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 Maturità: Scelta di vita

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

L’esame di maturità è l’ultimo passaggio che metaforicamente dovrebbe separarci da ciò che abbiamo dovuto imparare per abbracciare ciò che vogliamo veramente fare, con l’aiuto di ciò che abbiamo imparato. Ma è veramente così? Da quando ho cominciato a preparare questo fatidico esame, ho avuto il sentore che la mia vita mi stesse conducendo verso una strada ben delineata, ma poi sono sopraggiunte paure, timori, pressioni, ostacoli, che mi torturano e mi limitano ancora oggi. Questa è la mia storia: 

Ho iniziato a scrivere dall’età di 6 anni. Come vi ho già detto in “Elementari: un punto di riferimento diverso dai miei genitori” Nella mia scuola vi era un maestro, di nome Germano, che mi insegnava l’italiano facendomi imparare a memoria le opere dei grandi poeti della nostra penisola, e poi facendomi scrivere settimanalmente dei racconti su ogni aspetto che poteva riguardare la mia vita: quale lavoro svolgono i miei genitori, chi sono i miei amici, cosa vorrei essere da grande, come descrivo gli alberi che guardo se mi affaccio dalla finestra della scuola, cosa penso della scuola ecc…

Già durante i miei primi 5 anni d’istruzione avevo quindi imparato a scrivere riguardo a tantissime cose, situazioni, immagini, e sapevo che ogni particolare che vedevo poteva essere trasportato in parola riportata su carta. Ciò mi riusciva così tanto bene che superati i miei primi dieci anni di vita, ho incominciato a scrivere del mio più grande sogno dell’epoca, ovvero diventare un grande calciatore, e siccome ho capito subito che con il pallone non ero buono, ho pensato che il mio sogno poteva mutare in un  qualcosa di leggermente diverso: non sarei mai stato infatti protagonista in campo direttamente, ma avrei potuto rimanere attaccato al pallone narrando le gesta degli altri calciatori. Con questo proposito, a 12 anni ho incominciato a redigere ogni lunedì un riassunto della partita del sabato o della domenica della mia scuola-calcio di allora, ricevendo gli apprezzamenti non solo dei miei vari mister, ma anche dei genitori dei miei compagni. Fino ai 15 anni ero quindi convinto che mi sarei orientato verso un futuro  da giornalista sportivo, o anche giornalista in generale, finchè non è arrivata la scintilla della musica rap. Fu amore a prima vista: esisteva una musica che faceva esattamente ciò che io facevo sin da piccolo, ma in maniera molto più accattivante, ovvero unendo la cronaca di vita alle rime e alle melodie, con un utilizzo completamente libero di giochi di parole, figure retoriche, espressioni inedite e colorite, senza badare alle conseguenze. Era impossibile non innamorarsene. Ho iniziato quindi anche io a rappare, comporre i primi testi, e uno tirava l’altro: miglioravo rima dopo rima, pezzo dopo pezzo, cercando di imparare ad andare a tempo, scrivere strofe chiare e con un filo logico ma non banali. La cosa più bella del rap è la possibilità di essere giornalista della propria vita, la facoltà di rendere interessanti eventi quotidiani del vissuto di una persona normalissima e creare una rete, piccola o grande, di persone che si rispecchiano in quello che fai, in quello che dici, e se racconti di te, si rispecchieranno in te. Per questo motivo da circa 3 anni non penso ad altro che a rendere questa passione un lavoro, per questo motivo ho rinunciato a tanti fine settimana con gli amici per mettere da parte i soldi necessari a pagare lo studio di registrazione, o per andare a fare un contest di freestyle per prendere confidenza con il microfono e con il palco. Nel frattempo la mia passione per il giornalismo non si è spenta, infatti, dopo aver svolto a 18 anni un progetto di alternanza scuola lavoro con il Centro(quotidiano locale di Pescara), in cui sono stato per un anno intero quasi un vero e proprio redattore, facendo interviste a esponenti sportivi, musicali ecc… , locali e non, ho capito che non voglio abbandonare il giornalismo tradizionale, e che mi piace molto raccontare anche ciò che non riguarda me in prima persona: in particolare ascoltare o osservare le vite altrui, per poi scriverne un articolo in cui quelle stesse persone si sentono rappresentate, mi fa sentire nel posto giusto al momento giusto e, anche se servono ore per svolgere questo compito, riesco a tenere sempre tutto sotto controllo e mi sento rilassato ed appagato. Dai 18 ai 23 anni ho quindi conciliato la mia passione per il rap con quella per il giornalismo tradizionale, attraversando periodi di stasi con l’una o l’altra forma di comunicazione, arrivando fino ad oggi in cui grazie ai miei amici, con cui mi occupo sia della nostra musica, sia del nostro blog, sto trovando finalmente una continuità in entrambe le mie due passioni.

Ho passato gran parte della mia vita a scrivere qualcosa, o a pensare di scrivere qualcosa, e forse logicamente questa storia dovrebbe concludersi con me che lavoro con la penna per tutta la mia restante esistenza, eppure non ho alcuna sicurezza che ciò accada. Giustamente voi penserete che non posso pretendere di diventare un artista di successo, e io vi do ragione, ma purtroppo anche diventare giornalista e vivere di giornalismo ad oggi non è affatto facile: infatti il rapporto del 2018 “Osservatorio sul giornalismo” pubblicato da Agcom afferma non solo che il 62,5% dei giornalisti attivi guadagna al massimo 35000€ lordi (che non sarebbe neanche cosi male come cifra), ma se guardiamo ai soli giornalisti under 35, il 71,5% di loro ha uno stipendio inferiore ai 20000€ (di cui il 37,4% guadagna 5000€ l’anno). Tali cifre sono conseguenza della grande differenza tra i guadagni dei giornalisti assunti in pianta stabile e dei cosiddetti freelance, ovvero precari(di cui complessivamente solo il 15% raggiunge i 20000€ annui). C’è quindi una buona probabilità che io non riesca a vivere grazie al mio lavoro di giornalista.

