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Movimento a colori

Illustrazione: Giorgia Liuzzo

Attraverso sette film dello Studio Ghibli

I colori, le forme, il movimento e la tecnica rendono lo Studio Ghibli uno dei più caratteristici e importanti studi di animazione. Anche se, l’aspetto principale è sicuramente il linguaggio universale con cui il maestro Hayao Miyazaki e il suo team riescono ad arrivare al cuore e all’anima del loro pubblico. Con maestria e una buona dose di fantasia, i loro film consentono a chi li osserva di catapultarsi in un mondo magico, irrealistico e a volte, reale e crudo, un giusto equilibrio tra realtà e immaginazione. Fondato nel 1985 a Tokyo da Hayao Miyazaki, Isao Takahata, Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuma, lo Studio Ghibli spicca per i suoi successi e per la sua popolarità in tutto il mondo, vincendo anche l’Oscar al miglior film d’animazione nel 2003 con “La città incantata”. Inoltre nel 2008, durante l’uscita di “Ponyo sulla scogliera”, divenne l’unico studio d’animazione giapponese ad utilizzare solo tecniche di disegno tradizionali per i propri film, aggiungendo questa peculiarità in più al suo bagaglio personale. 

Per la bellezza e la peculiarità di queste pellicole mi soffermerò su sette titoli in particolare, che mi hanno da sempre colpito per la trama e per la loro genuinità. Iniziamo da quello che considero il mio preferito dello Studio Ghibli, sto parlando del film “Il castello errante di Howl”, scritto e diretto da Hayao Miyazaki nel 2004 e tratto dall’omonimo romanzo del 1986 di Diana Wynne Jones. La storia è caratterizzata dall’incontro di due personaggi nell’Inghilterra di fine Ottocento: Sophie, una ragazza che lavora in un negozio di cappelli e Howl, un bellissimo ed eccentrico mago in fuga dagli scagnozzi della perfida strega delle terre desolate. Una maledizione scagliata dalla strega alla giovane riuscirà a far incontrare i due malcapitati e a rendere i loro destini unici e intrecciati, fino alla fine. Una storia d’amore incastrata in un’avventura magica, due vite diverse e incasinate, mescolate per rendere quest’opera impeccabile e godibile da un pubblico di qualsiasi età. 

Citato prima per aver vinto l’Oscar, il film “La città incantata” del 2001, scritto e diretto da Hayao Miyazaki, è liberamente ispirato al romanzo fantastico “Il meraviglioso paese oltre la nebbia” della scrittrice Sachiko Kashiwaba. Paragonato da molti ad “Alice nel paese delle meraviglie”, per lo stile leggero e fantastico, racconta di una bambina di dieci anni, Chihiro, costretta a vagare in una realtà parallela alla sua e a lavorare in un centro termale per spiriti, accompagnata da uno bizzarro ragazzo chiamato Haku, dopo che uno strano incantesimo sul cibo ha trasformato i suoi genitori in maiali. Una narrazione avvincente e incasinata in cui una semplice bambina dovrà imparare a diventare matura e indipendente, dopo aver compreso di essere rimasta da sola. Chihiro diverrà quindi l’eroina della sua storia ma capirà anche di aver necessariamente bisogno di un aiuto, di un supporto, situazione che ricade anche nel mondo reale. 

Sulla falsariga del precedente abbiamo “Il mio vicino Totoro”, scritto e diretto da Hayao Miyazaki nel 1988 e acclamato particolarmente dalla critica e dal pubblico. Il personaggio di Totoro in particolare è stato molto apprezzato, fino a diventare il logo fisso dello Studio Ghibli. Il film narra le avventure di due giovani sorelle, Satsuki e Mei, che a causa della malattia della madre, ricoverata all’ospedale, si dovranno trasferire. In questa nuova realtà faranno la conoscenza di Totoro ma non solo, anche di molti altri esseri soprannaturali, imparando a crescere e maturare insieme a loro. La vita di queste due bambine ha fatto talmente tanto innamorare gli spettatori, che al sito dell’Expo del 2005 è stata ricostruita la loro abitazione in scala reale. 

