poverta-colpa-individuale-o-responsabilita-collettiva

La povertà è una colpa individuale o una responsabilità collettiva?

Copertina: Ilaria Barracca

Duemila anni fa, nell’impero romano, le maggiori fortune private equivalevano a circa 1,5 milioni di volte il reddito annuo pro capite medio, all’incirca lo stesso rapporto che intercorre oggi tra il reddito di Bill Gates e quello di un americano medio. 

A metà del 2018 il 20 per cento più ricco degli italiani possedeva circa il 72 per cento della ricchezza nazionale. E nelle mani del 5 per cento più ricco c’era la stessa quota di ricchezza del 90 per cento più povero. La situazione è peggiorata negli ultimi anni, prima a causa della pandemia da Covid-19, poi della guerra e della crisi energetica.

Durante i primi due anni di pandemia, a fronte di oltre un milione di individui diventati poveri assoluti, 13 persone sono diventate miliardarie. Ad oggi, i 35 miliardari italiani più ricchi possiedono l’equivalente della ricchezza netta del 30 per cento dei 18 milioni di italiani più poveri. Secondo i recenti rapporti di Oxfam sulla disuguaglianza economica sappiamo che in Italia una persona su quattro è a rischio povertà.

Dai dati Istat, riportati anche nel Rapporto 2022 su povertà ed esclusione sociale in Italia redatto dalla Caritas, si evince che siano 5,6 milioni i poveri assoluti in Italia, di cui 1,4 milioni di bambini.

Ma cos’è la povertà assoluta?

Il concetto di povertà assoluta è diverso da quello di povertà estrema; tutti coloro che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile sono poveri assoluti. Se non riesci a pagare una bolletta o non puoi far fronte ad una spesa imprevista, anche di qualche centinaio di euro, sei un soggetto a rischio povertà.

Un italiano su tre, secondo i dati raccolti da Consob, avrebbe dichiarato di non essere in grado di sostenere una spesa imprevista di mille euro. Il 47 per cento degli intervistati dice di aver contratto un debito durante il 2020.

Davanti a questi dati la povertà si configura come un fenomeno più diffuso di quello che penseremmo che fosse eppure non ne parliamo mai abbastanza, come mai?

Secondo la sociologa Stephanie Lawler le società occidentali stereotipano le classi popolari confinandole ad un’alterità di corpo sgradevole. I poveri vengono spesso associati alla mancanza di gusto, di capacità e ad individui dall’apparenza sgradevole. Crediamo che la povertà sia un fenomeno limitato “alle periferie” della nostra società e facciamo fatica ad empatizzare con chi questo fenomeno lo subisce tutti i giorni.

In una società che premia continuamente il merito e non lo considera frutto, non solo dell’impegno personale ma soprattutto delle condizioni sociali, economiche, culturali e familiari di partenza, la povertà viene vista come una colpa del singolo piuttosto che come un sopruso sistematico che il nostro sistema economico e sociale mette in atto nei confronti di chi ha di meno.

Se sei povero, è perché hai sbagliato qualcosa. Forse sei pigro, o ignorante o non ti sei impegnato abbastanza ed è per questo che non meriti una condizione di vita migliore di quella che hai. Ed è così che diventa colpevole il soggetto che subisce la povertà e non il contesto che l’ha generata.

Contro la stigmatizzazione della povertà

La povertà è un fenomeno multidimensionale al quale contribuiscono non solo fattori economici ma anche sociali, culturali e politici. Ne esistono diverse forme che spesso si mescolano tra loro.

La povertà è innanzitutto una questione ereditaria che dipende molto dalla famiglia di provenienza e dal contesto in cui si nasce e si cresce. Caritas Italia ha condotto il primo studio nazionale su un campione rappresentativo di beneficiari Caritas al fine di quantificare le situazioni di povertà ereditaria nel nostro Paese. I casi di povertà intergenerazionale sono il 59 per cento, con un picco del 65,9 per cento nelle Isole. Circa un figlio su cinque ha mantenuto la stessa posizione occupazionale del padre mentre il 42,8 per cento ha avuto addirittura una mobilità discendente in termini di qualifica professionale e inquadramento contrattuale e retributivo ottenuto. 

Dunque, si ha una maggiore probabilità di essere a rischio di povertà se anche il proprio padre lo era.

Oltre ai fattori lavorativi ed economici ereditati dalla propria famiglia, un ruolo fondamentale gioca il livello di istruzione. Le persone che vivono oggi in una condizione di povertà, nate tra il 1966 e il 1986, provengono per lo più da nuclei familiari con bassi titoli di studio e, in alcuni casi, senza qualifiche o addirittura analfabeti. E sono proprio i figli delle persone meno istruite ad interrompere gli studi, fermandosi alla terza media o, in alcuni casi, alla licenza elementare.

