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Le intellettuali e (la) sterilità

Copertina: Ilaria Barracca

Sono consapevole che passare casualmente da Parigi sembra un po’ assurdo ma, se così fosse, e, sempre casualmente, ci trovassimo a nord del Palazzo del Louvre, potremmo trovarci davanti al Théatre de la Salle du Palais-Royal, dove nel 1672 venne rappresentata la prima assoluta della commedia Le Intellettuali (Les femmes savantes), scritta da Moliere: si tratta di una delle pochissime pochissime opere scritte per se stesso e non per compiacere la corte reale, nonché la sua ultima grande commedia in versi. 

Sulla scena, già dal primo atto, si consuma quel dibattito che, se portato all’universale, diventa uno degli snodi concettuali più discussi della storia, a partire (più o meno) da Cartesio: la lotta tra la ragione e il sentimento. 

Armande infatti vive una sorta di “vita teorica”, dedita alla filosofia e ai cosiddetti nutrimenti dello spirito, rifiuta l’amore (Clitandre) ed esorta la sorella Henriette a fare lo stesso; quest’ultima però sogna sposarsi e prendersi cura della propria famiglia, lontana dalla pesantezza della conoscenza. 

Tralasciando le specificità dell’autore e del suo tempo riguardo la condizione femminile, emergono molte domande (come al solito, forse troppe): qual è la visione “giusta”, o quantomeno migliore? Cos’è che ci domina e, questa cosa che ci domina, domina tutti ugualmente? 

Cartesio, uno dei più importanti filosofi del Seicento, formulò la teoria del dualismo dell’essere, secondo cui vi sono in ognuno di noi due domini eterogenei: res cogitans (una sorta di spirito nel senso di intelletto, dunque “razionalità”) e res extensa (che ha a che vedere con ciò che è materiale, gli istinti e i sentimenti, dunque “emotività”). E questa visione dicotomica è poi diventata un assioma per il pensiero occidentale moderno (con mio profondo e comico rammarico). Certo, c’è bisogno di definizione, di distinzione, di separazione. Soprattutto per comunicare, ma anche solo per comprendere ciò che accade (cioè per averne l’illusione); vero è che noi non pensiamo con le parole, il linguaggio viene dopo e nessun termine potrà essere fedele all’indeterminatezza del pensiero e di ciò che lo ha innescato, il termine termina la successione infinita di significati e significanti di una stessa cosa e definisce. La definizione uccide la moltezza, ma la definizione è (o crediamo sia) necessaria. Così ogni cosa ha un posto, uno scopo, un significato unico e inequivocabile e tutto può funzionare, come fossimo gli ingranaggi di un orologio. Il problema è che ci abituiamo a questa semplificazione (determinatezza) e ci dimentichiamo la moltezza, così andiamo in crisi se, a un certo punto, qualcuno da una piattaforma di legno sopraelevata ci racconta una storia senza un protagonista mostrandoci che una donna può volersi dedicare esclusivamente alla cultura, ragion per cui, dopo un brevissimo successo iniziale, la critica ha attaccato Le Intellettuali per più di un motivo e l’opera è stata pressoché rimossa dall’immaginario collettivo. 

In ogni caso nessuno dei due personaggi raggiunge una compiuta ed effettiva felicità, in parte anche perché non è nell’interesse dell’autore trattare la particolare contingenza dei personaggi, in quanto tende a mostrare una varietà di punti di vista, pensieri e situazioni, senza mai schierarsi o tentare di dirigere in maniera specifica le simpatie del pubblico. Ad ogni modo, io sono fermamente convinta che entrambi gli atteggiamenti risultino fallimentari nel grande contesto “vita”. Che non si fraintenda, ognuno deve fare ciò che sente e/o pensa (per quanto concerne se stesso e come vuole vivere la sua vita, per dirla in maniera individualista) anche qualora uno escluda l’altro. Ma imporsi di non pensare è impossibile quanto imporsi di non sentire, forse (secondo me sì), perché sono sostanzialmente la stessa cosa: emozioni, pensieri, istinti è tutto indissolubilmente legato e mescolato, un intricatissimo nodo in cui tutto si confonde.

E oggi, nel migliore dei mondi possibili, siamo i primi ad aspettarci o una o l’altra cosa da una persona, soprattutto da una donna, che o è innamorata o in carriera, che o è madre o lavoratrice. Non è socialmente accettabile essere umani, essere sistemi complessi, non è conciliabile con le realtà civili che abbiamo costruito: quasi come fossimo in uno dei romanzi di Orwell sembra siamo chiamati a fare una scelta, a dimenticare una parte di noi. L’emozione è qualcosa di basso, terreno, forse vergognoso a tratti, qualcosa che ti distrae da quell’obiettivo che una fredda razionalità (lontana dalla logica e dal pensiero) ti permette di raggiungere (just do it). E restiamo in questa sterile sopravvivenza, in cui tutto è separato in compartimenti stagni e anche innamorarsi diventa solo un compito da completare; oggi Henriette sarebbe denigrata tanto quanto Armande, come lo erano quando vennero scritte, come se, in ogni caso, quando credi nelle tue convinzioni e nelle tue scelte, fossi già destinato a perdere. Perché forse ormai non si tratta più tanto di scegliere tra emotività e ragione, come forse non si trattava di questo quattrocento anni fa: forse si tratta di adattarsi alle convenzioni, forse si tratta di sterilità.

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