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Il diritto di migrare, tra propaganda e necessità

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Perché la mattina ti alzi dal letto?

Mehran Karimi Nasseri è morto pochi giorni fa presso l’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi, lo stesso dove aveva vissuto per diciotto anni. Nasseri, cittadino iraniano, dopo aver partecipato alle manifestazioni di contestazione contro lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, venne espulso dal suo Paese. Arrivato in Europa ma non avendo documenti di riconoscimento, si vide negato l’ingresso e lo status di rifugiato politico sia in Gran Bretagna che in Belgio. Fu quindi costretto a vivere nell’aeroporto parigino fino a quando, dopo lo scalpore suscitato dall’uscita del film The Terminal di Steven Spielberg, ispirato proprio alla sua storia, gli fu riconosciuto lo status di rifugiato e concesso un permesso di soggiorno in Francia.

Quasi tutti sanno chi è Nasseri mentre le storie di tanti altri migranti continuano a rimanere sconosciute ma non per questo meno importanti. Negli ultimi giorni in Italia sembra che il tema dell’immigrazione sia tornato ad essere l’argomento di discussione principale; in televisione, sui social e sui giornali siamo continuamente “bombardati” da notizie riguardanti sbarchi, Ong, carichi residuali, responsabilità dei singoli Paesi e ridistribuzione tra Paesi europei, ma quanto conosciamo effettivamente il fenomeno delle migrazioni?

Con il termine migrante ci riferiamo ad una persona che si è spostata in un Paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel Paese da più di un anno. Il diritto di migrare è un diritto universale e cosmopolitico e riguarda tutti coloro che vengono perseguitati in ragione della propria razza, religione, nazionalità, dell’appartenenza ad un certo gruppo sociale o delle proprie idee politiche; riguarda chi che è costretto a rifugiarsi al di fuori del proprio Paese a causa di conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani o disastri ambientali. Riguarda tutti coloro che sognano condizioni di vita migliori.

I cittadini ucraini sanno bene cosa sia il diritto di migrare, profughi costretti a lasciare il proprio Paese a causa della guerra e a migrare in altri Paesi europei come Polonia, Germania, Repubblica Ceca, Turchia e Italia.

A cosa serva migrare lo sanno gli italiani che, tra gli anni ’60 e gli anni ’80 del 1900 hanno lasciato il proprio Paese di origine per raggiungere il Nord Europa, l’Australia o l’America in cerca di lavoro e dignità. Ma lo sappiamo anche noi, giovani italiani d’oggi, quando dopo esserci formati ed aver studiato in Italia, dobbiamo lasciare il nostro Paese per trovare posti di lavoro e posizioni che possano valorizzarci. É la cosiddetta “fuga di cervelli”. Attualmente gli italiani immigrati in Paesi stranieri sono circa 5 milioni e sono tutti migranti economici.

Anche i migranti climatici sanno cosa significhi migrare, persone costrette a lasciare le proprie abitazioni e i propri territori per cause dirette o indirette di disastri naturali e ambientali. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc) nel 2020 ci sono stati nel mondo ben 30,7 milioni di nuovi migranti climatici ed entro il 2050, a causa della crisi climatica in atto, ce ne saranno fino a 200 milioni.

Tutti possiamo immaginare cosa significhi migrare, lasciare la propria terra, la propria casa, rinnegare, in alcuni casi, il proprio nome per arrivare in un Paese straniero e diventare soltanto numeri. Lo sappiamo o possiamo immaginarlo ma a volte facciamo finta di dimenticare o forse crediamo erroneamente di poter stabilire chi abbia il diritto di farlo e chi no.

Cosa è successo nelle ultime settimane in Italia?

Qualche settimana fa il governo italiano ha impedito lo sbarco a Catania dei naufraghi salvati in mare dalle due navi delle Ong, la tedesca Humanity 1 e la norvegese Geo Barents, sostenendo che spettasse ai due Paesi, rispettivamente Germania e Norvegia, farsi carico di quei migranti. Infatti, secondo il Ministro degli Interni Piantedosi, poiché la Convenzione ONU sul diritto del mare stabilisce che un’imbarcazione vada considerata come territorio dello Stato di cui batte bandiera, trovarsi su una barca tedesca significa trovarsi in Germania.

