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La casa delle paure

Illustrazione: Giorgia Liuzzo

“Hausu”

La paura, il sentimento capace di governare ogni azione possibile e decifrabile, quella sensazione impetuosa che si fa strada tra i nostri corpi e ci colpisce con un brivido o un tremolio silenziosi. Non si può vivere senza di essa e non è possibile ammaestrarla, riesce a farsi largo tra i più eroici cuori e lacera ogni scudo si erga. Per questo rimane, ancora oggi, una delle emozioni più forti, in grado di rilasciare una scarica di adrenalina invidiabile.

Forse è per tale motivo che i film horror rimangono i più gettonati, tra i numerosi generi ormai esistenti. Riescono tramite una trama, complessa o semplice che sia, a diffondere una percezione distorta della realtà. Riescono a confondere lo spettatore e spaventarlo, nonostante sappia di non essere effettivamente in pericolo. Un potere assai prestigioso per essere padroneggiato magistralmente da qualsiasi regista ne voglia usufruire. 

Questo è il caso della pellicola di cui parleremo oggi: “Hausu” o semplicemente “House”, del 1977. Di genere commedia horror, segna il debutto cinematografico di Nobuhiko Obayashi alla regia di un lungometraggio, oltre ai numerosi spot diretti sempre da lui, tra cui la serie per la cologne Mansom. La similitudine con il termine iniziale viene dettata dalla particolarità della trama, che trova le sue radici dalle paure della stessa figlia del regista. 

Quando venne chiesto a Obayashi di creare una copia dello “Squalo”, decise di domandare il più grande timore di sua figlia e da questa idea nacque Hausu. Film fantasy grottesco, tra i nomi di punta del cinema sperimentale giapponese degli anni Settanta, racconta le vacanze estive di una giovane studentessa e delle sue amiche, presso la casa della zia materna. La ragazza, il cui nome è Oshare, disturbata dalla nuova compagna dell’ormai vedovo padre, si rifugia in una dimora piena di segreti e terribili misteri. 

Nonostante la flebile trama, il film risulta un’esplosione di innovazioni, una ruota colma di sperimentazioni sempre amate dal regista. Le atmosfere azzardate, inventive e quasi trash, lo rendono il più famoso tra le pellicole da lui girate e ovviamente segna un clamoroso e folle esempio di horror avant-pop. La paura è portata ai limiti dell’immaginazione umana e viene resa tramite un apporto visivo non indifferente, guidando lo spettatore in uno stato di totale confusione e sbigottimento. 

Lo stile stravagante segue anche il soggetto principale dell’intera opera: la casa. Sicuramente uno dei protagonisti più amati del genere horror, basti pensare alla famosa collana cinematografica “The Evil Dead” o uno dei grandi classici del cinema italiano “La casa dalle finestre che ridono”. Che sia di contorno o solo un escamotage del titolo, la casa rimane uno dei luoghi più frequenti e citati. Un dimora nel quale sentirsi a proprio agio e al sicuro, diventa l’incubo peggiore dal quale fuggire il più velocemente possibile. 

La casa della zia diviene la nemesi di Oshare e delle sue amiche, ignare che anche la dolce signora nasconda oscuri segreti mai rivelati. Una fusione delle due personalità riesce a diffondere terrore nelle giovani e a segnare la loro fugace fine, in modi che nessuno potrebbe mai immaginare. La dimora diventa quindi una prigione dal quale fuggire, un posto malvagio vivo e quasi senziente, che non permette errori.  

Hausu risulta del tutto innovativo e irreale, con tematiche particolari e a volte sconnesse tra di loro  ma che riconducono ad un genere di cambiamento e innovazione. Sicuramente da vedere una volta nella vita, in compagnia di amici o da soli, con una mentalità aperta e libera da ogni pregiudizio.

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