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L’ideologia dell’interesse

Copertina: Ilaria Barracca

Teoria dei giochi e Milton Friedman

Milton Friedman (1912-2006), economista, fu professore e principale esponente della Chicago School of Economics, tempio sacro del neoliberismo e del monetarismo. Il termine “School” è calzante in questo caso, in quanto la Scuola di Chicago, più che dipartimento di Economia, è una vera e propria scuola di pensiero, basata sulla fede incrollabile nel “laissez faire” e che si rifà persino alle teorie di Adam Smith, seppur con modelli matematici più evoluti di quelli classici e neoclassici (come poteva essere quello della concorrenza perfetta di Warals).

La figura (controversa) di Friedman – nel contesto della sua crociata per il libero mercato – oscilla tra benefattore e genocida, tra genio matematico e fondamantalista invasato. Tanto che, nelle parole di Eduardo Galeano, “Le [sue] teorie gli sono valse il premio Nobel; al Cile hanno dato il generale Pinochet.” É, infatti, noto lo scambio di lettere e di visite tra Friedman e Pinochet ed è nota anche l’espressione con cui il Premio Nobel definì le politiche economiche del regime: “Miracolo del Cile”. Augusto Pinochet, infatti, dopo il colpo di stato, si era fatto guidare, nelle politiche economiche da adottare, dai Chicago boys – studenti di economia istruiti (o indottrinati) durante un progetto di scambio culturale tra l’Università Cattolica del Cile e l’Università di Chicago. E, come risultato, aveva imposto un modello economico basato sui tre pilastri della dottrina friedmaniana: deregulation, privatizzazione, tagli.

Questa formula punta all’eliminazione di ogni forma di interventismo statale in ambito economico, e deve essere accompagnata da: abbassamento e flattening delle tasse, “se proprio devono esistere” (Shock Economy”, Naomi Klein); incremento nelle esportazioni; cancellazione di qualsiasi provvedimento di protezione nei confronti delle industrie locali; lasciare che i prezzi vengano fissati solo ed esclusivamente dalla “mano invisibile” del mercato; assoluta mancanza di salario minimo. 

Tuttavia, è importante precisare che questo fenomeno di liberalizzazione e privatizzazione generalizzate e sfrenate non fu (e non è) esclusiva del Cile di Pinochet, lo stesso accadde sotto altre dittature del Sud America negli anni Settanta (es. Uruguay e Argentina), ancora prima in Indonesia con Suharto; in Brasile con esito fallimentare; tempo dopo in Bolivia; in Sudafrica; in Cina; in Polonia durante la crisi economica degli anni ‘80; in Russia con Eltsin; ma anche, in parte e in modo diverso, col governo Thatcher e negli USA con Reagan o ancora con Bush dopo l’11 settembre 2001 con lo scopo di privatizzare la maggior parte dei (se non tutti i) servizi erogati dallo stato; in Iraq durante la guerra; in una New Orleans reduce dalla distruzione causata dall’uragano Katrina nel 2005…

In “Shock Economy”, la giornalista Naomi Klein propone prima una correlazione in particolare tra la repressione tipica dei regimi dittatoriali e l’applicazione-imposizione di provvedimenti economici neoliberisti. Può sembrare un paradosso che venga garantita massima libertà da un punto di vista economico, e che, allo stesso tempo, ogni altro tipo di libertà venga negato. Ma, il motivo di questa incongruenza si chiarifica se ricordiamo che, in molti dei Paesi sopracitati, l’ideologia e i conseguenti provvedimenti di stampo liberista, in condizioni “normali” (se per “normali” si intende democratiche), non sarebbero mai stati accettati dalle popolazioni. Popolazioni in cui erano maggiormente diffuse idee politiche di stampo keynesiano o di centrosinistra, favorevoli a misure di interventismo statale. Molti massacri, uccisioni, torture e sparizioni erano riservati a dissidenti politici, all’insegna di una caccia ai “marxisti” – capro espiatorio per la crisi economica in cui versavano i loro Paesi (già da prima dei golpe o dei mutamenti istituzionali) e sotto la cui denominazione ricadevano anche keynesiani, socialisti o centristi che si opponessero alle politiche friedmaniane turbo-liberistiche. 

Un altro motivo per cui, secondo Klein, sia stato possibile  attuare riforme economico-politiche in linea con l’ideologia della Scuola di Chicago era il fatto che molti altri dei Paesi elencati prima stessero cercando di riprendersi da una crisi economica o da un disastro naturale. Crisi per la risoluzione delle quali veniva offerta quella che Klein chiama “shockterapia” economica, che garantivano funzionasse esperti autorevoli (come Friedman o Sachs o i Chicago Boys) e, in seguito, anche il FMI e la Banca Mondiale.

