettorale?
La
legge elettorale in vigore, il Rosatellum, prevede alcune misure che favoriscono la pari rappresentanza di donne e uomini in Parlamento. Infatti, sul totale delle candidature di una lista o coalizione, un genere non può essere rappresentato per più del 60 per cento. Inoltre, nelle liste dei collegi plurinominali, i generi vanno alternati: dopo una donna va candidato un uomo, poi ancora una donna e così via. I partiti hanno però escogitato alcuni stratagemmi per eludere tali meccanismi; dato che il Rosatellum prevede che un candidato possa candidarsi in un massimo di cinque collegi plurinominali diversi, oltre a una candidatura in un collegio uninominale, molti partiti hanno semplicemente pluricandidato le stesse donne in più collegi mentre i candidati uomini sono stati tendenzialmente presentati in meno collegi.

In questo modo si è favorito il genere maschile: infatti, se una donna è stata candidata in 5 collegi diversi e in 3 di questi il suo partito ha raggiunto i voti necessari per eleggere il capolista, la candidata viene eletta in uno dei 3 collegi e, negli altri due, vengono eletti i due uomini secondi nella lista. Teoricamente, utilizzando questi meccanismi e candidando due sole donne come capoliste in un totale di 10 collegi plurinominali, e 10 uomini diversi al secondo posto, un partito può eleggere 2 donne e 8 uomini, pur rispettando l’alternanza di genere prevista dalla legge elettorale.

Un esempio dell’applicazione di questo meccanismo è rappresentato dalla candidatura al Senato di Daniela Garnero Santanchè. La senatrice di FdI è stata infatti candidata in 5 collegi plurinominali diversi: come capolista in Piemonte P01, Lazio P01 e Lombardia P03 e, al secondo posto, in Toscana P01 e Lombardia P02. Oltre alla candidatura nei 5 collegi plurinominali, Santanchè è stata candidata nel collegio uninominale di Cremona. Considerata la grande vittoria ottenuta dal suo partito, la senatrice Santanchè è rientrata in tutti e sei i collegi ma, potendo essere eletta in uno solo di questi (uninominale), nei 5 collegi rimanenti sono rientrati, al suo posto, 5 uomini.

E quindi, in che modo questi meccanismi hanno influito sull’elezione di donne?
I partiti che hanno fatto più uso del meccanismo delle
pluricandidature che hanno favorito il genere maschile sono stati Fratelli d’Italia e Lega. Fratelli d’Italia, tra quelli più grandi, è il partito che ha eletto meno donne, 50 su 185 parlamentari eletti. Ma anche a sinistra non è andata molto meglio: è il Partito Democratico ad aver eletto meno donne, 22 deputate e 12 senatrici su 119 eletti. I più “bravi” della classe sono stati Azione-Italia Viva, con il 46,6 per cento di donne elette e, al secondo posto, il Movimento 5 stelle con il 45 per cento.

Sebbene in Italia le donne siano più della metà della popolazione, restano meno di un quarto in Parlamento. E con esse anche le loro istanze, i loro bisogni e, a volte, diritti rimangono inascoltati e privi di rappresentanza politica. Davanti a questi numeri poco incoraggianti viene da chiedersi «perché ci sono così poche donne in politica?», «La politica è davvero una cosa da uomini?».
Molti direbbero che la rappresentanza politica è una questione di merito, non di genere. Che vinca il migliore quindi.
Anch’io sono d’accordo, a patto però che possano presentarsi entrambi alla “gara”. Ma in politica donne e uomini non partono dagli stessi blocchi di partenza.

Siamo noi donne ad essere lontane dalla politica o è la politica ad essere lontana da noi?
I dati ci dicono che la politica è percepita da molte di noi come una dimensione lontana dai nostri interessi. D’altronde, come potrebbe essere diversamente dato che molto spesso la politica non parla di noi, non si occupa di noi, non ci rappresenta. E anche, quelle poche volte in cui cerca di parlare di noi, lo fa attraverso altri.
Ho ancora vivida un’immagine nella mente: era la Giornata Internazionale della donna di qualche anno fa e su una delle principali reti televisive c’erano 4 uomini, 2 politici e 2 giornalisti, che ci spiegavano il peso del divario di genere in Italia.

Quello che mi ha infastidita di questo episodio, non è stato tanto il fatto che 4 uomini cinquantenni parlassero dei problemi che una giovane donna deve affrontare per farsi strada nel mondo del lavoro e della politica italiana, quanto che non fosse stata interpellata neanche una donna nella discussione, nonostante l’argomento trattato riguardasse in primo luogo noi. Magari anche loro, come noi, si saranno sentiti chiedere, durante un colloquio di lavoro, se fossero sposati o fidanzati, se avessero intenzione di avere dei figli in futuro, o in che modo pensassero di bilanciare il lavoro e la famiglia; o ancora, se fossero in grado di flirtare con un cliente per chiudere un contratto di lavoro, o se potessero indossare gonna e tacchi in ufficio.
Non lo so se quei 4 uomini cinquantenni abbiano mai dovuto rispondere a queste domande ma so che quasi tutte le donne si sono sentite rivolgere, almeno una volta nella vita, una di queste. Magari, se fossimo coinvolte anche noi nelle discussioni sui nostri problemi, potremmo dare un contributo alla causa; e invece no, deve essere sempre qualcun altro a spiegarci quali sono i nostri reali problemi e, se possibile, quel qualcun altro deve essere uomo.

