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Il legame tra crescita economica e il suo impatto sull’ambiente. Il decoupling è ancora possibile?

Illustrazione: Benedetta Giammarco

Durante tutta la durata del secolo scorso e l’ultima parte dell’800, l’economia mondiale ha conosciuto una crescita senza precedenti nella storia dell’umanità, determinando elevati gradi di benessere e salute di alcune economie nazionali, grazie all’adozione di un modello di sviluppo a “trazione” fossile. Accanto alla crescita economica si affiancava anche la crescita delle emissioni che questa comportava e con le emissioni anche la pressione che è stata esercitata sul pianeta in termini di risorse che esso può offrire. Ad oggi, all’interno dei grandi dibattiti internazionali, ci si chiede come si possa avere una crescita economica che consenta di raggiungere, e mantenere, un giusto grado di sviluppo per tutti ma nel pieno rispetto dei cosiddetti “beni ambientali”, cercando di slegarsi da un modello di sviluppo che, ormai, risulta insostenibile.

In un incontro avvenuto nel 1992 nell’ambito del “World Business Council for Sustainable Development”, per la prima volta è stato coniato il termine “eco-efficienza”, il che significa arrivare a produrre beni che abbiano prezzi concorrenziali, che soddisfino bisogni umani e che riducano progressivamente l’uso di risorse e l’emissione di gas climalteranti. Nel 2001 l’OCSE, un’organizzazione internazionale che si occupa di politiche economiche nazionali ed internazionali, in occasione del meeting di Parigi, inserisce il decoupling all’interno dei 7 obiettivi fondamentali che le nazioni si sono impegnate in solido a conseguire per conciliare la questione ambientale con la crescita economica, accentuando l’importanza strategica per gli stati di attuare il decoupling, da cui il nome “OECD environmental strategy for the first decade of the 21st century”. L’UNEP, nel report del 2011 “Decoupling Natural Resource Use and Environmental Impacts from Economic Growth” definisce l’impact decoupling come l’aumento degli output economici a cui corrisponde una diminuzione dell’impatto ambientale, per poi arrivare, in ultima istanza, all’intervento del Parlamento Europeo del 2020, in cui viene data la definizione di rottura del collegamento tra crescita economica e danni o pressioni ambientali.

Da come emerge dall’excursus storico, le organizzazioni internazionali hanno tentato di dare sempre più peso alla questione, fino a considerarla indispensabile e l’unica possibile per una crescita equa e giusta. Le organizzazioni internazionali, inoltre, concordano sull’esistenza di due tipologie di decoupling: assoluto e relativo. Mentre nel primo, ad un aumento della variabile economica PIL corrisponde una diminuzione o invarianza della variabile emissioni di CO2, nel secondo si assiste ad una crescita di entrambe le variabili, ma ad un tasso diverso; considerazione da fare è che anche la fattibilità su scala mondiale è diversa, ovvero molto più alta nella relativa, e bassa (se non impossibile secondo alcuni economisti) per l’assoluta.

Ulteriore distinzione è fornita sempre dal rapporto dell’UNEP del 2011, che parla di decoupling non solo dalle emissioni di CO2, ma anche dall’uso massivo e inefficiente delle risorse ambientali. Lo studio UNEP afferma che dal 1990 l’estrazione di risorse è aumentato da 7 miliardi di tonnellate a 55 nel 2000, frutto della crescita esponenziale dei mercati emergenti e dei paesi in via di sviluppo (il “miracolo delle tigri asiatiche” con una crescita costante annuale del PIL del 6%), della globalizzazione e dell’internazionalizzazione delle imprese in progressione. Diretta conseguenza di ciò, è stato l’aumento dei consumi di risorse sempre nelle economie in via di sviluppo, mentre nei paesi industrializzati i livelli rimanevano stabili, ma per sostenere questa crescita così rapida ed in espansione, la scelta (specie per Cina e India) ricadde nella conferma nell’uso di fonti fossili ad alto impatto ambientale, specie nel settore energetico, produttivo e dei trasporti. In quegli anni, ad un aumento del PIL mondiale di 22 punti, corrispondevano un aumento dell’uso del fossile di 14 e un aumento di emissioni di 13. Di fatto, fino all’inizio degli anni 2000 c’è un decoupling, ma è relativo e di lieve entità.

