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Lotto Marzo: evoluzione dei diritti delle donne in Italia

Copertina: Ilaria Barracca

Anche se con il passare degli anni questo giorno ha perso il suo significato e valore originario, la Giornata Internazionale della donna, più comunemente nota come Festa della donna, è una ricorrenza che trae origine dai movimenti politici femminili di inizio Novecento che rivendicavano i diritti delle donne ed in particolare il diritto di voto.

Come si è arrivati all’istituzione di questa giornata?

Tra il 18 e il 24 agosto 1907 si tenne a Stoccarda il VII Congresso della II Internazionale socialista, durante il quale si discusse della questione femminile e del voto delle donne; i socialisti erano contrari all’alleanza con le femministe borghesi ma tra le donne non tutte erano d’accordo e il 3 maggio 1908, a Chicago si tenne la prima Conferenza del Partito socialista, presieduta da una donna, Corinne Brown; questa conferenza, nella quale ci fu la discussione di questioni come lo sfruttamento delle operaie, le molestie sessuali subite sui luoghi di lavoro e l’accesso delle donne al diritto di voto, venne ribattezzata Woman’s Day.

Alla fine del 1908, il Partito Socialista americano decise di organizzare, durante l’ultima domenica di febbraio del 1909, una manifestazione per chiedere che le donne avessero accesso al diritto di voto; una giornata in cui si sarebbe manifestato e lottato per vedere riconosciuti i propri diritti.

Il 26 e 27 agosto 1910, durante la Seconda Conferenza internazionale delle donne socialiste che si svolse a Copenaghen, si decise di istituire una giornata internazionale dedicata alla rivendicazione dei diritti delle donne.

In Italia, la prima Giornata della donna si è svolta nel 1922, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Durante il regime fascista questa ricorrenza venne censurata e, soltanto nel 1944, con l’istituzione a Roma dell’Udi, Unione Donne Italiane, si decise di tornare a celebrarla l’8 marzo, prima nelle zone dell’Italia che erano state liberate dal regime e poi, a partire dal 1946, in tutto il Paese. È stato il Partito Comunista italiano a volere fortemente che questo giorno tornasse ad essere celebrato in tutta Italia.

Teresa Noce, Rita Montagna e Teresa Mattei, tre partigiane e militanti del partito, scelsero la mimosa come simbolo di questa ricorrenza. Un fiore poco costoso che tutti avrebbero potuto trovare, raccogliere, comprare e regalare.  E che si sarebbero potute permettere tutte le donne, e non soltanto le più abbienti. La mimosa divenne così il simbolo di questa giornata, delle lotte e della rivendicazione dei diritti femminili.

L’8 marzo è un giorno dedicato alla riflessione collettiva, alla presa di coscienza della condizione femminile, in Italia e nel mondo. Quando nel 1946 si ricominciò, nel nostro Paese, a celebrare questa ricorrenza, le donne italiane avevano appena conquistato il diritto di voto ma potevano ancora essere licenziate, durante la gravidanza. A loro non era concessa la parità retributiva e non avevano gli stessi diritti legali del marito. Esisteva ancora il delitto d’onore secondo il quale, un uomo che uccideva sua moglie per motivi di gelosia e dichiarava di aver commesso il reato per salvaguardare l’onore del proprio nome o della sua famiglia, poteva avere un’attenuazione della pena. Lo stupro non era considerato un reato contro la persona ed il diritto all’aborto non esisteva.

L’istituzione di questa giornata non è stata quindi un punto di arrivo ma il punto di partenza. In questo giorno dovremmo quindi tutti e tutte cercare di capire dove siamo arrivati, nella conquista di alcuni diritti, e dove vogliamo arrivare per l’ottenimento di altri. Tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall’Agenda ONU 2030, la parità di genere è al quinto posto. Ma l’Italia a che punto si trova?

Diritti femminili in Italia: come ci troviamo?

In Italia, fino al 1950, le donne potevano essere licenziate nel momento in cui rimanevano incinte. Oggi la legge italiana impedisce il licenziamento della lavoratrice, dall’inizio della gravidanza e fino al primo anno di età del bambino, così come la tutela dalla pratica del demansionamento e da eventuali ostacoli alla carriera e discriminazioni. Tuttavia, dalle testimonianze di numerose donne nonché di dirigenti d’azienda, sappiamo che molte volte queste norme non vengono applicate. Gli ultimi dati Eurostat sull’occupazione mostrano come solo il 57,3 per cento di donne con figli abbia un lavoro, facendo configurare il tasso di disoccupazione delle donne madri italiane tra i più alti d’Europa.