Non avere l’opportunità di studiare ci pone in una situazione di fragilità economica ed appare assurdo che l’attuale Ministro dell’Istruzione e del Merito abbia proposto di revocare il Reddito di cittadinanza, una misura di contrasto alla povertà, proprio a chi non ha terminato la scuola dell’obbligo ed è dunque più a rischio di fragilità economica.

Questa idea si basa infatti sul pregiudizio che l’abbandono scolastico sia una colpa individuale: chi non ha studiato è il solo responsabile della propria situazione economica e pertanto merita di vivere in una condizione di miseria. Secondo alcuni ricercatori come Toon Kuppens e Chiara Volpato, il pregiudizio nei confronti di coloro che possiedono uno scarso livello di istruzione può essere definito educazionismo e rappresenta la forma di discriminazione più diffusa tra chi possiede una laurea.

Eppure, ancora una volta, gli studi sociali dimostrano che il percorso scolastico che intraprendiamo e gli obiettivi che riusciamo a raggiungere non dipendono soltanto dalla nostra volontà e determinazione ma da tutto il capitale che abbiamo accumulato durante il corso della nostra esistenza: condizione socioeconomica di partenza, reddito, appartenenza di classe, situazione familiare, educazione personale. Quanti di voi, nella scelta del proprio percorso scolastico, sono stati influenzati soltanto dalla volontà personale?

Un Ministro dell’Istruzione dovrebbe considerare l’abbandono scolastico come una piaga sociale che colpisce soprattutto i più fragili e non come una colpa individuale. Un ministro del Merito dovrebbe capire che nessuno merita di essere lasciato indietro e dovrebbe agire di conseguenza.

La povertà economica genera povertà vitale 

Dagli studi sociali e dall’ultimo report condotto da Caritas emerge che alla povertà economica ed educativa si aggiungono altri fattori che aumentano ancora di più il senso di esclusione sociale che i più fragili devono affrontare.

La dimensione psicologica gioca infatti un ruolo fondamentale nella trasmissione della povertà; la fragilità economica, unita al pregiudizio tipico della nostra società che colpevolizza il povero, marcandolo come colui che non si è impegnato abbastanza e che rappresenta l’anello debole della catena-società, induce, in chi possiede meno, bassa autostima, sfiducia, mancanza di speranza e progettualità. Questo non fa altro che produrre esclusione sociale trasformando la povertà da iniziale difficoltà materiale a vero e proprio fardello psicologico e sociale.

Dal progetto biennale 2019-2021 Tapas in Aging: Time and Places and Spaces in Aging coordinato dall’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano si evince come salute, qualità della vita e benessere bio-psico-sociale dipendano strettamente dalla presenza di una solida rete di contatti. E allo stesso tempo dimostrano quanto i fattori ambientali in cui si vive siano importanti per il benessere della persona. Chi ha una rete solida di relazioni riesce a gestire più efficacemente ogni situazione e ad avere condizioni di salute migliori.

Alla luce di questa ricerca appare chiaro come l’esclusione dalla società aumenti lo stress di chi la subisce, con un rischio di danni alla salute fisica e psichica che gravano poi su tutto il sistema sanitario e sociale nazionale.

Avere un lavoro è un buon antidoto contro la povertà? 

Le misure di sostegno che sono state messe in campo negli ultimi anni ed in particolar modo il Reddito di Cittadinanza hanno avuto l’idea di coniugare misure di contrasto alla povertà con politiche attive del lavoro. 

Se da un lato è innegabile che il RdC abbia attenuato l’incidenza della povertà nelle famiglie italiane e abbia allontanato, almeno momentaneamente, il pericolo di una crisi sociale, dall’altro la misura è risultata inefficace e inadeguata a permettere di reinserire effettivamente persone nel mondo del lavoro. Ed è proprio questa la critica maggiore che viene fatta dagli scettici del RdC.

Come mai è successo questo: in Italia non c’è sufficiente lavoro per tutti? Come può coesistere la richiesta, non soddisfatta, di manodopera degli imprenditori del Nord con il crescente tasso di disoccupazione giovanile che nel 2022 è arrivato a sfiorare il 24 per cento? Perchè una persona non dovrebbe accettare un posto di lavoro con regolare contratto preferendo un sussidio statale e un lavoro in nero? Non sono domande retoriche, sono domande che mi faccio e che probabilmente dovremmo farci tutti per cercare di guardare il problema in maniera pragmatica, senza farci deviare dalla propaganda e dalla retorica dell’uno o dell’altro ramo del Parlamento.

Il problema forse è a monte, e riguarda l’errata idea che abbiamo che basti avere un lavoro per eliminare una condizione di povertà. 

La povertà è un fenomeno multidimensionale che non può essere risolto soltanto accettando una proposta di lavoro. A volte non puoi accettare un lavoro perchè sai che non avrai comunque soldi sufficienti ad arrivare alla fine del mese e allora preferisci avere un’entrata sicura (RdC) e arrotondare con un lavoretto in nero. È giusto? No. Ma chiediamoci come risolvere il problema. E per risolverlo dovremmo prima chiederci il perché esista.

