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Meridiano di sangue o rosso di sera nel west

Illustrazione: Luca Macerata

Un viaggio oscuro e sanguinoso nelle lande selvagge del vecchio west, firmato Cormac McCarthy. 

Nel 1985 la letteratura Statunitense (ma successivamente, mondiale) viene sconvolta da un’opera anomala, crudele e volutamente ostica nella forma e nei contenuti. 

Meridiano di Sangue (o Rosso di sera nel West) consacra definitivamente Cormac McCarthy come uno degli autori più audaci, complessi e sperimentali della sua generazione e non. 

Cantore delle contraddizioni umane, delle zone grigie, ma anche profondamente oscure o sorprendentemente luminose, dell’anima. 

Meridiano di Sangue, ambientato a metà del diciannovesimo secolo nelle più inospitali terre del sud degli Stati Uniti, è a cavallo fra la storia e la leggenda. Prende ispirazione dal libro di memorie di Samuel Chamberlain, ma a McCarthy non interessa raccontare un fatto storico preciso, bensì usare come pretesto le disavventure di un manipolo di uomini nel selvaggio west per esplorare i luoghi più nascosti dell’animo umano; la ferocia innata, la sete di potere, interrogarsi sulla morale, sul male come concetto metafisico e l’evoluzione dell’individuo davanti la sofferenza e tutti i cambiamenti che la vita ci scaglia o che, in qualche modo, andiamo a cercarci, facendo scelte non sempre felici. 

 

Siamo nel 1848 circa. Un ragazzo, chiamato in lingua originale semplicemente “The Kid”, si unisce a un gruppo di cacciatori di scalpi, guidato dal realmente esistito John Joel Glanton e dalla controversa figura del Giudice Holden, anch’esso ispirato a un personaggio presente nei racconti di Chamberlain.

Glanton potrebbe rappresentare il materialismo più folle, la voglia di esercitare potere e guadagnare da esso, consumato da questa stortura fino a perdere il senno. Un uomo che spinge la sua truppa di diseredati a compiere razzie e crimini inenarrabili verso contadini innocenti e villaggi indifesi. 

Holden, invece, è decisamente più criptico. Assimilabile alla figura mitologica del Djinn, è capace di esercitare un fascino morboso sulla banda di assassini. Non sembra provare emozioni se non quelle derivate dal sadismo, fisico o psicologico che sia. Colto e ottimo oratore, è un filosofo del male, l’incarnazione della corruzione e degli istinti di prevaricazione intrinsechi nell’essere umano. Si può sfuggire alla sua presenza? Addirittura eliminarla? Cormac Mccarthy ci lascia questo dubbio, come a sottolineare quanto sia lungo lo scontro tra la ragione e gli istinti. Scontro decisamente primordiale. 

 

Meridiano di Sangue è dunque un’opera complessa, stratificata, che vive su due piani. Il piano della realtà storica e il piano della metafisica, che si intrecciano in una danza caotica e armonica allo stesso momento. 

La particolarità del romanzo è anche il voler sfidare apertamente il lettore, presentandogli uno scritto esasperato ed esasperante, estremamente violento. L’esplicita volontà di mettere in difficoltà il fruitore ponendogli continuamente davanti situazioni disturbanti; una decostruzione del sogno americano ancor prima della nascita dello stesso concetto. 

 

Crudo, spiazzante, a tratti blasfemo. McCarthy ci narra di terre selvagge impossibili da dominare, di personaggi disperati e demoni, nel senso greco-antico del termine. 

Potrebbe essere l’opera con la quale iniziare a leggere questo autore? Sicuramente è un’arma a doppio taglio. Da una parte abbiamo un libro dove ogni parola, anche quella delle lunghe descrizioni, è perfettamente al suo posto, una storia incalzante e la sicurezza che ci darà molto a cui pensare, ma dall’altra parte ci troviamo di fronte a un libro, per struttura, diverso da qualsiasi cosa si potesse trovare all’epoca. Oltre al continuo proporre violenza, il romanzo presenta un’altra particolarità che potrebbe mettere in difficoltà un neofita del genere, ovvero l’impossibilità di empatizzare con i protagonisti, non nell’immediato almeno, in quanto non ce n’è uno che sia positivo. Seguiamo le gesta di uomini sempre vissuti all’ombra dell’orrore e a questo orrore intenti a sopravvivere, anche a scopo di fare male agli innocenti. Certo, il tema della redenzione non manca, come vedremo per altre opere dell’autore, ma prima di arrivare a ciò bisogna affrontare un percorso dissestato e insidioso. 

 

Meridiano di Sangue è in continuo equilibrio tra minimalismo e manierismo; sembra impossibile ma riesce a coniugare situazioni e personaggi ridotti all’osso perfettamente incastrati in divagazioni all’apparenza non necessarie ai fini della trama, ma come già ripetuto, ogni parola è accuratamente pesata. 

Un’odissea Western che evade dall’immaginario epico dei film americani del ventennio d’oro 1930-1950, sbattendoci in faccia la realtà intricata, sanguinolenta e decadente sulla quale è costruito il mondo moderno e contemporaneo.

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