Sarebbe tutto logico se non fosse che questa regola non si applica per i salvataggi in mare per i quali entrano in gioco norme internazionali come la Convenzione di Amburgo del 1979 per i soccorsi in mare, secondo la quale gli sbarchi devono avvenire nel porto sicuro più vicino al punto di salvataggio. Secondo questa norma quindi, l’Italia non potrebbe rifiutarsi di offrire i propri porti per lo sbarco dei naufraghi ed è per questo che il blocco navale, misura promessa in campagna elettorale da Meloni e poi rimangiata, è in realtà irrealizzabile perché entra in conflitto con quelle che sono le norme del diritto internazionale.

Il governo italiano, dopo giorni di stallo, decide alla fine di far attraccare le due navi nel porto di Catania e di far sbarcare i migranti presenti a bordo effettuando uno sbarco selettivo; il personale sanitario del Ministero ha infatti selezionato le persone che avevano i requisiti fisici e psicologici per scendere dalle navi mentre tutti gli altri sono stati fatti rimanere a bordo. La selezione delle persone con le seguenti modalità vìola però la Costituzione italiana per la quale i cittadini stranieri richiedenti asilo devono essere presi in carico non sulla base di caratteristiche fisiche ma sulla base delle ragioni che li spingono ad avanzare la richiesta di asilo. Alla fine l’autorità sanitaria stabilisce lo sbarco di tutti i migranti presenti sulle navi e il pugno duro sostenuto dal governo non fa ottenere nulla se non lo sdegno di altri Paesi europei ed in particolare della Francia sulla quale pesa soprattutto il caso Ocean Viking.

L’Italia non può essere lasciata sola, c’è bisogno di una ridistribuzione!

Il 1 gennaio 2021 in UE vivevano 447,2 milioni di persone di cui 23,7 milioni di cittadini provenienti da paesi terzi, il 5,3 % della popolazione totale europea. Sul sito ufficiale della Commissione Europea è possibile accedere ad uno strumento interattivo, l’Atlante delle migrazioni, e consultare i dati relativi allo stato della demografia e delle migrazioni nei 27 Stati membri dell’UE. Nel 2020 in UE sono immigrate 1,92 milioni di persone e nel 2021 hanno fatto richiesta d’asilo 630.500 persone provenienti da 140 Paesi ed in particolare da Siria, Iraq, Turchia, Venezuela, Nigeria, Marocco, Albania e Guinea.

Di tutte queste richieste d’asilo ne sono pervenute circa 190.000 alla Germania, 120.000 alla Francia, 60.000 alla Spagna e, al quarto posto, l’Italia con 50.000 richieste. Negli ultimi quindici anni, facendo un rapporto tra il numero di richiedenti asilo accolti in un determinato Paese e il numero di abitanti di quel Paese, Germania e Francia risultano sempre ai primi posti per accoglienza, seguiti dall’Italia. É logico e giusto che si pretenda una ridistribuzione dei migranti tra Paesi dell’UE ma prendersela con Francia o Germania, numeri alla mano, non sembrerebbe essere la cosa più giusta da fare.

Lo scorso giugno il Consiglio europeo affari interni ha firmato l’Accordo per il meccanismo volontario di solidarietà, promosso proprio dalla Francia e siglato da 20 Paesi. Questo accordo prevede di aiutare in particolare Italia, Spagna e Grecia, i principali Paesi lungo la rotta mediterranea, nella presa in carico dei migranti. L’accordo tiene conto soltanto delle rotte del Mediterraneo orientale, occidentale e centrale (rotte intraprese dalla maggior parte dei migranti che arrivano in Italia) ma per entrare in Europa sono presenti anche altre rotte, come quella balcanica. Questo accordo, tenendo in considerazione soprattutto la rotta mediterranea, gioverebbe molto all’Italia, più di quanto non giovi alla Francia o alla Germania. Se infatti si tenesse conto della totalità dei migranti presenti sul territorio europeo e provenienti da tutte le rotte, dovrebbe essere l’Italia a farsi carico di una parte dei migranti presenti in altri Paesi e non il contrario.

Se si bloccano le Ong si fermano anche le migrazioni?