Giustificazionismo a priori

Il concetto generale su cui si basano tutte le teorie particolari di Friedman e degli economisti della Scuola di Chicago è quello di considerare l’economia una delle cosiddette hard sciences (come la fisica e la chimica) e quindi basata su modelli matematici. L’approccio di Friedman è, dunque, volto alla ricerca di leggi economiche fisse, universali, a priori. Modus operandi che condivide con gli economisti classici e neoclassici, e che venne ampiamente criticato, ad esempio, da Marx.

Il monetarismo – al cui sviluppo Friedman ha contribuito abbondantemente – si colloca nell’ambito della macroeconomia e studia gli effetti di aumento/diminuzione dell’offerta di moneta, ad opera delle banche centrali (o, in modo più generico e meno preciso, dello Stato). 

Uno dei principi fondamentali del monetarismo friedmaniano è riassunto da una frase dello stesso Friedman: “inflation is always and everywhere a monetary phenomenon”. L’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario. Dipende, cioè, da un’offerta (aggregata) di monetaL’offerta aggregata di moneta (o di denaro) può essere definita come la quantità di denaro liquido (messo) in circolazione in un’economia. maggiore della domanda.La domanda aggregata di moneta (o di denaro) può essere definita come la parte liquida del reddito nazionale di tutti gli operatori economici di quell’economia. Allo stesso modo, la delflazione è dovuta al superamento dell’offerta di denaro da parte della domanda.

É interessante notare che il monetarismo si basa sulla QTM (Teoria Quantitativa della Moneta), il cui concetto fondante è una accounting identity, che potremmo definire una sorta di assioma, o l’equivalente economico di una tautologia, o di quello che Kant chiamerebbe un giudizio analitico a priori: un’uguaglianza sempre vera per definizione, che non cambia in base alle variabili inserite. La formula (semplificata* o “mainstream” nelle parole di Wikipedia), che Friedman aveva anche sulla targa dell’auto, è: MV = PT.

Dove M è la quantità media del denaro totale in circolazione; V è la velocità del denaro (velocità con cui circola); P è il livello di prezzo (media ponderata del prezzo di beni e servizi in un’economia); e T è un indice del valore reale di tutte le transazioni in quell’economia. Questa identità è sempre vera, se si assumono delle ipotesi sul comportamento degli agenti economici: 1) T è costante e si riferisce al livello di produzione in condizioni di pieno impiego delle risorse; 2) V è costante perché dipende da fattori a loro volta costanti (es. abitudini di spesa, pagamento e guadagno degli agenti economici). Quindi, se V e T sono costanti, allora un aumento in M porta necessariamente ad un aumento in P. In altre parole (meno precise), si potrebbe dire che si assiste a una sorta di auto-bilanciamento delle variabili, che però, in quanto tale, non fornisce nessuna informazione riguardo alle cause dell’innalzamento/abbassamento dei prezzi. 

Le condizioni ottimali per un’economia, secondo Friedman, erano quelle in cui le banche centrali non variassero la quantità di denaro fornito, ma si limitassero a mantenerla stabile. A questo scopo, propose la famosa k-percent rule, che consisteva nel far aumentare alle banche centrali la quantità di denaro in circolazione di una percentuale fissa ogni anno. Così facendo le banche centrali non avrebbero avuto più scopo di esistere, se non quello di mandare denaro in circolazione. Infatti, Friedman affermò: “Personally, I believe they [computers] would be far superior to a central bank but I have no great hopes that central banks will willingly be replaced by computers”.Do we need central banks?” di M. Friedman. Clicca qui per vederlo

Altro concetto cardine delle teorie di Friedman è il tasso naturale di disoccupazione (che chiameremo tnd per riassumere). Qui l’aggettivo “naturale” sta per indipendente dall’andamento del sistema economico in esame. Anche il tnd è, dunque, un elemento dal carattere aprioristico, che si rifà alle teorie economiche classiche di Smtih. Infatti, può essere anche definito come tasso “di equilibrio”, perché quando un sistema economico raggiunge il tnd è da considerarsi in equilibrio ed il mercato non può eliminare (da solo) la disoccupazione al livello naturale. Ovviamente più basso è il tnd di un sistema economico, più efficiente è il sistema stesso. 

