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La vita “appesa”

Illustrazione: Gaia Spagnoli

In data 24/03 di quest’anno (2022), avvicinandosi la notte degli oscar, come dovere di ligio spettatore, pur ritenendo gli stessi premi oramai privi di un significato artistico meritocratico, ho sentito la necessità di recuperare le pellicole candidate, per lo meno sotto le categorie di “miglior film” e “miglior film straniero”. D’altronde il meccanismo dello spettacolo e l’influenza hollywoodiana colpiscono un gran numero di persone, me compreso.

Tra le tante l’ultima opera di cui ho preso visione è stata Verdens verste menneske (letteralmente “il peggior essere umano al mondo”), tradotto dal norvegese in italiano come La persona peggiore del mondo, diretto da Joachim Trier.

Il film racconta una trama a suo modo originale, ma appartenente a un filone (ormai noto a un pubblico attento), il quale definirei della vita “appesa”. Ritornano ultimamente, perlomeno agli occhi miei, opere, in pellicola come su carta (libri), complete della propria aria di spessore e cura morbida (e forse morbosa, emulativa) nei particolari, dove la vita dei protagonisti è persa nel dubbio. Si tratta spesso di soggetti benestanti, acculturati, senza ambizioni particolari, o particolarmente fisse; diremo piuttosto che i personaggi sono stati scritti come se fossero  mossi da brevi e disordinati istinti, quasi nessuno dei quali porterà poi alla ricercata stabilità, a quella archetipica pace umana.

Se persa quindi, dove si può ritrovare questa serenità? Perché oggi regna questa incertezza?

Nel filone della vita appesa il protagonista comprende, lanciato sul mondo, di non star percorrendo “la giusta strada”: può questo considerarsi un pensiero nuovo, nella sua espressione di massa? E quindi da cosa viene generato?

A mio parere nel rispondere a questi interrogativi dobbiamo porci di fronte allo specchio della nostra evoluzione sociale, dove la pratica lavorativa è sempre più lontana nel tempo per chi incomincia a vivere la propria vita da adulto e nel frattempo che ciò accade la celebrata autoriflessione ne curva l’indole, impone a ciascuno un’insicurezza mobile e refrattaria alla maggior parte dei rimedi. Oramai talenti, scoperte e presagi si stanno estinguendo e i pochi ancora presenti e vitali smettono di essere tali superata la soglia dei 25-30 anni (gli anni di gesso come sono chiamati in Simmetria dei desideri da Eskol Nevo, altra opera significativa in merito al nostro discorso).

Allora noi, reduci da una voglia di praticare, forti d’una società che mitizza l’uomo “comune” (il più comune possibile oserei dire) rendendolo capace, sempre, di compiere lo straordinario, abbagliati sfogliamo, modi catalogo, tutto il lavoro arretrato, incompiuto, in una frenetica, epilettica alternanza di mestieri; alternanza quanto mescolanza, in sostanza proviamo a fare di tutto nel tentativo di indovinare la già citata strada giusta.

Di certo una base concreta esiste dietro tutta la propaganda sociale che ci spinge a far ciò, ma può questa procedere al passo con la realtà della comunicazione? Impossibile. Ci viene raccontato che siamo fatti per fare sempre di più, per diventare sempre più grandi, che fermarsi e accontentarsi è un pericolo, nonché fallimento. Siamo portati spesso a sovradimensionare le nostre capacità e prospettive. Ecco che quindi in questo divario tra ciò che riteniamo possibile e ciò che riusciamo realmente a ottenere si genera il vuoto nel quale precipitiamo, annulliamo noi stessi, nel tempo e fuori dal tempo.

Dai film e dai libri presi in considerazione emerge una soluzione temporanea, rappresentata dall’aria di morte che si spande sulla vita del successo: come infine ciò che desideriamo porti all’annullazione, come il successo conduca a una fine prematura. La morte è una vera fuga, l’eliminazione è la vanità più grande di questo popolo contemporaneo, ma poi, se incarnata e posseduta come si possiede un attrezzo, si esaurisce in uno stimolo distruttivo, dove il senso stesso sta nella fine e quindi finisce per totalizzare l’espressione nostra.Tuttavia osserviamo anche come, se vissuta da protagonisti o spettatori, una “scomparsa” genera una vera rivoluzione. Nell’arte, ne La persona peggiore del mondo ad esempio, la morte è vista anche come la più grande paura, l’emozione più forte verso la quale confrontarci e se, per caso purissimo s’intrecciasse con il nostro affetto e amore (se a mancare è una persona cara), allora può accadere la realizzazione, un cambio di prospettiva, una decisione che sia definitiva, può spingerci a promuovere finalmente la vita al passo successivo, quello della continuità e dell’accettazione di un futuro non scritto.

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