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La Via Egalitaria

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Come abbiamo già evidenziato nei precedenti articoli, la narrazione dell’arte contemporanea femminista è legata a doppio nodo con quella del movimento sociale e politico e le sue ideologie e filosofie. 

In questo modo è possibile tracciare tre momenti, tre fasi evolutive distinte, caratterizzate da diverse espressioni formali e contenutistiche ma soprattutto ideologiche, che vanno a braccetto con l’evoluzione del pensiero femminista in quegli anni – dagli anni ‘60 fino agli albori degli anni ‘80. 

In una prima fase, già introdotta in Una prima via, le donne ambiscono ad un accesso ai luoghi dell’arte che potremmo definire “maschili”, spesso però senza riuscirci appieno – allo stesso modo in cui il movimento faticava ad ottenere uguali diritti civili. In questo contesto, molte artiste presero la via dell’astrattismo e del minimalismo, dominanti nella produzione artistica modernista degli anni ‘60

La seconda fase fu caratterizzata da un più acceso estremismo rispetto alla prima – definibile “egalitaria” – e a porre l’accento sulle differenze tra uomo e donna, tendendo ad identificare quest’ultima con la natura e le culture, le storie e i miti ad essa legata.
Questo permise alle donne di allontanarsi dagli stilemi maschili del modernismo e dell’astrattismo, potendo decostruire e distruggere gli stereotipi oppressivi che li permeavano. 

La terza fase, infine, all’alba dei mitici anni ‘80, si pose in contrasto sia con l’uguaglianza proposta dal primo momento, sia dalla necessaria separazione e differenziazione proposta dal secondo, e portò avanti una riflessione e una critica sull’immagine della donna nella cultura di massa. 

Oggi ci concentreremo sulla prima fase e sulle artiste che l’hanno caratterizzata. 

Il Feminist Art Program 

Ciò che caratterizzò l’ambiente artistico americano femminile e femminista fu la creazione di gruppi organizzati, spesso negl ambienti universitari, finalizzati alla formazione di una coscienza collettiva legata allle lotte portate avanti dal movimento. 

Artiste come Judy Chicago, Miriam Schapiro, Suzanne Lacy, Sandra Orgel e Aviva Rahamani presero parte a questo fervore intellettuale e culturale, partecipando a mostre, incontri, esibizioni, performance ed installazioni.
Un fervore che portò infine, nel 1970, alla formazione del Feminist Art Program, un programma nato per evidenziare le disuguaglianze di genere nell’arte e nel suo insegnamento, divenuto poi parte del California Institute of the arts.

Manifesto delle intenzioni di queste giovani artiste fu l’apertura della Womanhouse il 30 Gennaio del 1972 un’installazione e spazio performativo inaugurato da Judy Chicago e Miriam Schapiro e dedicato interamente ed esclusivamente all’operato di artiste donne.
Il primo giorno di apertura l’accesso fu precluso a visitatori uomini, che dovettero attendere il giorno successivo per poter visitare l’esibizione.
Un suggestivo documentario del 1974 girato da Johanna Demetrakas, e intitolato proprio Womanhouse, ci racconta quel calderone culturale di un luogo che voleva “trovare e rivelare l’esperienza femminile”. 

Abluzioni

La Womanhouse fu luogo di numerose installazioni, ma soprattutto di performance, poichè attraverso queste le artiste avevano pieno controllo del proprio corpo per potersenre riappropriare e renderlo messaggero di idee e significati. Per questo la performance rimase sempre un punto fisso nell’operato di molte artiste legate al movimento femminista.

E tra queste possiamo citare come esemplificativa Ablutions, del 1972, cui presero parte le già citate Lucy Chicago, Suzanne Lacy e Sandra Orgel. 

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Un’ampia stanza con pavimento in cemento, tre vasche in metallo galvanizzato piene di uova, sangue e argilla. Sparse per la stanza corde, catene e interiora di animali. In mezzo a tutto questo, donne nude raccontano nei dettagli le loro personali esperienze di stupro subite, per poi lavarsi all’interno delle vasche in un abluzione, come a lavar via un peccato che non hanno mai commesso.
Interiora animali vengono inchiodate al muro, corde vengono gettate a terra per formare un tela di ragno che intrappola chi vi passa sopra. 

Una scena che è al contempo un inno alla femminilità e alla fertilità e denuncia dell’oppressione maschile, che porta davanti agli occhi degli spettatori la brutalità dello sturpo – all’epoca argomento ancora più tabù di quanto non sia già oggi.

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