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La meritocrazia, una conquista o una trappola?

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La difficile arte di essere meritevoli in Italia, tra mobilità sociale bloccata e privilegi legittimati.

Nel 2004 a due gruppi di bambini indiani viene chiesto di risolvere alcuni quesiti matematici; al secondo gruppo di partecipanti viene imposto, prima dell’inizio del test, di dichiarare ad alta voce la casta sociale di appartenenza. Mentre nel primo gruppo i risultati del test non differiscono a seconda delle caste, nel secondo gruppo, quello in cui l’appartenenza sociale dei partecipanti viene evidenziata, le prestazioni dei bambini delle caste più basse seguono un netto peggioramento.

Cos’è la tassa della mente?

Numerosi esperimenti hanno dimostrato che in coloro che possiedono di meno, la fiducia nelle proprie prestazioni e nelle proprie capacità è condizionata negativamente per tutto il corso della vita. Sandhil Mullainathan e Eldar Shafir definiscono il concetto di tassa della mente, una “tassa” teorica, dovuta alla povertà, che chi ha di meno paga vedendo diminuita la propria produttività. I due ricercatori e scienziati comportamentali spiegano infatti nel loro libro “Scarcity, perchè avere poco significa tanto” come la scarsità, ovvero l’avere meno di ciò che pensiamo ci occorra, imprigioni la mente, che viene così sequestrata dai bisogni insoddisfatti. La scarsità influenza la nostra visione del mondo ma anche la capacità di interpretare le situazioni, il processo di problem solving, la pianificazione di azioni future e l’inibizione di reazioni impulsive. In poche parole, la sensazione di scarsità definisce chi siamo e influisce sulle nostre prestazioni, e dunque su cosa possiamo diventare e sugli obiettivi che possiamo raggiungere. Ecco spiegato il peggioramento delle prestazioni dei bambini indiani, una volta dichiarata quale fosse la loro casta di appartenenza. 

Il 21 ottobre scorso Giorgia Meloni accettava senza riserva l’incarico di Presidente del Consiglio e annunciava i nomi dei suoi ministri e delle sue ministre e con questi anche i relativi ministeri; tra essi il nuovo Ministero dell’Istruzione, ridenominato in Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Ma cos’è il merito?

Secondo il sociologo e attivista britannico Michael Young il merito è l’esercizio dell’intelligenza dove per intelligenza si intende la capacità di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente. Questa misura è il criterio con cui la società giudica i suoi membri, misurando, comparando e premiando continuamente il merito. 

Accostando l’istruzione al merito si avalla però l’idea secondo la quale i bambini ed i ragazzi dovrebbero essere fin da subito al lavoro per aumentare la propria produttività. 

E così la scuola, che dovrebbe essere il luogo in cui l’individuo si scopre e si definisce in quanto tale, lo spazio in cui interagire con gli altri per scoprire il mondo circostante e riscoprire se stessi, il posto sicuro in cui non aver paura di essere sé, imparando a coltivare i propri talenti e scoprendo che nessuno può eccellere in tutto ma ognuno può essere bravo in qualcosa, diventa un’azienda in cui la produttività è il perno e obiettivo principale. Premiare i più produttivi, punire i peggiori, dimenticando il senso dell’Istituzione Scuola.

Perché la meritocrazia è una trappola?

Si potrebbe pensare che non ci sia nulla di sbagliato nel premiare i più intelligenti o coloro che si impegnano di più e che quindi “meritano” di raggiungere obiettivi e posizioni che altri, meno capaci, non riescono a raggiungere, se non fosse che, nella riuscita personale di ciascuno, assume una sempre minor importanza la propensione dei singoli all’impegno e al sacrificio, mentre un maggior ruolo è dato dalle condizioni economiche, culturali e sociali di provenienza di quell’individuo.

Come affermato da  Andrea Colamedici della casa editrice Tlon, “non è corretto sfruttare il merito come strumento per creare una voragine tra chi riesce e chi non riesce, tra chi è dotato e chi non lo è, tra chi ce la fa e chi non ce la fa”  fingendo di non sapere che dietro il raggiungimento di un obiettivo non c’è soltanto l’impegno personale.

“La meritocrazia produce disparità economica e crea enormi distanze sociali tra i cittadini”, e molte volte è il metodo utilizzato per garantire e conservare il potere di chi già lo possiede.

Chi detiene il potere in Italia?

Con il termine ascensore sociale si intende il passaggio di un individuo o di un gruppo di individui da uno status sociale ad un altro, e dunque la possibilità che hanno i figli di genitori poco istruiti e con un reddito più basso di scalare la piramide sociale e arrivare a ricoprire incarichi più importanti e meglio remunerati. Se queste possibilità sono scarse allora l’ascensore sociale è bloccato: chi ha di più continua ad avere di più e a rivestire posizioni più prestigiose mentre i figli delle famiglie più disagiate non hanno possibilità di crescita né nella società né in campo lavorativo.

Secondo uno studio di Banca d’Italia, c’è una correlazione tra la ricchezza dei figli e quella dei propri genitori e, dal 1993 ad oggi, tale correlazione è aumentata notevolmente. Ha sempre meno importanza l’impegno personale che metti nel raggiungimento del tuo obiettivo mentre ha sempre più rilievo quanto hanno studiato o quanto guadagnano i tuoi genitori.

