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Il fenomeno “Attack on titan”

Illustrazione: Giorgia Liuzzo

Veramente un anime adatto ai bambini?

In un modo o nell’altro la violenza rimane un sentimento intrinseco dell’essere umano e riesce ad evadere, in maniera spontanea e incontrollabile, in varie forme. Anche se, essendo più evoluti degli animali, dovremmo essere in grado di dominarla e imprigionarla in qualche meandro nascosto di noi stessi. Ma come si può ripudiare una parte così oscura della mente umana? Soprattutto quando il mondo cinematografico trasmette e diffonde violenza e crudeltà con serie televisive, film e addirittura anime. Forse dovrebbe diventare qualcosa di comune, non da evitare o da nascondere, per sensibilizzare a comportarsi con umanità.

Se parliamo di violenza riescono a balenarmi in testa diversi nomi di anime, con un grado di aggressività più o meno elevato. Però, uno dei più famosi, soprattutto in questo momento è sicuramente: “Attack on titan” o chiamato in italiano “L’attacco dei giganti”. Nato come manga di genere dark fantasy, post apocalittico nel 2009, scritto e disegnato da Hajime Isayama, successivamente serializzato in Giappone sulla rivista Bessatsu Shōnen Magazine di Kōdansha. Dopo l’enorme successo, è stato idealizzato sotto forma di anime di quattro stagioni, le prime tre realizzate da Wit Studio e l’ultima dallo studio MAPPA, a partire dal 2013. La trama, assai contorta, gira intorno al protagonista Eren Jaeger e ai suoi amici Mikasa Ackermann e Armin Arelet. I tre giovani vivono circondati da delle enormi mura, costruite per proteggerli dai giganti, che un giorno, senza nessun preavviso vengono distrutte da due di essi: il gigante corazzato e quello colossale. Da quel momento tutto cambia nelle loro vite e i tre devono crescere per proteggersi da questa nuova e paurosa minaccia. 

Non si può negare la natura violenta di questo anime ed è anche innegabile che sia volutamente costruito per stupire e colpire lo spettatore. Ogni frame è realizzato ad hoc e con l’intento di sbalordire, grazie anche ai numerosi colpi di scena. I personaggi sono differenti e realizzati per riuscire a farci empatizzare con loro e con le loro varie sfaccettature di carattere. Anche lo stesso Eren, così dolce e innocente nei primi episodi, si dimostrerà diverso e cambiato nel profondo, in una costante lotta con sé stesso, soprannominato “the devil of paradise”. 

Come già accennato nel secondo articolo di questa rubrica: gli anime, seppur considerati dei semplici cartoni da molte persone, non sempre sono adatti ai bambini. E Attack on titan ne è la prova lampante. Non vorrei generalizzare, anche molti altri cartoni, americani o di diversa provenienza, sono puntati ad un target adulto. Per questo motivo bisognerebbe togliere la malsana convinzione, di molti individui, che ogni opera animata sia per forza indirizzata ad un pubblico di infanti. Anche perché questa convinzione genera poi odio e repulsione per qualsiasi pellicola incentrata sulla violenza, come nel caso già citato di Squid game. 

Essendo un contenuto pensato per spettatori adulti, Attack on titan alla fine può rivelarsi l’ennesimo strumento per migliorare e crescere. In parte riesce a darti un senso di unione, diversa per ogni personaggio: pensiamo allo strano ma forte legame che lega Eren e Mikasa, fratelli e quasi amanti, ognuno la famiglia dell’altro o tra Eren e Armin, fratelli, amici e compagni di avventure, pronti a sacrificarsi per proteggersi l’un l’altro. Ma non esistono solo i legami tra i protagonisti, anche gli altri personaggi hanno dei ruoli rilevanti come Levi Ackerman, capitano della Squadra Operazioni Speciali, all’interno dell’Armata Ricognitiva e la sua squadra. Oltre a ciò, colpisce anche il senso di smarrimento personale, come già detto prima per Eren, la lotta interiore tra l’io buono e quello oscuro. Un combattimento che esiste da sempre e che caratterizza ogni essere umano, chi più e chi meno. 

Riprendendo il discorso di prima, è inutile punire e incolpare la violenza, soprattutto di opere di fantasia per giustificare le ingiustizie che accadono ogni giorno. È fortemente errato replicare quello che si osserva e fin lì, siamo tutti d’accordo ma da queste scene bisogna imparare e coltivare l’empatia. Come ci tiene a ricordare Elisa true crime, già citata in uno dei miei articoli precedenti, anche le storie di true crime servono a ricordare le vittime e soprattutto a sensibilizzare e coltivare ogni giorno l’empatia verso il prossimo. 

Riassumendo, posso affermare con decisione che Attack on titan, come tanti altri contenuti, non è adatto ad un pubblico di bambini ed è importante comprendere che ogni pellicola ha un suo target specifico. Bisogna imparare soprattutto a dare la giusta importanza a quello che è reale e a quello che non lo è, prendendo i giusti spunti per trasmetterli nella vita di tutti i giorni, senza mai confondere finzione e realtà. 

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