Nei processi di migrazione umana con il termine push-factor, ovvero fattore di spinta, si intendono tutte quelle condizioni che spingono un singolo individuo o un gruppo umano ad andare via dal proprio luogo di origine come per esempio motivi economici, familiari, di studio, culturali o politici; con il termine pull-factor, ovvero fattore di attrazione, ci si riferisce invece alla combinazione di fattori economici, politici e sociali che inducono la migrazione verso un determinato Paese e che dunque attrarrebbero un individuo o un gruppo umano verso quel preciso luogo. Un migrante potrebbe essere attratto dall’Italia per via della democrazia e delle libertà del nostro Paese o per la presenza di amici e parenti già sul nostro territorio: questi sono esempi di pull-factor.

Secondo alcuni, la presenza di Ong in mare rappresenterebbe un ulteriore fattore di attrazione verso l’Italia in quanto invoglierebbe i migranti a partire dalle coste africane. Questa tesi è già stata proposta in passato senza mai trovare conferme: non ci sono prove infatti di una correlazione tra presenza di Ong in mare e numero di barconi che partono, o di un rapporto tra trafficanti e soccorritori.

Ad avallare poi la tesi secondo la quale, anche bloccando le Ong, non si fermerebbero le migrazioni c’è il fatto che soltanto 1 migrante su 10 viene salvato e portato sulle nostre coste da navi di organizzazioni non governative, mentre circa il 90% dei migranti che arriva in Italia dalla rotta mediterranea, o arriva direttamente sulle nostre coste tramite barconi oppure a bordo di navi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza italiane. Se non ci fossero Ong in mare avremmo lo stesso numero di sbarchi ma molti più morti.

Conclusioni: migrazioni tra morale e sicurezza.

Il 19 maggio del 1991 sono arrivati sulle rive spagnole i primi cadaveri di migranti. Da allora si stima che più di ventimila persone siano morte nel Mediterraneo nel tentativo di entrare in Europa. Ci troviamo di fronte ad un dilemma, da una parte il dovere morale di accogliere persone che scappano da condizioni di vita inaccettabili, dall’altra la necessità di difendere i nostri confini. Io naturalmente non ho la soluzione a questo problema ma posso soltanto spingervi a fare una riflessione.

Molte volte ci sentiamo stanchi e frustrati, inascoltati dalla politica italiana così come dalle Istituzioni europee ed internazionali. É difficile essere ospitali, è difficile diventareporto sicuro” per altri quando tu stesso non hai più sicurezze. La paura dell’altro, del diverso, di realtà sconosciute è comprensibile quando hai problemi più grandi da affrontare come la crisi economica, la crisi energetica, le conseguenze della guerra in Ucraina e della crisi climatica, la consapevolezza che probabilmente non saprai come arrivare alla fine del mese, alimentata dalle profonde ingiustizie e disuguaglianze sociali. Chiediamoci però se la responsabilità di tutto questo sia dei migranti che sbarcano sulle nostre coste. O se l’immigrazione sia diventata soltanto capro espiatorio, mentre la distanza tra cittadini e classe politica aumenta, nutrita dalla sola propaganda e dall’incapacità di quest’ultima di rispondere a domande, di risolvere effettivamente problemi reali.

La prossima volta che sentiremo parlare di carico residuale in riferimento a persone, la prossima volta che ci si arrogherà il diritto di scegliere chi potrà sbarcare e chi no, facciamoci questa domanda: perchè la mattina mi sveglio e mi alzo dal letto? Perchè ci alziamo e andiamo a lavorare, andiamo a scuola, all’università? Ognuno ha le proprie risposte ma penso che tutte saranno accomunate da un unico obiettivo: rendere il domani migliore di quanto sia stato l’oggi.

Siamo fatti per questo: migliorarci, raggiungere i nostri obiettivi, lottare per far sì che le persone che ci sono vicine, le persone che amiamo, non soffrano. Ed è così anche per loro:  si fugge dal proprio Paese, si lascia la propria casa e la propria terra perché si pensa che altrove ci possa essere un futuro migliore, perché in un altro Paese tuo padre o tuo figlio potranno essere liberi di vivere dignitosamente.

Forse non potremo risolvere i loro problemi, ma almeno possiamo comprenderli. Non possiamo accoglierli tutti, è vero, ma non dobbiamo neanche farci trascinare dalla mera propaganda, accettare risposte semplici a problemi complessi, quando in realtà risposte non sono. La prossima volta chiediamoci, e io perchè la mattina mi alzo dal letto?

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