la-societa-della-performance

La società della performance

Copertina: Ilaria Barracca

Salute mentale tra apparire, essere e cocci da ricomporre insieme.

Con il termine Christmas Blues o depressione natalizia si intende il profondo senso di tristezza, oltre che di malinconia, che alcune persone provano durante il periodo natalizio. Tra lucine, decorazioni e ricerca dei regali perfetti, tra i pranzi infiniti e i buoni propositi per l’anno nuovo, vivere le vacanze di Natale è come essere protagonisti di una performance infinita nella quale devi per forza mostrarti felice e sorridente e occupare il posto giusto sul palcoscenico, quello che la società ha imposto essere il tuo.

È come se il Natale incarnasse alla perfezione la società che stiamo costruendo e che viviamo tutti i giorni, la stessa che i filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano descrivono nel loro libro La società della performance. Come uscire dalla caverna. Una società che richiede costantemente opinioni, condivisioni ed esibizioni è una società che ha paura del silenzio, dello spazio e della costruzione e quindi di un’autentica narrazione. Ma in una società in cui non c’è più spazio per essere e silenzio per parlare di sé, è una società in cui tutti ci sentiamo un po’ più soli, pur essendo costantemente connessi.

Apparire Vs essere: quanto incide sul benessere mentale?

Secondo una recente ricerca di Assosalute, nove italiani su dieci, circa l’85 per cento della popolazione, soffrirebbe di disturbi legati allo stress. Uno studio dell’Anxiety and Depression Association of America mostra che negli Stati Uniti la situazione non è poi molto diversa da quella italiana: più di 40 milioni di statunitensi presentano sintomi riconducibili all’ansia. Secondo l’OMS ansia e stress sarebbero i mali del secolo, e siamo di fronte ad una vera e propria epidemia del mondo occidentale.

Negli ultimi anni, a causa degli avvenimenti che si sono susseguiti uno dopo l’altro come crisi climatica, pandemia da Covid-19, guerra in Ucraina, crisi energetica, economica e sociale, ci siamo ritrovati ad essere costantemente bombardati da notizie che hanno avuto un notevole impatto sulla nostra emotività. Siamo ormai drogati di informazioni, allarmi e violenze che da un lato permettono di adattarci alle situazioni negative, aumentando la nostra soglia di sopportazione, e dall’altro ci portano a vivere situazioni di esaurimento fisico ed emotivo che riducono la nostra capacità di empatizzare con gli altri.

Anche a voi le immagini dei bombardamenti sulle città ucraine e dei civili uccisi non fanno più lo stesso effetto che suscitavano all’inizio della guerra? A me sì, ormai mi sono abituata. Siamo talmente assuefatti dal dolore da non provare più nulla.

Alle catastrofi degli ultimi anni si aggiungono poi altri fattori che incrementano il nostro malessere psicofisico: l’abuso delle piattaforme social e tutti i fattori negativi ad esso correlati come l’hate speech, il cyberbullismo, le fake news, i modelli di bellezza irraggiungibili e la performatività distruttiva. Secondo un report del The Mental State of The World, la crescita dell’uso degli smartphone e dei social media, unito all’isolamento sociale a cui siamo stati costretti negli ultimi due anni e mezzo, ha portato ad un calo della salute mentale collettiva soprattutto nei ragazzi tra i 18 e i 24 anni.

Siamo assuefatti dal dolore ma siamo soprattutto stanchi. La nostra società è stata infatti definita e descritta dal filosofo sudcoreano Byung-Chul Han come società della stanchezza. Questa deriverebbe dal disagio che l’uomo vive nella società odierna dove da una parte, è bersagliato dalla costante richiesta sociale di essere a tutti i costi prestante e competitivo per potersi realizzare, contrapposta poi alla necessità personale di opporsi e di rifiutare questa iperattività, venendo quindi meno alle aspettative sociali e innescando in esso un profondo senso di colpa.

Gli italiani come stanno?

Secondo i dati 2021 dell’organizzazione di volontariato Telefono Amico Italia, le richieste di aiuto psicologico sono aumentate del 55 per cento rispetto al 2020 e quadruplicate rispetto al 2019. Il dato più significativo è che il 28 per cento delle persone che chiedono aiuto ha un’età inferiore ai 26 anni.

Dai dati Istat 2021 si evince come 220 mila ragazzi tra i 14 e i 19 anni (il 10 per cento del totale) abbiano affermato di essere insoddisfatti della propria vita, delle relazioni interpersonali e familiari e della propria salute. Il 10 per cento dei giovani soffre di forme depressive o di disturbi legati all’ansia.

La situazione non migliora a livello europeo, dove 9 milioni di adolescenti tra i 10 e i 19 anni convivono con un disturbo legato alla salute mentale, in particolar modo ad ansia e depressione.

Secondo il rapporto Unicef La condizione dell’infanzia nel mondo 2021, ogni giorno 3 ragazzi si tolgono la vita a causa di problemi legati ad ansia, stress e depressione. Il suicidio risulta essere la seconda causa di morte tra i giovani.

Questi sintomi sono poi aggravati dalla potenziale incidenza della cosiddetta Sindrome da burnout che colpisce più facilmente chi soffre già di ansia, stress o depressione.

Cos’è e quando nasce la Sindrome da burnout?

Il primo a parlare di burnout è stato lo psicologo Herbert Freudenberger che nel 1974 ha introdotto questo termine per indicare lo stress emotivo degli infermieri costretti a convivere con colleghi e pazienti per lunghi periodi di tempo e a far fronte costantemente a situazioni di dolore, sofferenza e morte. Tra le cause legate al burnout, Freudenberger individua principalmente la pressione sul proprio luogo di lavoro.

