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Liberi di stare bene

Illustrazione: Valentina Chiccarelli

Ho sempre pensato, e non credo di essere l’unico, che ogni singola vita sia ostaggio del caso: vi sono persone più fortunate di altre, questo è indubbio. Come è indubbio che tali fortune molte volte non presuppongano un merito. Non meritiamo di nascere, di avere una genetica migliore degli altri, di avere una famiglia alle spalle e che quest’ultima sia anche buona e ricca. Non meritiamo di vivere più a lungo di altri, o di avere accanto persone che vivano più a lungo di altre. Non meritiamo di avere un talento innato, né di essere intelligenti.

Ognuno di noi ha avuto e continua ad avere dalla vita un patrimonio differente, un insieme di incentivi e disincentivi che ci portano a reagire nei modi più disparati, ad assumere determinate scelte rispetto ad altre, a diventare determinate persone, con una determinata personalità, che influenzeranno a loro volta altre persone e la loro personalità.

Ritengo che l’unica cosa che ci rende tutti uguali di fronte alla vita, è il dolore:

è la variabile più condizionante che esista, la più presente, e lo è in egual misura per tutti. La vita non distribuisce le avversità in modo omogeneo, ma è equa nel darci pari possibilità di scegliere come vivere il dolore che ne discende.

Riflettendoci, se ci guardiamo bene dentro infatti, potremmo capire che alcuni individui, affrontando le loro vicissitudini, hanno una percezione del dolore maggiore rispetto a chi ha vissuto le loro stesse difficoltà, o ne subiscono un’influenza uguale o addirittura maggiore rispetto a chi ne ha incontrate di più gravi e più numerose.

Come ho detto inizialmente, il caso ha voluto che tali soggetti si trovassero colpiti da dei coltelli, che venissero tagliati in modo più o meno profondo, ma sono le stesse persone che hanno il potere di decidere quanto fa male la ferita, come e quando curarla, come e quando richiuderla, come ricordarsene.

Ognuno di noi ha un’interpretazione diversa della realtà, un’interpretazione personale da cui scaturisce una singolare creazione della propria realtà.

 È proprio per questo motivo che penso che non esistano persone realiste, ma che vi siano solo esseri più o meno pessimisti ed esseri più o meno ottimisti. Entrambi sono realisti a mio parere, poiché la differenza tra loro risiede nella sfaccettatura che decidono di osservare, di quel diamante che è la loro vita.

 A supporto di tale tesi voglio riportarvi brevemente l’esperienza di Mo Gawdat (il mio ottimista preferito), ex CBO di Google X e scrittore de “l’equazione della felicità”: egli afferma che dopo aver perso il figlio a causa di complicanze dovute ad un’operazione di routine, ha cercato di capire come superare la perdita; ci è riuscito scegliendo di focalizzarsi sulla fortuna di aver vissuto così tanti anni con una persona splendida come suo figlio, al posto di concentrarsi sugli anni in cui non avrebbe più potuto rivederlo. Egli ha accettato il dolore, liberandosi della sofferenza.

Nel suo libro e nelle sue interviste Mo ci conferma quanto sia importante capire che ognuno è protagonista della propria vita, che bisogna trovare una propria missione e che soprattutto bisogna volersi bene.

Io ritengo che volersi bene voglia dire accettare quelle cose di noi ed intorno a noi che non possiamo cambiare, come la fisionomia del nostro corpo, la nostra voce, il nostro passato comprendente fallimenti ed errori, perché tutto questo bagaglio di particolarità che noi vediamo come brutte o addirittura sporche, ci rendono ciò che siamo, cioè esseri umani unici ai nostri occhi e a quegli degli altri.

Il problema della nostra epoca, tuttavia, risiede nel fatto che non ci sentiamo unici, ma soli.

Se le generazioni precedenti alla nostra non mostravano e non parlavano adeguatamente dei propri dolori e della propria sofferenza, la nostra generazione non solo non mostra le proprie fragilità, ma grazie all’avvento dei social, sceglie di far vedere solo il lato bello e di presunto successo e appagamento della propria vita, e noi che guardiamo, non riusciamo a capire che la vetrina che ci viene posta dinanzi rappresenta solo determinati istanti dell’esistenza di un individuo, che per quanto affascinante, ricco, intelligente, audace, una volta chiuso il suo profilo si trova ad affrontare la nostra identica situazione.

Bisognerebbe parlare a cuor leggero delle proprie paure con le persone che abbiamo accanto, confidare le nostre insicurezze e le nostre vergogne e a quel punto scopriremo che chi ci sta ascoltando, sta vivendo o ha già vissuto lo stesso, e che ciò che noi reputiamo anomalo ed insuperabile, in realtà non lo è per davvero. D’altra parte, dovremmo ascoltare a nostra volta le persone che amiamo, infatti esponendoci le loro debolezze, ci faranno capire che spesso non riusciamo a riconoscere a noi stessi il nostro vero valore, e che ogni individuo è il critico più severo nei propri confronti. Quindi crediamo a chi ci mostra i motivi per cui ci vuole bene, per cui ci vede belli e per cui ha scelto di condividere il suo tempo con noi; in seguito scegliamo di stare bene con noi stessi per questi motivi e corriamo a dire alle persone che ancora non lo comprendono quanto le vediamo speciali.

Concludo il mio pezzo con le parole che mi hanno ispirato questa scrittura e che mi hanno accompagnato in sottofondo in queste ore.

 “Siamo liberi di farci toccare, siamo liberi di fare finta di avere grinta. Siamo liberi di non parlare, di accettare tutto ciò che ci fa stare male. Siamo liberi di non partire, siamo liberi di stare fermi, sentirci inermi. Siamo liberi di non mangiare anche se stiamo morendo di fame. O forse siamo solamente liberi, liberi di stare bene.”

(tratto da “Liberi” di Fabri Fibra & Francesca Michielin)

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