Secondo il Global Social Mobility Report del World Economic Forum, l’Italia è il Paese europeo con la mobilità sociale più bassa: la percentuale più ricca e minoritaria della popolazione gode di benefici maggiori in termini di servizi e opportunità e quindi ha la possibilità di migliorare la propria situazione economica, di vedere accrescere la propria ricchezza e di accedere a posizioni apicali nel settore privato, pubblico ed istituzionale, mentre chi nasce povero ha più del 50% di possibilità di rimanerci per tutto il resto della propria vita.

Uno studio dell’OCSE diffuso nel 2018 mette in evidenza come in Italia siano necessarie almeno 5 generazioni affinché un bambino o una bambina nati in una famiglia a basso reddito possano raggiungere un reddito medio, in linea con quello dei loro coetanei che vivono in Paesi più industrializzati.

Ma come si diventa meritevoli?

Se da una parte la società italiana consente a tutti, almeno a livello teorico, di impegnarsi e di competere per migliorare la propria condizione economica e il proprio status sociale, dall’altra c’è una grandissimo gap tra quelle che sono le possibilità formali e quelle che sono le possibilità effettive di ciascuno. 

Per raggiungere un obiettivo non sono sufficienti l’impegno, la fatica e la determinazione personale del singolo, ma incidono notevolmente le condizioni economiche, culturali e sociali di partenza. E purtroppo, non tutti partiamo dallo stesso punto.

Avete mai pensato a quanto influiscono su di noi, su quello che siamo e su cosa conosciamo, l’ambiente che ci circonda, il contesto in cui siamo nati e cresciuti, la nostra situazione economica, la nostra famiglia, le scuole che abbiamo frequentato, i libri che abbiamo letto?

Tutto quello che abbiamo fatto, visto e ascoltato fino a questo momento ha contribuito a determinare quello che siamo e a costruire il nostro capitale simbolico, ovvero una serie di proprietà non materiali che abbiamo acquisito durante il corso della nostra vita e che ci accompagneranno per sempre: percorso scolastico, istruzione domestica, contatti sociali, opportunità culturali, ecc. E sarà proprio il capitale simbolico a determinare, per la maggior parte, quello che diventeremo.

Ero in secondo superiore quando, durante una lezione di italiano, la professoressa espresse un concetto che è rimasto scolpito dentro di me per sempre. Ci disse che non eravamo tutti uguali, che non tutti avremmo avuto il privilegio di sognare e di lottare per realizzare i nostri sogni e a volte, anche lottando ed impegnandoci, non tutti ce l’avremmo fatta a realizzarli. Mi ricordo che alcuni miei compagni si arrabbiarono tantissimo, io rimasi spiazzata ma in fondo quella fu la prima volta che qualcuno ci metteva la verità davanti agli occhi.

Oggi, otto anni dopo, con una maturità classica e una laurea in medicina in corso, mi rendo conto di quanto la professoressa di italiano avesse ragione. Io stessa mi trovo in una situazione di privilegio rispetto a tanti altri miei coetanei e sono riuscita ad ottenere sempre quello che desideravo, sicuramente per il mio impegno e per la mia determinazione, ma non soltanto. Il mio “merito” non è il frutto del mio solo impegno. Il mio “merito” è frutto anche del mio privilegio. Ed è per questo che quando ho sentito la nuova denominazione del Ministero in “dell’Istruzione e del Merito” sono inorridita.  

Perchè se è impossibile andare a colmare tutte le differenze economiche, sociali e culturali che ci dividono, almeno si dovrebbe evitare di spacciare per “merito” quello che è anche frutto di condizioni di privilegio. A volte si raggiungono gli obiettivi prefissati, a volte no. Talvolta ci metti soltanto più tempo. Questo non significa che vali meno. Questo non significa che “meriti” di meno.

É giusto impegnarsi, è sacrosanto fare sacrifici, non è vero, a mio avviso, che uno vale uno, ma a volte l’impegno non è sufficiente. A volte non basta “darsi da fare”. A volte non ce la fai lo stesso, anche se credi in te stesso. E non dipende da te.

Il compito di uno Stato non dovrebbe essere quello di legittimare condizioni di privilegio, spacciandole per merito. La scuola non dovrebbe diventare il sistema in cui le classi dominanti cercano di replicare le gerarchie di potere. 

Il compito di tutti dovrebbe essere quello di colmare il divario tra ricchi e poveri, andando a costruire un tessuto sociale inclusivo in cui possa crescere il benessere collettivo e fiorire il capitale simbolico di ciascuno. In una società civile e democratica, quale è quella italiana, chi ha di più deve aiutare chi ha di meno, chi sa di più deve mettere le proprie conoscenze a disposizione di tutti gli altri. La giustizia sociale è un obiettivo collettivo che non può essere raggiunto individualmente. E il raggiungimento di essa gioverebbe non solo a chi ha di meno, ma anche a tutti gli altri. 

Faccio soltanto un esempio: secondo il World Economic Forum, una crescita della mobilità sociale del 10% favorirebbe un aumento del PIL del 5% in 10 anni.

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