Oggi il burnout continua a colpire il personale sanitario, dove la pressione è stata esacerbata anche a causa del carico di stress cui questi lavoratori sono stati sottoposti durante la pandemia, e che non è ancora terminato.

In realtà il burnout è un fenomeno molto più esteso di come era stato inizialmente definito tanto da essere stato riconosciuto, nel maggio del 2019, come vera e propria Sindrome poi inserita nell’elenco delle patologie dell’International Classification of Disease (ICD).

La sindrome da Burnout colpisce in particolar modo il mondo della scuola: insegnanti e studenti ne sono entrambi vittime. Una ricerca del 2016, effettuata dall’Osservatorio nazionale adolescenza su un campione di 1700 studenti di scuole superiori, ha mostrato come l’85 per cento di questi abbia ammesso di essere nervoso al pensiero di rivedere professori e compagni, il 61 per cento abbia sostenuto di non dormire bene la notte e il 56 per cento di soffrire di stanchezza e dolori.

Anche tra gli studenti universitari il burnout è un fenomeno molto diffuso; negli ultimi anni, lo psicologo Wilmar B. Schaufeli, insieme al suo gruppo di ricerca, ha apportato delle modifiche al tradizionale questionario Maslach Burnout Inventory (MBI) per cercare di validare un test che potesse misurare la sindrome da Burnout negli studenti universitari.

Nel 2007 Juliana Inhauser Riceti Acioli Barbozza e Ruth Beresin, con il loro studio Burnout syndrome in nursing undergraduate students hanno indagato i livelli di burnout in 102 studenti della Facoltà di infermieristica di un’università brasiliana, dimostrando che il 76 per cento di questi riporterebbe alti livelli di riduzione nella realizzazione professionale, il 26,46 per cento livelli di esaurimento emotivo e il 29,40 per cento problemi di depersonalizzazione.

Questi dati mostrano quanto il fenomeno in questione sia estremamente diffuso tra i giovani e causa, in molti casi, di abbandono degli studi.

Per ora non c’è luce in fondo al tunnel.

Infatti, nonostante la salute mentale sia importante tanto quanto quella fisica, sono ancora molti i pregiudizi e lo stigma sociale ad essa legati.

La Commissione sulla salute mentale globale e lo sviluppo sostenibile della rivista medica e accademica The Lancet ha raccolto prove ed esperienze sull’impatto che lo stigma e i pregiudizi hanno nei confronti delle persone con problemi di salute mentale, per le quali esisterebbe un doppio pericolo: l’impatto del problema di salute e le gravi conseguenze dello stigma, che in molti casi risultano essere anche peggiori del problema stesso.

La società e la politica esasperano la situazione, legittimando lo stigma sociale e non affrontando il problema con la giusta importanza che sarebbe richiesta. Secondo The Lancet, le risorse economiche che dovrebbero essere destinate al sostegno psicoterapeutico dei cittadini dovrebbero infatti rappresentare, nei Paesi ad alto reddito come l’Italia, almeno il 10 per cento del bilancio sanitario totale mentre ad oggi nel nostro Paese non sono raggiunti neanche i livelli minimi di finanziamento previsti per i Paesi a basso-medio reddito (5 per cento).

Lo scarso interesse che la salute mentale suscita nella politica italiana è stato testimoniato perfettamente durante l’ultima campagna elettorale per le elezioni del 25 settembre. Nei programmi dei partiti di destra, e attuali partiti di maggioranza, la questione non è stata neanche affrontata, se non nel caso della Lega, ma soltanto con qualche accenno, non supportato da un’analisi effettiva delle risorse da distinare alla causa. Nei programmi dei partiti di centro e di sinistra il tema della salute mentale era sempre presente ma senza una visione complessiva del problema.

La salute mentale è infatti ancora considerata, dalla politica così come dalla società, una colpa individuale e non una questione sanitaria nazionale che dovrebbe avere pari dignità e necessità di essere affrontata rispetto ad un qualsiasi altro problema di salute fisica.

Siamo in una società che ci vuole performanti a tutti i costi e in cui non è permesso fallire. Ci troviamo in un tempo e in un luogo in cui bisogna sempre mostrarsi felice e sorridente, raggiungere tutte le tappe nel tempo e nel modo che è stato designato come adeguato e in cui non c’è difficoltà che non possa essere affrontata. Addirittura la malattia viene spesso  vista e descritta come una battaglia da affrontare o un nemico da distruggere: chi guarisce è un eroe e chi non riesce a farlo, o a farlo velocemente, diventa un perdente, responsabile della propria sconfitta e del proprio fallimento.

Ma avere delle fragilità e mostrarle non dovrebbe rappresentare un problema; la malattia, fisica o mentale che sia, non è una colpa o un dono ma una condizione dell’organismo che deve essere affrontata, in maniera scientifica, con il supporto emotivo della società e con il sostegno economico e strutturale della politica e del governo, nei tempi e nei modi che la persona ritiene più adeguati per sé.

E sarebbe bello se imparassimo tutti l’importanza che hanno i nostri cocci, come scrive  la poeta Mariangela Gualtieri in L’Incanto fonico:

Dove tutto è rotto spaccato, poesia diventa esperta di alto rammendo. Di saldamento. Di aggancio. I cocci di questo tempo chiedono anch’essi d’essere amati – ricomposti ricompattati. Corpi sepolti in fossa comune, ricomporli arto con arto con teschio con tibia con ulna con radio con falangi delicate di più minuscolo dito.

Condividi questo articolo!

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *