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La sovversione musicale di Lingua Ignota

Illustrazione: Luca Macerata

All Bitches Die è il secondo Full-length di Kristin Hayter, in arte Lingua Ignota. Una processione dolorosa, tra sperimentazione musicale e vividi ricordi di abusi fisici e psicologici.

Inizialmente pubblicato senza etichetta nel 2017, ma poi rilevato e distribuito dalla Profound Lore Records, All Bitches Die è il secondo full-length dell’artista statunitense Kristin Hayter, che firma questo progetto musicale col nome latino di “Lingua Ignota”, progetto che a partire da questo album la renderà una performer di un certo richiamo nell’ambiente della musica estrema e nei vari spazi artistici. 

Ma prima di entrare nel merito di All Bitches Die è giusto spendere qualche riga sull’artista perché Lingua Ignota è strettamente legato alle esperienze di vita di Kristin Hayter, ai suoi traumi, le violenze domestiche subite per mano di un musicista di stampo Noise, ma anche ai suoi studi, le sue ricerche storiche e filosofiche, nonché artistiche. 

Chi è dunque Lingua Ignota/Kristin Hayter

Nata in California nel 1986, si interessa fin da giovane alla scena Metal, suonando in diverse piccole band locali. Sceglie il moniker “Lingua Ignota” per via del suo interesse verso temi esoterici e mistici, come quello della glossolalia e dell’estatico. Mette subito in chiaro le cose su questo progetto: lei crea “Inni per sopravvissuti”. 

Un percorso travagliato che ha portato a canalizzare i propri fantasmi del passato e demoni interiori nella musica che vive di svariate influenze, dal Metal più estremo come lo Sludge e il Black, al 

Doom, per arrivare a generi estremi che esulano dal Metal come Noise, Acid Jazz, Dark Ambient ma si arriva anche al panorama più soft come Spiritual, World Music e via discorrendo. Un autentico calderone dove esprimere, con stilemi differenti, tutto il carico emotivo che la vita le ha dato. I brani sono spesso non lineari, strutturati in maniera complessa, con cambi di tempo o lunghe ripetizioni di singole note. Distorti, disturbati e narrati da voci urlanti e graffianti, ma senza dimenticarsi di momenti più quieti e atmosferici, con un canto melodico e malinconico. 

Come scritto sopra, Kristin Hayter nutre un profondo interesse per temi mistici e attraverso la propria musica li analizza e poi li decostruisce. Un intento concettuale sovversivo come la propria musica, che nasce proprio dalla necessità di esprimere la rabbia accumulata a causa degli abusi; non a caso il progetto è un’estensione della sua tesi nel master in Belle Arti alla Brown University; una tesi titanica di ben diecimila pagine, una ricerca composta di scritti, note, citazioni, testi provenienti dal mondo della musica estrema, che spesso tende a “Mitizzare la misoginia” come dice la stessa Hayter. Perciò lo studio biblico, in particolare quello veterotestamentario, le è fondamentale, in quanto nei versetti troviamo alte dosi di violenza che viene sovvertita e destrutturata, soprattutto quando si parla di quella di genere. 

La ritualità della performance

Kristin Hayter dà vita al suo rituale performativo ogni qual volta è possibile, dopotutto come riportato sopra, il progetto musicale nasce proprio da uno studio a trecentosessanta gradi che va a coprire anche l’aspetto della performance, appunto. 

L’atto è strettamente legato alle testimonianze lasciate dall’artista d’avanguardia statunitense Diamanda Galás, che dalla metà degli anni ’70 indaga, attraverso musica sperimentale e spettacoli a tratti inquietanti, i mali che affliggono il genere umano, sul piano materiale ed esistenziale. L’obiettivo di Kristin Hayter è simile, concentrandosi specialmente sulla condizione femminile nel mondo. In chiave nichilista esplora i tormenti dell’animo umano. La fisicità è al centro delle sue performance, oltre che ovviamente, la voce. Si muove negli spazi come fosse uno spettro, non apparendo subito sul palco e muovendosi prima tra la folla, a creare una sensazione di straniamento, o interagendo direttamente con gli oggetti di scena, spostandoli continuamente per sottolineare una specie di disturbo frenetico, o addirittura distruggendoli. Nel 2019 si è esibita al festival Basilica SoundScape, svoltosi nella Basilica Hudson di New York. Per l’occasione ha scelto di eseguire i brani in un ambiente totalmente buio, fatta eccezione per una lampada posta su un pianoforte mossa in maniera nervosa e il cavo della corrente usato per simulare un nodo scorsoio. Una performance che centra in pieno il senso di disagio che Kristin Hayter vuole diffondere, un teatro angosciante e oscuro, dove attraverso lo spaesamento si può capire la sofferenza.

All Bitches Die

Cinque lunghe, estenuanti, ostiche e complesse tracce formano il secondo disco di Lingua Ignota. Un album che porta il nome aggressivo e inquietante di All Bitches Die. Un manifesto sulla crudeltà umana e sulla rabbia, quasi di ispirazione divina, per sormontare tale crudeltà, non distruggerla ma reindirizzarla verso i fautori della succitata, identificata come una misoginia intrinseca e universale, che vede le donne come il seme della discordia e quindi il sentimento di rivalsa si fa vera e propria furia, espressa al meglio con le note intricate, distorte e caotiche delle canzoni che compongono il full-length. 

Le branche più estreme della musica elettronica come l’Industrial e la Power Electronics si fondono con passaggi melodici e ispirati alla musica sacra, dove le armonizzazioni vocali entrano in netto contrasto con la violenza delle irruente strumentali, che trovano respiro anche in passaggi puramente Metal. Le chitarre e gli altri strumenti estremamente distorti e riverberati diventano pesanti basse frequenze assimilabili alla musica Drone. Passi mossi mastodonticamente in questa processione dolorosa dove il sacro e profano si mischiano in un sanguinoso canto liturgico che sembra provenire dalle dimensioni del Caos e dell’ira. I canti reverenziali sono indirizzati alla vendetta, al furore e all’impeto di rivalsa verso un mondo corrotto e misogino.

All Bitches Die ci dona un senso di inquietudine già dall’artwork. Un primo piano di Kristin Hayter contorto in una smorfia di disagio, le lacrime che rigano il suo volto e il font corsivo che costituisce il titolo dell’album, in un rosa pastello che crea conflitto con le tematiche dell’opera. 

Let the Evil of His Own Lips Cover Him è Il primo album dell’artista, ma è da All Bitches Die che si inizia a battere un sentiero ben preciso che si basa sulla sperimentazione e sulla sovversione musicale e concettuale. 

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