La Campagna #lavoromolesto contro la violenza e le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, promossa da Cgil Piemonte, Cgil Umbria e L’Espresso, ha raccolto numerose testimonianze di donne che raccontano di essere state licenziate appena hanno rivelato al loro capo di essere rimaste incinte, o che hanno subito discriminazioni sul posto di lavoro per il solo fatto di essere donne e di aver espresso l’intenzione di diventare madri. Anche quando non sono licenziate, molte volte le donne si vedono costrette a lasciare il loro posto di lavoro, a causa della cura della casa e dei figli che grava quasi interamente sulla donna: negli ultimi anni, 2 donne su 3 si sono dimesse dal lavoro per prendersi cura dei propri figli. 

Fino al 1957 alle donne europee non era concessa la parità retributiva ma in quell’anno, dopo aver recepito la Convenzione OIL n.100 sulla parità di remunerazione, decisa dalla Conferenza generale dell’Organizzazione internazionale del Lavoro, l’Unione Europea inserisce l’equità retributiva di donne e uomini tra i principi fondanti dell’Unione. Con il termine parità retributiva si intende l’uguaglianza di retribuzione tra manodopera maschile e femminile per un lavoro di uguale valore

In Italia una sostanziale uguaglianza non si è ancora ottenuta, sebbene almeno dal punto di vista giuridico, i due sessi siano posti in condizioni di parità. Il Gender Pay Gap è un indice comunitario volto ad evidenziare le differenze retributive tra i generi e la misura sulla quale si basa questo indice è il salario orario. Secondo i recenti dati Istat, la retribuzione oraria di una donna è in media di 15,2 euro l’ora contro i 16,2 degli uomini.

Una donna guadagna in media il 10 per cento in meno di un uomo che ha le sue stesse mansioni. Le donne sono più soggette a carriere discontinue, precarietà, lavoro part-time e contratti a tempo determinato e questo si ripercuote non solo nella retribuzione lavorativa ma anche nei successivi contributi pensionistici e, a causa della discontinuità di carriera che è maggiore tra le donne rispetto agli uomini, si vedrà in futuro un diffuso fenomeno di povertà tra le donne anziane.

Ed è così che disoccupazione femminile, difficoltà di accesso al mercato del lavoro, discontinuità lavorativa, ostacoli alla carriera e assenza di sostegno alla maternità rendono la donna ancora molto lontana da un’effettiva e sostanziale indipendenza lavorativa ed economica.

Fino al 1978 le donne italiane non godevano del diritto all’aborto; è con la legge 194 che l’accesso all’aborto diventa libero, gratuito e sicuro. Ma anche in questo caso la teoria è ben lontana dalla pratica. Il monitoraggio del fenomeno è garantito dal Sistema di sorveglianza epidemiologica delle IVG, attivo dal 1980, che vede impegnati l’Istituto Superiore di Sanità, il ministero delle Salute, l’ISTAT, le Regioni e le Province Autonome. I dati del 2020 confermano un’alta percentuale di obiettori di coscienza che si attesta intorno al 44,6 per cento tra gli anestesisti, al 36,2 per cento nel personale non medico e al 64,6 per cento tra i ginecologi, con punte di più dell’80 per cento in alcune regioni come Abruzzo, Molise, Basilicata e Sicilia. Sono disponibili 2,9 punti IVG ogni 100.000 donne in età fertile. Ci sono 31 strutture (24 ospedali e 7 consultori) con il 100 per cento di obiettori di coscienza, quasi 50 con una percentuale superiore al 90 per cento e oltre 80 con una percentuale superiore all’80 per cento. La priorità del governo è però garantire alle donne il diritto di non abortire.

Fino al 1996 lo stupro non era considerato un reato contro la persona. Nel settembre del 1975, si verifica il cosiddetto Massacro del Circeo in cui due ragazze, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, vengono rapite da tre ragazzi, militanti di movimenti neofascisti, e poi stuprate più volte e torturate fino alla morte di una delle due. Questo evento e il processo successivo cambiano per sempre la storia dello strupro in Italia. Si decide infatti di abrogare il Codice Rocco, risalente al periodo fascista, e lo stupro da delitto contro la moralità pubblica e il buon costume diventa reato contro la persona

L’avvocato difensore di uno dei tre ragazzi, nell’arringa finale affermò che “se le ragazze fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto, se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla.” A sentire queste parole verrebbe la pelle d’oca se non fosse che sono passati quasi cinquant’anni da quell’evento  ma una donna stuprata viene, a volte, ancora considerata colpevole e altre neanche creduta.

Pensiamo che il lavoro, la maternità, l’indipendenza economica, la parità salariale, l’aborto, l’autodeterminazione del proprio corpo siano ormai diritti acquisiti dalle donne, ma i dati ci dicono che non è così.

L’8 marzo non è una festa ma è una giornata in cui dovremmo ricordarci che, come scriveva Simone de Beauvoir, sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovremo restare vigili durante tutto il corso della nostra vita e continuare a lottare, non soltanto Lotto Marzo ma tutti i giorni dell’anno.

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