Dopo il 2000 in Europa e nel mondo vengono accordate e introdotte nuove politiche energetiche e numerosi protocolli di adattamento e mitigazione climatica, dato che molti stati riconoscono che la crescita non sarà sostenibile nel lungo periodo: si ricordino, ad esempio, il Protocollo di Kyoto e l’accordo di Parigi. I dati raccolti, effettivamente indicano un aumento ad un tasso molto più basso dei livelli di CO2 rispetto alla crescita del PIL, ma andrebbero scorporati: se in Europa nel 2017 si è riusciti a raggiungere un decoupling assoluto, con un aumento di 23 punti PIL e diminuzione di 15 punti dell’intensità carbonica, nello stesso periodo in Medio Oriente, ad esempio, ad un aumento di 26 punti PIL, l’aumento di intensità di CO2 è stato di 103 punti.

Oggi come siamo messi? Secondo il Global Carbon Project la crescita economica globale sta aumentando più velocemente rispetto alle emissioni di CO2 e il traguardo del decoupling assoluto a livello mondiale rimane ancora lontano. Inoltre, la forte crescita sperimentata nel 2021 ha fatto rimbalzare il livello di emissioni rispetto al 2020 determinando, di fatto, una spaccatura nell’adozione di un modello di un modello sostenibile o meno: in Europa è stata fatta la scelta di continuare nella transizione energetica in atto, rendendo le fonti alternative molto più competitive e accessibili rispetto al passato e rispetto alle fonti fossili presenti nel territorio, grazie ai fondi stanziati dopo il Covid; in Oriente e nel resto del mondo la transizione è molto più lenta e in molti casi il carbone è la fonte più adatta alla ripresa, perché c’era già disponibilità dello stesso e i vantaggi di costo erano notevoli. Ciò non toglie che anche in Europa i risultati raggiunti in termini di diminuzione di CO2 ed efficienza debbano essere migliorati, o che possano essere difficili da mantenere: le ripercussioni della guerra in Ucraina sono tali che in paesi altamente avanzati come la Germania, secondo l’European Institute on Economics and the Environment, il carbone sta sostituendo il gas e l’eolico; inoltre, dagli ultimi sviluppi dell’economia tedesca, per contrastare la crisi energetica in atto, il governo è stato costretto a ricorrere unilateralmente ad interventi onerosi da 200 miliardi di Euro, venendo meno al principio di integrazione delle misure economiche degli stati membri dell’UE.

Le molteplici crisi che si sono verificate nel corso degli ultimi due anni, sicuramente non alimentano uno scenario di crescita e stabilità e le tematiche di rilevanza internazionale si moltiplicano: ad un deterioramento degli ecosistemi, inadeguatezza delle risorse fossili, crisi pandemica, geopolitica ed economica, si aggiungono un aumento della popolazione mondiale di quasi due miliardi di individui entro il 2050, che si concentrerà specialmente in Africa e Asia, ed entro la fine del secolo si stima che 8 persone su 10 vivranno o in Asia o in Africa. Ciò corrisponderà all’affermazione di economie oggi ormai forti come Cina ed India e numerosi altri paesi tra questi due continenti saranno considerati in via di sviluppo; la sfida, quindi, è la gestione efficiente e ambientalmente sostenibile delle risorse energetiche in questo senso. Altro tema di cui non si pensava di tornare a discutere nel panorama internazionale è la sicurezza degli approvvigionamenti delle risorse, che, come la storia insegna, comandano da sempre la direzione dei rapporti tra le nazioni.  

Tornando al punto iniziale, la crescita economica e il benessere non sono solo stati accompagnati dall’aumento delle emissioni/pressione ambientale, ma anche delle numerose innovazioni tecnologiche e di processo che conosciamo. L’innovazione in senso stretto, a ragion veduta, non è esente da critiche, perché dipende da chi detiene questo potere, per quali scopi viene esercitato e se c’è un pensiero sistemico a riguardo. Ma la stessa innovazione che ha contribuito al deterioramento dell’ambiente, oggi diventa ancora più cruciale se si tratta di usare sempre meno risorse, per impattare meno possibile e tendere a preservare la salute degli ecosistemi naturali e artificiali. Sono obiettivi molto ambiziosi e quasi impossibili da raggiungere congiuntamente finché ci sarà solo l’UE che si “pone” come leader nella transizione, che rappresenta solo l’8% delle emissioni, ma allo stesso tavolo dei summit internazionali su sviluppo e clima (COP), i maggiori emettitori come Cina, India e USA (durante l’amministrazione Trump) che insieme rappresentano quasi il 50% delle emissioni, frenano la cooperazione e la creazione di un ambizioso progetto internazionale che coinvolga tutte le banche multilaterali di sviluppo e la Banca Mondiale in direzioni di investimenti e tecnologie innovative.

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