Al contrario, “Una tomba per le lucciole”, diretto da Isao Takahata nel 1988, è legato ad una storia reale e cruenta. La trama è tratta dall’omonimo racconto semi autobiografico di Akiyuki Nosaka e narra le sorti cupe di due giovani fratelli, Seita e Setsuko, durante l’orrore della seconda guerra mondiale, nella cittadina di Kōbe in Giappone. Una vicenda straziante che riesce a colpire e a lacerare anche il cuore più freddo del più critico osservatore. Non lascia spazio alla fantasia, anzi riesce a far comprendere l’aspetto più disumano della guerra attraverso una narrazione che cerca, nonostante tutto, di trasmettere un briciolo di speranza alla fine della pellicola.

Nel 1992 lo Studio Ghibli presenta “Porco Rosso”, scritto e diretto da Hayao Miyazaki e liberamente basato sul manga (ovvero il termine che indica i famosi fumetti originari del Giappone) Hikōtei jidai, creato dallo stesso regista. Il protagonista della storia è Marco Pagot e dopo aver lasciato l’aviazione militare italiana alla fine della Prima Guerra Mondiale, diventa cacciatore di taglie, continuando a varcare i cieli con il suo idrovolante monoplano Savoia S.21, dipinto di rosso. La sua ritirata è dovuta ad un’esperienza di premorte che però ha lasciato un segno permanente sul suo corpo: un misterioso maleficio ha tramutato il suo volto in quello di un maiale, da qui il soprannome Porco Rosso. Una pellicola estremamente inusuale ma con un messaggio profondo nascosto nei dettagli, ad esempio quello di Marco, lui si sente come un uomo-maiale perché si vede così, si sente un porco perché è l’unico sopravvissuto tra i suoi compagni e ogni volta, lo racconta con dolore e rimpianto. 

Parlando di un film più moderno e soave, possiamo citare “Quando c’era Marnie” del 2014, diretto da Hiromasa Yonebayashi e basato sull’omonimo romanzo di Joan G. Robinson. La pellicola racconta la vita di Anna, una ragazzina orfana di dodici anni timida e introversa, che abita a Sapporo con la madre adottiva. Dopo aver litigato con una ragazzina del posto, Anna fugge via e incontra Marnie, diventando subito grandi amiche. Nel corso della storia, la protagonista comprenderà meglio le verità celate da Marnie e il legame indissolubile che le lega. Un evento eccezionale unirà le due ragazze e le renderà libere dalle loro prigioni, diverse tra di loro ma legate da un filo invisibile. 

L’ultima pellicola di cui voglio parlare è “La ricompensa del gatto” del 2002, diretto da Hiroyuki Morita e considerato quasi uno spin-off del film “I sospiri del mio cuore”, sempre dello Studio Ghibli, in cui comparivano in ruoli minori Baron e Muta, due personaggi della storia. La protagonista è Haru, una ragazzina che frequenta le scuole superiori, che per pura casualità si ritrova promessa sposa al principe dei gatti. Rapita e portata nel “Paese dei gatti”, dovrà riuscire a salvarsi e a ritornare a casa, aiutata da due inusuali amici, il gatto Baron e il gattone Muta. Un’avventura unica e imperdibile, apprezzata soprattutto agli amanti dei mici ma con dei risvolti davvero inaspettati. 

“Il processo di creazione di opere d’animazione non è solo una questione di sforzo individuale. C’è moltissimo lavoro che va a gravare su gruppi di molte persone e ognuno di loro si impegna moltissimo. Sarebbe quindi davvero spiacevole e irritante se il film poi non si dimostrasse redditizio. E se qualcosa non è redditizio, la gente non lo produce, perché non vuole un risultato fallimentare. Sento mia la responsabilità di avviare un lavoro in cui tutti si sentano coinvolti. Se non ci si dispone in tale atteggiamento, non c’è senso nel lavoro dello studio di animazione.” – Hayao Miyazaki 

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