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Marco Van Basten

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

Lo chiamavano il cigno di Utrecht. Bello, elegante, leggiadro, aggraziato, ma al contempo rapido, potente, freddo, concreto. Semplicemente il più grande centravanti della storia del calcio. Un verdetto unanime, che comprende gli assensi persino di chi non lo ha mai visto giocare. Nessuno richiederebbe, né si aspetterebbe da sé stesso, di lasciare il segno in tutti i modi possibili, eppure qualcuno ci riesce: colpo di testa, tiro dalla corta e dalla lunga distanza, di destro e di sinistro, al volo o palla a terra, di potenza e precisione; oppure di pallonetto, su rigore o su punizione. Immaginate di entrare in un ristorante in cui non vi è la specialità della casa perché tutti i piatti sono ugualmente eccezionali. A questo punto sedetevi a tavola, ordinate qualsiasi cosa vi venga in mente e vi arriverà puntualmente nella quantità desiderata. Questo ristorante è una macchina perfetta che non si fermerà mai, e l’unico caso in cui questo splendore potrebbe arrivare alla fine corrisponde al cuoco stesso che, accidentalmente o meno, si rompe irrimediabilmente le mani. Appunto.

Quella maledettissima caviglia. Se da una parte vi è il tallone d’Achille, dall’altra vi è la caviglia di Van Basten. Ma forse è giusto così, forse non poteva accadere altrimenti, perché se la dea bendata da una parte ti dona un talento così puro e cristallino da renderti potenzialmente dominante per decenni, dall’altra dovrà riequilibrarti con tutti gli altri comuni mortali dandoti la metà del loro tempo. C’è una crepa nel vaso di ceramica, che lo rende ancora più speciale, più affascinante. La bellezza nella fragilità. La bellezza e la fragilità. La fragilità della bellezza. La bellezza della fragilità.

Tuttavia, questa è anche una lezione su come sfruttare il tempo che abbiamo a disposizione, su come vivere quotidianamente dando il massimo giorno dopo giorno, sapendo che potremmo morire domani o tra 100 anni, che il nostro corpo ora è sano e tra 5 ore forse non sarà mai più lo stesso. Solo così possiamo prevenire l’imprevedibile. Dati alla mano Van Basten ha fatto proprio questo: inizia a giocare nel 1982 a 17 anni e finisce la sua ultima partita a 28 anni nel 1993, disputando complessivamente 446 partite in cui segna 314 reti, con una media realizzativa di 0,70 reti per partita. In soli 11 anni di carriera vince 3 palloni d’oro, 7 campionati nazionali, 3 Champions League, una Coppa delle Coppe, due coppe intercontinentali e un campionato europeo con l’Olanda.

Non a caso ho citato per ultimo il trofeo più importante e rappresentativo della sua breve ma indimenticabile carriera. Nell’ europeo del 1988 vi è il riassunto e la morale di tutto ciò che Marco rappresenta: il cigno parte verso l’allora Germania dell’Ovest, reduce dal primo grave infortunio della sua carriera che lo aveva tenuto lontano dal campo per 6 mesi. Segna 5 gol totali: 2 di sinistro e due di destro, 2 da terra e due al volo; il quinto, quello della finalissima, lo segna volando. Invito chi non lo ha visto a cercare subito “Olanda vs Urss” per capire che ciò che ho appena detto non è un’iperbole. Tutto succede in pochissimi secondi: arriva un cross alto da sinistra che attraversa tutta l’area di rigore e sembra destinato alla rimessa laterale, eppure in men che non si dica si vede un alieno che rimane sospeso in aria per almeno un secondo per poi colpire la palla sforbiciando con il destro, andandola a infilare all’incrocio del palo opposto.

Un gesto del genere, insensibile alle leggi della fisica e a qualunque sfera della razionalità umana, dimostra che Van Basten non è solo un giocatore completo, una macchina perfetta che ti esegue tutto nel modo giusto e al momento giusto, ma è un uomo con un cuore e una testa che sanno andare oltre, che riescono ad avvertire ciò che gli organi altrui non hanno nemmeno la forza di concepire.

Tantissimi nascono con un talento, ma pochissimi comprendono che tale è un dono e non un diritto permanente. Questi ultimi, che si contano sulle dita di una mano, dedicano la loro vita a spremere ogni goccia di questo frutto prima che marcisca, per farne godere a tutti noi che li osserviamo stupefatti. Van Basten è uno di loro. Ha sempre saputo di poter lasciare il segno, di poter diventare immemore, ma non ha dato per scontato questa sua capacità, perché del domani non vi è certezza.

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