Tutto questo discorso non vuole assolutamente essere una lamentela fine a sé stessa, ma porre l’attenzione sulla situazione in cui io e molti miei coetanei, ma non solo, ci troviamo in questo momento:

se ti appassiona una professione non tradizionale, oppure non garante di una stabilità economica, sei in pericolo: forse ti domanderai tutti i giorni se la strada che stai percorrendo è veramente quella giusta, forse le persone non ti prenderanno seriamente, forse i tuoi genitori ti ostacoleranno o quantomeno dubiteranno della tua riuscita, andandoti a proporre un’alternativa sicura. A questo punto ci troviamo di fronte ad un bivio: lasciamo il sogno per ricercare la cosiddetta tranquillità economica che forse otterremo attraverso una mansione che paga bene ma che non ci piace, oppure andiamo all-in sulla nostra vocazione di una vita, rischiando però concretamente di fallire trovandoci senza nulla in mano. In realtà vi sarebbe una terza via, che consiste nel dividere il nostro tempo tra lo sviluppo del sogno e la realizzazione concomitante di un piano B che non ci entusiasma, ma vi è il rischio concreto di non aver dato il massimo né per raggiungere il primo né il secondo obiettivo, trovandoci a vivere un doppio fallimento.

Io stesso mi trovo oggi a dover cercare di dividermi tra la musica ed il giornalismo, che sono fissi nella mia testa e nel mio cuore, e l’università di economia  che, per quanto utile, mi appassiona ben poco, infatti sono fuoricorso e probabilmente la concluderò con 2 anni di ritardo rispetto al dovuto.

Mi trovo ogni giorno di fronte ai libri di economia mentre vorrei essere con delle cuffie di fronte a un microfono o con un quaderno di fronte ad una persona, così come un aspirante medico vorrebbe in realtà fare il regista, o un’avvocatessa in erba vorrebbe in realtà essere una ballerina. 

Ci vuole coraggio. Per ogni scelta che faremo ci vuole coraggio: bisogna decidere se avere la forza di crederci o di non crederci più, oppure avere cosi tanta forza da sacrificare quasi completamente il proprio tempo libero o le proprie ore di sonno per realizzare più obiettivi contemporaneamente e mettersi in salvo.

Tuttavia non so voi, ma io mi sento in angoscia, perché ho paura di morire di fame, perché ho la netta sensazione che qui in Italia( e spero non all’estero) non vi sia più la possibilità di vivere dignitosamente facendo un lavoro umile e non sottopagato, poichè sento che i giovani non studiano più perché vogliono ma perché devono, poiché il titolo di studio è visto dai più come l’unico mezzo per avere rispetto, dignità, autostima e per non essere alla mercè dei datori di lavoro. Anche questo scenario sta probabilmente contribuendo alla saturazione del sistema universitario, e al valore sempre minore che viene attribuito alle lauree triennali a livello lavorativo. Inoltre molti mettono a repentaglio la propria salute mentale per prendere questo benedetto pezzo di carta, tanto agognato dai propri genitori, con il massimo dei voti.

Vi è un’ansia ingiustificata di fronte agli studi, un’ansia che anche io talvolta provo quando mi metto sopra i libri: non dovremmo sentirci giudicati se non passiamo un esame, se finiamo l’università più in ritardo di altri, se capiamo che tale percorso non fa per noi o se cambiamo facoltà 3 volte. Ringraziamo le persone che ci hanno concesso il diritto di studiare, ma (dopo i 16 anni) non abbiamo il dovere di farlo, o meglio non dimentichiamoci che abbiamo anche il diritto di non farlo. Al giorno d’oggi ci sono tanti modi di acculturarci rispetto al percorso accademico, eppure pensiamo che tale sia l’unico che avvalori i nostri studi. Invece la realtà ci dice molte volte che proprio chi segue un percorso alternativo, chi si inventa un mestiere, chi percorre le strade meno battute, riesce ad affermarsi, dopo aver per giunta fronteggiato un rischio altissimo. Bisognerebbe incoraggiare e supportare chi al giorno d’oggi vuole assumersi il rischio d’impresa, al posto di buttarlo giù e indirizzarlo verso la strada più sicura, perché altrimenti ci troveremo senza innovazione e con persone impiegate in massa in ambiti non confacenti alle loro vere volontà ed attitudini. E anche nel caso in cui alcuni di loro fallissero, bisognerebbe far sì che tali non vengano relegati ad una vita di stenti e di sfruttamento, ma che possano in qualunque momento svolgere un lavoro manuale o intellettuale che garantisca dignità sotto tutti gli aspetti.

Non so ancora quale decisione prenderò e come questa impatterà sulla mia vita, non so se prima o poi lascerò i miei sogni o se riuscirò a realizzarli, ma so certamente questo: già ora sono qualcuno, non sono obbligato a diventare qualcuno, forse avrò il merito di diventare qualcuno. Comunque vada, diventare qualcuno che non voglio essere, equivale a non essere.

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