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La fornace dei peccatori 

Illustrazione: Luca Macerata

Do you wanna be in Hell with me? 

“Do you wanna be in Hell with me?” Frase che compone una strofa della canzone Pennsylvania Furnace, primo singolo estratto dal quarto e ultimo album di Lingua Ignota, Sinner get ready. Ultimo perché di recente, Kristin Hayter, ha annunciato sui propri canali social la fine del progetto, in quanto ritiene che l’apice artistico è stato ormai raggiunto e ha manifestato l’intenzione di iniziarne altri, per non rimanere ancorata a quel passato che, attraverso i traumi e la sofferenza, le ha permesso di dare vita a Lingua Ignota. 

Dunque, “Do you wanna be in Hell with me?”, domanda emblematica perché Sinner get ready  è un processo infernale, così come lo era il precedente Caligula e in qualche modo questo album ne è la sua continuazione. 

È praticamente impossibile parlare di Sinner get ready senza citare Caligula, dove se ne è parlato nell’articolo precedente. Infatti questi due Full-length sono in continua contrapposizione e giustapposizione. Se Caligula non era altro che un urlo blasfemo di rabbia e dolore, dove la figura del Diavolo in persona era centrale, contornato da una sperimentazione musicale che prendeva a piene mani dalla musica sacra e barocca, Sinner get ready è un’opera in qualche modo più contenuta, ma ciò non significa meno sperimentale e articolata. Qui la principale fonte di ispirazione è l’atmosfera bigotta e ultra-cristiana degli Stati Uniti, non solo di quella parte rurale come si può pensare a primo impatto, ma di tutta la nazione, che ha un tipo di morale radicato dentro da secoli, confluendo poi nella visione patriarcale delle cose. 

Il cristianesimo trasformato in merce dai predicatori televisivi, pronti ad assolvere chiunque paghi. Figure che non fanno altro che puntare il dito e predicare, metafora dell’uomo di potere, che rende vittima e oppressa la donna (da ricordare che la prospettiva di Hayter è estremamente femminista e legata alle violenze di genere subite negli anni) in una sovrastruttura gerarchica. 

Ovviamente l’esoterismo permea ancora una volta tutto l’album. Ora però è proprio la presenza di Dio fondamentale e pesante. Un Dio malsano e crudele, che trova appagamento nella violenza degli uomini. Dunque Dio non è altro che generato dagli uomini stessi come simbolo di dominio e oppressione. Non a caso sono le parole dei predicatori televisivi a fare da intermezzo nelle canzoni, parole dure ed esaltate, che riassumono la filosofia alla base di questo album. 

Musicalmente Sinner get ready si ispira ancora una volta alla musica di stampo religiosa, ma non a quella ecclesiastica e di derivazione europea come in Caligula, bensì alle canzoni della tradizione popolare americana, Spiritual e Folk, fondendole con i suoi soliti inserti elettronici, come Dark Ambient, Industrial e Drone. Creando un gospel maledetto, infernale e come ormai noto quando si parla di Lingua Ignota, inquietante.

E il senso di inquietudine aumenta se si pensa che l’album non solo è stato concepito durante il lockdown per la pandemia da Covid-19, ma Kristin Hayter era in fase di ripresa per via di un’operazione spinale, necessaria dopo una lesione legata a un terribile atto di violenza sessuale, perpetuato dal suo ex compagno. Quindi il dolore che si espande a macchia d’olio canzone dopo canzone è autentico; colpisce ripetutamente l’ascoltatore ed è giusto così. Perché assorbendo una minima percentuale di quel dolore possiamo, quantomeno, comprendere cos’è la violenza di genere e quale è la condizione nella quale riversa la donna, anche in quell’occidente che noi riteniamo avanzato e civilizzato. 

Ora non ci resta che sperare che Kristin Hayter, dopo l’ultimo tour con Lingua Ignota, possa dedicarsi a nuovi progetti, tagliando, per quanto possibile, i legami con quel passato oscuro fatto di abusi e prevaricazioni.

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