La risposta è presto data: non tutti i lavoratori hanno gli stessi diritti e i dati lo confermano.

In Italia infatti un lavoratore su dieci è un working poor, una persona che nonostante lavori ogni giorno non riesce lo stesso a far fronte alle spese minime per condurre una vita dignitosa. Il tasso di lavoratori poveri presente in Italia è tra i più alti in Europa.

Negli ultimi venti/venticinque anni, a causa della moltiplicazione settoriale dei contratti di lavoro (che ad oggi sono diverse centinaia), migliaia di lavoratori si sono ritrovati al di fuori di rapporti di lavoro regolati da contratti nazionali e sottoscritti da organizzazioni sindacali, e dunque anche privi di uno stipendio minimo e di diritti necessari a permettere loro una vita dignitosa. A questo si aggiunge che, dei 992 Ccnl vigenti, il 59 per cento risulta essere scaduto (dati CNEL 2020).

Questo ha determinato l’allargarsi del fenomeno del lavoro povero che negli ultimi anni è aumentato di più del 500 per cento.

Avere un lavoro non è quindi sempre sinonimo di avere una stabilità economica, di poter comprare casa, formare una famiglia o condurre un tenore di vita dignitoso. 

Guadagnare 5 euro l’ora, o anche meno, è immorale in un Paese che si identifica come sviluppato. Il 30 novembre scorso la Camera dei deputati ha votato cinque mozioni. Tra queste, quattro sono state presentate dai partiti di minoranza, e dedicate all’introduzione del cosiddetto salario minimo, ossia una soglia di retribuzione oraria, intorno ai  9 euro, sotto la quale un datore di lavoro non potrebbe andare per legge. La quinta mozione, e anche l’unica che è passata, è stata presentata dai partiti di maggioranza e ha chiesto al governo di impegnarsi a raggiungere l’obiettivo della tutela dei diritti dei lavoratori, non con l’introduzione del salario minimo ma con altre proposte.

In poche parole, la destra ha affossato il salario minimo e abbiamo perso l’ennesima occasione per delegittimare condizioni di sfruttamento di cui tutti siamo testimoni indifferenti. D’altro canto, le forze politiche che oggi propongono il salario minimo, hanno tutte governato negli ultimi dieci/quindici anni senza mai trasformare le loro intenzioni politiche in manovre effettive.

È comprensibile quindi che molti lavoratori siano stanchi e sfiduciati della poca credibilità che alcuni esponenti politici hanno dimostrato negli ultimi anni.

Inoltre, non si può parlare di salario minimo senza considerare la grandissima responsabilità che avrebbero i datori di lavoro in un contesto, come quello italiano, in cui il settore produttivo è formato, per la maggior parte, da medie, piccole e piccolissime imprese che, trovandosi ad affrontare da sole l’aumento dei costi, rischierebbero di chiudere. Queste imprese non possono essere lasciate sole.

Soluzioni: responsabilizziamo politica e società

La politica dovrebbe smetterla di guardare il sistema lavoro italiano come se fosse costituito da tasselli non comunicanti tra loro e dovrebbe invece avere il coraggio di esaminare complessivamente la situazione, partendo dall’ascolto di chi le ingiustizie le subisce tutti i giorni.

Per quanto riguarda invece quello che ciascuno di noi può fare nel suo piccolo, una grande responsabilità sarebbe riuscire a non cadere più nella trappola della solidarietà negativa.

Questo concetto è stato definito per primo dal filosofo Alex Williams e riportato poi dal giornalista  Alessandro Sahebi il quale afferma infatti che, la creazione, all’interno della nostra società, di una divisione netta tra parassita (chi percepisce un sussidio statale o non ha un lavoro) e lavoratore ha uno scopo preciso: convincere quest’ultimo che le contraddizioni del mondo del lavoro, lo sfruttamento, l’ansia e lo stress siano un prezzo giusto da pagare per partecipare alla vita in società. 

Questo spingerebbe chi lavora a non cercare di migliorare la propria condizione ma a ritenere giusto che tutti debbano soffrire in un’asta a ribasso di dignità e diritti.

Il lavoro è un diritto e i diritti del lavoratore non dovrebbero più essere soltanto privilegio di pochi. Essere poveri non è una colpa ma una responsabilità collettiva di cui tutti dovremmo farci carico.

La povertà materiale impedisce la partecipazione, di chi la subisce, alla vita politica e sociale perché non se ne hanno le risorse materiali o culturali o perché ci si sente o si viene fatti sentire inadeguati.

La povertà genera quindi iniquità, assenza di giustizia sociale e vuoti di rappresentanza e democrazia. E questa è una questione che dovremmo, prima o poi, affrontare.

Condividi questo articolo!

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *