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Ieri come oggi

Illustrazione: Maria Brancatisano

Ne “Il Mondo di ieri. Ricordi di un europeo”, l’autobiografia del letterato austriaco Stefen Zweig – da lui ultimata nel 1941, il giorno stesso dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale –l’autore descrive in modo breve ma estremamente efficace l’illusione ottimistica che imperversava nel sentire comune durante gli anni precedenti lo scoppio della Grande Guerra. Leggendo le parole che riporto, il lettore probabilmente avvertirà una certa familiarità con il pensiero espresso:

“Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la Prima guerra mondiale, il tempo in cui son cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età dell’oro della sicurezza. […] Oggi, per noi che abbiamo da un pezzo cancellato dal nostro vocabolario la parola ‘sicurezza’, è facile deridere l’illusione ottimistica di quella generazione accecata dal suo idealismo: illusione che il progresso tecnico dovesse immancabilmente avere per effetto un non meno rapido miglioramento morale. Noi che nel nuovo secolo abbiamo imparato a non lasciarci più sorprendere da alcuno scoppio di bestialità collettiva, noi che dal domani aspettiamo ancor più atroci eventi che dall’ieri, siamo ben più scettici circa la perfettibilità morale degli uomini.”

Sebbene, ovviamente, Zweig si riferisse a tutt’altro contesto, scrivendo in tutt’altro contesto, viene difficile negare un’analogia con quanto abbiamo avuto modo di vivere negli ultimi due anni. Perfino Yuval Noah Harari nel 2015 nel suo “Homo Deus” dichiarava con ferma sicurezza – chiaramente riferendosi all’ occidente – che l’uomo avesse sconfitto le pandemie e superato le guerre.

Sarebbe inutile spiegare in che modo queste due sicurezze, espresse da Harari ma tacitamente condivise da gran parte degli occidentali, si siano frantumate nell’arco di due anni, ma mi sembra importante sottolineare come le radici di queste certezze affondassero nella stessa fiducia per un “Progresso Trionfante”, per un costante miglioramento morale che va a braccetto con il miglioramento tecnico, che fermentava nelle menti degli europei a cavallo tra Otto e Novecento. Verrebbe quindi quasi da pensare che la “generazione accecata dal suo idealismo” di cui parla Zweig siamo anche noi.

Noi che per anni abbiamo risparmiato sulla sanità, facendoci cogliere impreparati da un virus da cui eravamo stati messi in guardia. Noi che abbiamo dato per scontata la pace, dimenticandoci che è un valore che va costantemente coltivato, e che adesso guidiamo pericolosamente verso un riarmo che avevamo promesso di evitare, perché davamo per scontato che la parola “guerra” non avesse più posto nel vocabolario europeo.

E allora viene facile credere che fidarsi così ciecamente del progresso e della tecnica sia stato un errore; che dimenticarsi della natura istintiva dell’uomo sia stato sciocco, come sciocco è stato abbandonare il giusto timore reverenziale nei confronti di una Natura che pensavamo di aver soggiogato. 

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