Equilibrio

Insomma, come illustrato negli articoli precedenti, più o meno da Warals in poi si snoda un secolare e ostinato giustificazionismo nei confronti del liberismo e poi del capitalismo, giustificazionismo le cui tappe sono, più o meno, scandite dai progressi scientifici in campo matematico, in un orizzonte di asservimento dello stesso all’ideologia liberista. E, nei tentativi di dare un’aura di autorevolezza e autorità scientifica al laissez faire e al capitalismo, il filo conduttore è proprio il concetto di equilibrio: una bolla perfetta in cui la libertà di togliere risulta in un dare, in virtù della divina “mano invisibile” del mercato che regola le sorti dell’economia, non si sa il perché e si cerca di giustificare il come solo in teoria. E, se in pratica non funziona come designato, è solo colpa delle macchie impure di interventismo statale rimaste o di qualsiasi altro provvedimento che miri alla redistribuzione non “naturale” delle ricchezze. Se si alza l’inflazione è colpa delle banche centrali. Se il tasso di disoccupazione è maggiore di quello naturale è perché il mercato non è totalmente libero. 

Il concetto di equilibrio, introdotto da Adam Smith, è centrale anche nella teoria dei giochi e si potrebbe dire che è persino valso a Nash il Nobel per l’Economia. Infatti, nella sua tesi di dottorato, per cui vinse il Nobel, enunciava quello che poi sarebbe stato chiamato teorema di Nash (o teorema dell’Equilibrio di Nash): in un gioco non cooperativo a informazione completa con n giocatori intelligenti e razionali che hanno a disposizione m strategie, se il numero delle regole da seguire e il numero n di giocatori rimangono costanti durante tutto il gioco, esiste almeno un equilibrio. Equilibrio definito come il profilo di strategie di un giocatore i, che a quest’ultimo non conviene cambiare se gli altri n-i giocatori non cambiano il loro.

Nella sua tesi Nash forniva anche un esempio dell’applicazione della sua teoria: una partita a poker con tre giocatori. Nessun accenno o riferimento all’economia. Potrebbe quindi sorgere spontanea la domanda: perché ha vinto il Nobel per l’Economia e non la medaglia Fields? L’ipotesi che avanzerei riguarda l’influenza e la visibilità (a livello mediatico e accademico) della ricerca “mainstream” – secondo me disperata – di una dimostrazione che giustificasse il liberismo come miglior approccio all’economia (politica). E quale teoria di matematica applicata migliore della teoria dei giochi avrebbe potuto dimostrare la necessità del liberismo razionale e intelligente (o “egoista”) nella prospettiva di raggiungimento di un punto di equilibrio, in modo “naturale”, libero? 

Eppure, come si è ampiamente visto nel caso del “dilemma del prigioniero”, non sempre il punto di equilibrio coincide con l’allocazione ottimale delle risorse a disposizione (ottimo paretiano). Nemmeno se si lascia che il gioco si ripeta  all’infinito.

In teoria dei giochi, inoltre, esistono anche delle funzioni che descrivono il livello di benessere collettivo (valore sociale) e la perdita in efficienza subita dai giocatori a causa delle loro razionalità e intelligenza (prezzo dell’anarchia) – argomenti trattati più nello specifico nell’articolo su Smith. Quindi, le tesi dell’ideologia liberista possono essere facilmente confutate anche con gli stessi strumenti e modelli matematici con cui possono essere giustificate e dimostrate, anche senza fare leva sulla complessità dei fenomeni socio-economici relativi ad un dato gruppo umano. Complessità che, di per sé, è già sufficiente a far crollare il castello di sabbia del modello economico trickle-down, in quanto gli aspetti sociali, politici, economici, oltre che emotivi, razionali, istintivi di un gruppo umano si influenzano e si intersecano e a tratti si mischiano a vicenda, fino a non poter essere considerati realtà a sé stanti, de-terminate e (de)limitate ai sistemi chiusi che funzionano (im)peccabilmente solo in teoria.

L’ideologia dell’interesse

In una discussione immaginaria tra Friedman e Feynman (due premi Nobel), penso che quest’ultimo gli rivolgerebbe una delle sue frasi più famose: “It doesn’t make any difference how beautiful your guess [theory] is, it doesn’t matter how smart you are who made the guess […] If it disagrees with experiment, it’s wrong. That’s all there is to it”. Il metodo scientifico prevede che le teorie abbiano bisogno di verifica sperimentale per essere valide descrizioni di fenomeni. E a Friedman e ai suoi discepoli della Scuola di Chicago mancava un’economia su cui sperimentare, che fosse una tabula rasa su cui applicare un modello di mercato veramente libero (sempre che “veramente” e “libero” abbiano senso come parole o come concetti espressi da queste parole). Allora, secondo Klein, scelse luoghi reduci da crisi, da “shock” (ambientali, istituzionali, economici, politici, sociali), luoghi in cui fosse inevitabile ripartire da zero. 

