Illustrazione: Gaia Spagnoli

La trilogia del colore di Kieślowski 

Tramite la sua trilogia (Film blu, Film bianco e Film Rosso) Krzysztof Kieślowski sembra volerci dire come nel nostro compito di stare al mondo è possibile non essere soli, anche in mancanza di una promessa di felicità. Compie ciò attingendo, con parsimonia, alla fatua fiamma del benessere, la quale prende vita nei nostri cuori di spettatori nel momento in cui vediamo gli spiriti dei protagonisti unirsi sullo schermo, nel segno della comunanza che li unisce nel dolore e nella difficoltà caratteristici dell’atto di vivere.

Vivere

Si tratta proprio di questo di cui Kieślowski si occupa: l’atto di vivere. Stare al mondo sembra essere una lunga e “silenziosa” messa in scena, animata da pochi suoni, note musicali e altre volte da frastornanti cori irrequieti e presenze indesiderate. Perché ciò che noi osserviamo innanzitutto è la concretezza materiale della vita, della quotidianità, del quotidiano e degli oggetti quotidiani e richiede quindi attenzione (da parte di chi guarda) nel saper scegliere se stiamo vedendo qualcosa che potrebbe realmente accadere o qualcosa che il regista ha voluto inserire secondo un proprio pensiero, intrusivo nel fluire costante dell’esistenza.

Ma forse persino questa domanda è sbagliata. Perché accostando questi tre film alle nostre vite, e poi paragonando, anche uno ad uno se fosse necessario, tutti gli eventi che accadono su schermo tra di loro, iniziamo a confondere il tutto. Ogni cosa, ogni momento sembra diventare puramente un movimento, un fatto, una constatazione dell’accaduto e nulla più. Scorriamo con i nostri occhi le pagine delle vite che ci vengono proposte come esempi, senza mai poterci fermare a dire: ecco, guarda cosa sta facendo!

Le cause e le conseguenze delle azioni scritte e narrate giungono ogni volta inattese e diverse, quindi naturali (spontanee), di una naturalezza credo mai raggiunta in altra opera. Una volta arrivati alla conclusione pare ovvio che tutto dovesse andare in quel modo, non si palesa rammarico o giudizio nella mente di chi pensa, non c’è emozione forte, che non sia fascino estetico e compassione, che riesca a fondarsi nei cuori di noi spettatori.

Agape

Il conflitto tra il mondo e le singole esistenze, insieme viste come concrete e spirituali, sembra divampare e assorbire le vite dei personaggi. Allora nella trilogia del colore compare un mezzo attraverso il quale poter vincere questo scontro. Si tratta di quell’agape, sentimento collettivo, che così misteriosamente appare legato alla storia dell’uomo e alla sua continuazione.

È nell’affetto e nel senso di protezione dell’altro, delle fragilità altrui, è nella forza passionale che ci muove verso la tutela della vita che Kieślowski muove la propria camera e ci mostra come la concretezza e la finitezza delle azioni, ma dell’essenza stessa dell’essere umano, possano rappresentare l’amore che ci lega al mondo.

La spinta motrice delle azioni dell’essere umano diventa non tanto quel senso d’innamoramento o di ricerca di un panorama migliore, quando un rifuggire dall’indifferenza, ecco qual’è il vero sentimento cardine.

Tutto comincia ad assumere un senso nella nostra capacità di farci toccare dal mondo, dalle vite degli altri (umani o animali).

Futuro

Condizione comune dei protagonisti dei tre film è l’incertezza del futuro ed è anche attraverso questa condizione che gli eventi rappresentati si possono rendere indipendenti da una causalità ovvia, quindi liberare anche noi spettatori da un vincolo di trama.

Non esistono obbiettivi chiari e qui ritorna l’amore caritatevole, che riesce a riempire il vuoto dell’avvenire, spingendo e attraendo le persone le une alle altre, fino a chiuderle insieme nel finale.

I protagonisti rimangono vivi, sopravvissuti a un naufragio, rimasti come princìpi laici di una vita possibile d’essere vissuta, libera dalle fedi e da obbiettivi futuri, con la sola convinzione che bisogna pensare e continuare a pensare di poter esistere, anche dopo, rinunciando (finalmente) alla concezione pessimistica di un mondo destinato a scomparire.

A mio avviso quello di Kieślowski è un progetto profetico, di enorme rilievo nel mondo a noi contemporaneo.

Il mondo oggi

Guardando la trilogia del colore possiamo accorgerci come per gran parte degli esseri umani l’obiettivo della vita è la vita stessa. Torniamo a combattere una certa forma di realismo tecnico-economico che afferma la certezza della catastrofe (che oggi è più di tutto ambientale) e che così facendo l’asseconda, distruggendo la vita e la cultura, proclamando come non esistano alternative al “progresso”.

Eppure ciò che impariamo guardando il cinema di questo genio polacco è come sia importante tornare a sperimentare la potenza dei corpi, lasciarsi coinvolgere dal mondo circostante, eliminando gli eccessivi strati di distacco e finzione, tornando a immergersi in situazioni concrete. Solamente così facendo si può pensare di donare nuova potenza allo sguardo e farne così sostanza. In alternativa tutto ciò che vediamo e guardiamo, anche se si tratta di una guerra, rimane qualcosa di remoto e sterile, privo di quella forza motrice che ci costringe, per davvero, ad agire.

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