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Nella terra di confine

Illustrazione: Giorgia Liuzzo

Entrando in Alice in Borderland

“Basta poco per sentirsi vivi”, forse una delle frasi più scontate di tutti i tempi. Non basta così poco per far in modo di sentirsi veramente in vita. Non basta un’intera esistenza, a volte, per sentire l’adrenalina scorrere nelle vene. Ed è, in parte, la ragione per cui intere generazioni ricorrono al gioco d’azzardo e ai rischi che essi possono provocare. Come accadeva nella serie televisiva “Squid Game”, dove i giocatori mettevano in pericolo loro stessi per sfuggire alle loro sfortune e ricevere in cambio una ricompensa, succede anche nella vita reale. Un circolo vizioso di prove, fatiche e ricadute, una spirale verso l’abisso più oscuro.

Una situazione che si verifica in numerose pellicole, ad esempio, per citarne un’altra, “Alice in Borderland”. Si tratta di una serie tv acclamata parecchio sulla piattaforma di streaming Netflix, nonostante rimanga eclissata da Squid Game, per via della trama e dei valori simili. Sicuramente risulta godibile e interessante, molto più travagliata e incasinata di altri titoli presenti sull’applicazione. 

Si tratta di una serie televisiva giapponese diretta da Shinsuke Sato di genere fantascientifico, thriller e drammatico. La trama così originale e innovativa si basa sul manga, termine già visto nei precedenti articoli, utilizzato per identificare i fumetti giapponesi, scritto e disegnato da Haro Aso. Tutto gira attorno al protagonista Arisu, ex studente universitario disoccupato che passa la maggior parte del tempo davanti ai videogiochi e ai suoi due migliori amici: Chōta e Karube. Un giorno i tre, mentre girano per la città, vengono intrappolati in una realtà alternativa, dove sono costretti a partecipare a dei giochi mortali. 

La concentrazione di violenza è parecchio elevata, ma nonostante ciò, le polemiche sono rimaste minime. Questo rappresenta una possibile tregua tra il mondo reale e quello fantastico, distinzione che ancora molti non riescono a percepire, o forse una crescente responsabilità per la regia di rappresentare la violenza. Essa non è più uno strumento di tortura ma un vero e proprio specchio della società, dove comprendere i difetti di ogni essere umano. Un esempio tangibile è il personaggio controverso di Suguru Niragi, presente dalla prima stagione. Lui, viene descritto come una persona crudele e vendicativa, con un cuore di ghiaccio e venerato dalla sua piccola squadra che si porta dietro. In realtà nasconde un passato travagliato di sofferenze e atti di bullismo, mascherati da strati di supponenza. Un ragazzo cambiato dalla società per sempre, condizione che corrompe ancora le generazioni di oggi. 

Uno dei punti fondamentali e che attira lo spettatore a guardare Alice in Borderland è la scelta dei giochi. Sadici, crudeli e al limite del genio umano, non hanno nulla da invidiare a quelli presenti in Squid Game, molto più elementari e intuitivi. Mi ricordano vagamente l’originalità di Jigsaw, ovvero l’Enigmista, nonostante risultino meno sanguinolenti. Quella nota di cattiveria mischiata alle varie scene cruente, rendono il tutto molto interessante e a tratti ingestibile da guardare. 

Un po’ come Game of Thrones, vi sorprenderà scoprire che in questa serie nessuno è fondamentale e che la trama gira veramente intorno a sé stessa. Forse è proprio questo a renderla sorprendente: la sua capacità di non dare importanza ad un singolo personaggio ma a tutti quelli che la compongono. Anche il malvagio della situazione avrà il suo momento nel quale ricordare chi è stato e cosa potrà, o sarebbe potuto diventare in un’altra vita o in un altro mondo.

A volte poi, le cose più semplici risultano le più scontate ma anche quelle azzeccate e opportune in quel momento. Come ci insegna la serie, bisogna riconoscere la semplicità e le piccole cose quando ci capitano davanti e soprattutto, imparare ad utilizzarle a nostro favore. Come succede durante un gioco, nel quale Arisu e Usagi, nonostante avessero la soluzione in tasca, non riescono a decodificarla e finiscono per complicarsi e autosabotarsi da soli. 

In generale direi che Alice in Borderland risulta strutturata e impostata in maniera ottimale, con una trama avvincente e che non annoia nessun tipo di spettatore. Con il suo stile dinamico e deciso riesce ad incollare tutti allo schermo e ad appassionare ogni generazione. E, senza spoiler, supera anche l’ansia da seconda stagione, che tutti sanno generalmente non riesce mai a superare la prima. 

Hey Alice,
Do you want to play?
The Queen’s great (or so it’s been said)!
Hey Alice,
Can you play croquet?
If you’re good, you can keep your head!
“Hey Alice” di Rachel Rose Mitchell

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