Lasciandoci alle spalle ogni possibile teoria del complotto per cui queste condizioni di crisi siano state create/indotte ad arte da Friedman o da chi per lui, è indubbio – poiché dichiarato – che, per gli accademici di Chicago da una parte, e per i padroni di multinazionali o chiunque potesse trarne lucro dall’altra, cogliere l’occasione per sperimentare il tipo di liberismo puro proposto da Friedman et alii avrebbe portato guadagno (intellettuale o monetario).

Questo rimanda a un’annosa domanda  proposito degli ideologi del liberismo: sono ‘veri credenti’, guidati dall’ideologia e dalla fede nel fatto che i liberi mercati cureranno il sottosviluppo. Oppure le loro idee e teorie sono solo un’elaborata giustificazione che permette di agire per avidità, invocando nel contempo una motivazione altruistica? Tutte le ideologie sono corruttibili, naturalmente […], e certamente esistono neoliberisti onesti. Ma l’economia della Scuola di Chicago sembra particolarmente soggetta alla corruzione. Dopotutto, nel momento in cui si accetta che il profitto e l’avidità praticati su larga scala creano i massimi benefici possibili per qualsiasi società, praticamente qualunque atto di arricchimento personale può essere giustificato come un contributo al grande calderone creativo del capitalismo, che genera ricchezza e dà slancio alla crescita economica – anche se solo per se stessi e per i propri colleghi”.

Come la definisce Klein, in questo passo tratto da “Shock economy”, la suddetta domanda di natura etica è “annosa” e definire e descrivere cosa significa “etica” lo è ancora di più. Potrebbe essere solo uno strumento per la sopravvivenza della specie umana, che altrimenti si autodistruggerebbe secondo il principio homo homini lupus; o magari c’è una legge morale a priori kantiana, che tiene conto delle intenzioni e dello scarto essere-dover essere, che è inevitabile in quanto inteso all’essere in-tensione verso il dover essere; oppure forse è solo un altro risvolto dell’utilitarismo innato e intrinseco all’essere umano in quanto tale; potrebbe anche essere solamente uno dei tanti meccanismi naturali che fanno procedere la storia senza alcun orizzonte di finalismo; o ancora un insieme di precetti ispirati da Dio con scopo la salvezza dell’essere umano… L’elenco delle possibilità potrebbe andare avanti all’infinito quindi, visto che il pragmatismo piace più della discussione potenzialmente in-finita e in-determinata sui massimi sistemi, si analizzino direttamente i dati fattuali, conseguenze delle politiche economiche teorizzate da Friedman e dai suoi mentori e discepoli alla Scuola di Chicago: aumento della ricchezza nelle mani di pochi, e povertà diffusa tra i molti. In poche parole: disuguaglianza economica e, a cascata, sociale e talvolta politica. Disuguaglianza sistemica che deriva da un corporativismo di fatto.

Dunque, se “etica” si può tradurre – in modo molto semplicistico – come “studio di cosa è giusto/sbagliato o bene/male fare in un orizzonte di giusto/sbagliato o bene/male per la collettività”, è giusta o è un bene la disuguaglianza di cui sopra? 

Forse un punto di incontro tra utilità (intesa come perseguimento del massimo guadagno individuale) ed etica c’è – sempre che utilità ed etica siano distinte e distinguibili – e forse quel punto di incontro è la cooperazione, intesa come distribuzione eguale del benessere e comunanza delle risorse a disposizione. Quella stessa cooperazione che, nel “dilemma del prigioniero”, porta i due giocatori a non confessare il furto commesso da entrambi, insieme, e ad ottenere così il minor numero possibile di anni di carcere.

Forse, parafrasando Proudhon, il vero furto è la privatizzazione, o il concetto stesso di furto e di privato, e non i gioielli rubati dai due prigionieri. Forse i veri reati da confessare sono l’imposizione e la pretesa di universalizzare interessi privati, o meglio, una ideologia dell’interesse; la disuguaglianza economica e conseguentemente sociale; la repressione attuata per imporla.

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