E quindi, più veniamo escluse dalla discussione pubblica e privata, più siamo soggette ad una sistematica sottorappresentazione nelle istituzioni, e più anche noi ci autoescludiamo.
Nel 1977
Susan Welch, politologa americana, individua tre fattori che sono alla base della minore partecipazione delle donne alla vita politica: le risorse individuali, quindi ad esempio il nostro livello di istruzione, il lavoro e il nostro reddito; la nostra situazione relazionale ovvero, se siamo single, sposate, madri; e, in ultimo, i processi di socializzazione che intraprendiamo, non soltanto in politica ma anche nella sfera pubblica e privata.

A questi fattori, che influenzano il ruolo che le donne hanno nelle istituzioni, si aggiunge la persistenza di modelli tradizionali dei ruoli di genere secondo i quali alla donna è affidata, in maniera esclusiva o maggioritaria, la cura e la gestione della sfera domestica. Questo ha senz’altro contribuito a ridurre la dotazione di tempo a disposizione delle attività extra-lavorative, tra cui anche la politica. 

Ma c’è un motivo storico che ha spinto le donne ad essere più lontane dalle istituzioni politiche tradizionali. La stagione di mobilitazione femminile, che in Italia è iniziata più tardi che nel resto d’Europa, ha contribuito a trasformare i ruoli sociali e familiari delle donne. Lo sviluppo delle lotte femministe, se da un lato ha spinto la donna a prendere consapevolezza del proprio ruolo, anche pubblico e istituzionale, dall’altro l’ha allontanata dalla politica tradizionale e ufficiale che si esaurisce nei partiti politici, concepita come maschile, patriarcale e non adatta alle donne e l’ha spinta a “ritagliarsi” altri spazi, propri e in cui essere protagonista.
È sbagliato credere o affermare che alle donne non interessi la lotta politica ma, dagli anni 70 in poi, il desiderio di diventare protagoniste delle proprie battaglie, delle proprie scelte e dei cambiamenti e delle decisioni del tempo ha legittimato le donne a costruire nuovi spazi e a scegliere forme di attivazione e partecipazione politica di tipo non convenzionale come attività sociali e organizzazioni volontaristiche. Questo ha di certo contribuito a limitare la rappresentanza femminile nelle istituzioni “tradizionali”.

Ok va bene, donne e politica sono ancora troppo lontane, ma in che modo possiamo riavvicinarci alle istituzioni?
È il 28 giugno 2011 quando la dichiarazione di voto della Onorevole Lella Golfo alla legge 120/2011 permette l’introduzione, per la prima volta in Italia, delle quote di genere. Al di là delle opinioni che ognuno di noi può avere, l’introduzione della legge 120 ha segnato un minimo cambio di passo nella politica e non solo. Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, nel 2014 nasce il primo governo con il 50 per cento di ministre.
Nello stesso periodo vengono nominate, ai vertici delle più grandi aziende italiane (Eni, Enel, Poste, Ferrovie dello Stato e Terna), tutte presidenti donne.
Ma la vera rivoluzione, non ancora terminata, che le quote di genere hanno apportato alla nostra società è stata culturale: incrementare la partecipazione di gruppi sottorappresentati negli incarichi decisionali significa permettere e costringere la politica a riconfigurarsi e svecchiarsi. Significa ridisegnare i modelli intorno ai quali ruota la società, rendendola più equa e giusta.
Questo articolo non vuole essere un endorsement nei confronti delle quote di genere, anche perché, come il Rosatellum ci ha dimostrato, le leggi da sole non bastano. E ogni meccanismo, più o meno giusto che sia, può essere raggirato.

Ognuno deve essere libero di pensarla come vuole e di fare le dovute riflessioni. Io vi lascio con le mie.
Tra gli argomenti che spesso vengono sostenuti da coloro che sono contrari alle quote di genere ce n’è uno che mi tocca particolarmente perché anche io la pensavo così.
È quello secondo il quale tale meccanismo promuoverebbe la candidatura e l’eventuale elezione di donne non per i loro meriti ma per il solo fatto di essere donne.
Questo è il mio peggior incubo: non vorrei mai essere scelta solo per il mio sesso; non voglio che il mio genere sia più importante del mio nome.
Sono Ludovica e non sono solo “una donna”.
Sono Ludovica e voglio essere scelta per quello che penso, per quello che dico e per come dico quello che penso.

Affinché questo avvenga, bisogna prima risolvere un problema: se siamo in 10, 5 donne e 5 uomini, possiamo sfidarci ad armi pari e che vinca il migliore (o la migliore).
In questo caso è vero: non conta il genere, conta il merito.
Ma se siamo 10 persone, di cui 3 donne e 7 uomini, questa è senz’altro una questione di genere.
Si tratta di probabilità statistica: la percentuale di uomini che arriverà in posizioni decisionali sarà sempre maggiore di quella delle donne. E non significa essere più bravi, significa essere di più. 
Non possiamo parlare di merito quando non ci è neanche permesso di prendere parte alla gara.
La nostra politica è in queste condizioni; il nostro parlamento è in queste condizioni: 186 su 600.
Non basta avere una donna come Presidente del Consiglio per sfondare il tetto di cristallo. È ora di sfidarci ad armi pari, è ora di partire dagli stessi blocchi di partenza.

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